Roberto Vecchioni.
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Scacco a Dio.
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2009. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione:
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I personaggi di queste storie sono decisamente speciali: hanno sfidato Dio inventandosi un destino diverso da quello che sembrava gi scritto. Oscar Wilde, JFK, Federico secondo, Shakespeare... Grandi uomini che tutti conosciamo, si direbbe. Eppure questa parte della loro storia nessuno ce l'aveva raccontata.
Sembra quasi che lo facciano per farmi dispetto, gli uomini: arrivati a un certo punto  come se s'incidessero un'altra linea della vita sulla mano. No, non parlo di peccati, quelli son minuzie: dico il corso del loro destino.  come se in un'immaginaria scacchiera non accettassero pi le diagonali di un alfiere, i salti di un cavallo, le rette di una torre. E spacciano questa falsa libert per uno scacco a me, uno scacco a Dio. Ecco cosa mi tormenta e cosa voglio capire: dove ho sbagliato?
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E se un giorno Dio, in piena crisi esistenziale, si travestisse da pittore del Rinascimento o da chitarrista rock, da trapezista o da cortigiana, per cercare di comprendere gli uomini, quelle sue creature ribelli che ormai gli sembra di non capire pi?
Cos infatti si presenta il Creatore davanti a Teliqalipukt, il suo primo consigliere, una specie di angelo mandato sulla terra con lo scopo di seguire gli uomini per poterli poi raccontare ai piccoli immortali, i suoi allievi. E proprio a lui Dio chiede di spiegarglieli, gli uomini, lui che li ha conosciuti da vicino.
Inizia cos una sorta di terapia in cui Teliqalipukt (vecchia conoscenza dei lettori di Roberto Vecchioni), di seduta in seduta, si fa cantastorie per Dio. Da Catullo a JFK, passando per Shakespeare e Federico secondo, i protagonisti dei racconti che danno forma a un unico romanzo sono accomunati dalla volont di ribellarsi a un destino che appare gi segnato.
E cos scopriamo che Oscar Wilde dopo anni di carcere vive sotto falso nome nel nord della Francia; che il matematico Evariste Galois muore in duello non a causa di una donna ma per il risultato sconvolgente delle sue ricerche; che sir Alec Guinness si converte dopo uno strano colloquio in una chiesa durante le riprese del film in cui veste i panni di padre Brown; che il campione del mondo di scacchi Capablanca non ha perso il suo titolo come credevamo.
Roberto Vecchioni torna a emozionarci con la sua affabulazione rapinosa e lieve, con le sue storie un po' sghembe capaci di cogliere e svelare, d'incanto, gli abissi dell'animo umano.
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L'AUTORE.
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Roberto Vecchioni, nato a Carate Brianza (MI) nel 1943,  uno dei padri storici della canzone d'autore in Italia, ma  stato anche insegnante di latino e greco per oltre trent'anni nei licei e scrittore. Per Einaudi ha pubblicato 'Viaggi del tempo immobile (1996), Le parole non le portano le cicogne (2000), Parole e canzoni (2002), Il libraio di Selinunte (2004 e, con una nuova prefazione in forma di racconto, 2007) e Diario di un gatto con gli stivali (2006).
Per Frassinelli  uscito il libro di poesie Di sogni e d'amore (2007). Oggi  docente di Forme di poesia per musica presso l'Universit di Pavia, tiene un corso alla Sapienza di Roma e continua la sua attivit d'insegnante presso svariate universit italiane e straniere.
Ha cominciato la carriera nel mondo musicale come autore di testi di canzoni, ma negli anni ha collezionato numerosissimi premi e ha partecipato a numerosi festival.
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Scacco a Dio.
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Dedica.
A Mauro Orlando, nella sua immobilit cosmica,  copia conforme di Dio.
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Non ti ho dato, o Adamo, n un posto determinato n un aspetto proprio n alcuna prerogativa tua perch quel posto, quell'aspetto e quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. Ti posi nel mezzo del mondo perch di l meglio tu scorgessi tutto ci che  nel mondo. Non ti ho fatto n celeste n terreno, n mortale n immortale, perch di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto.
PICO DELLA MIRANDOLA.
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INDICE.
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L'importanza di chiamarsi Wilde.
Come le farfalle.
As you like it.
Scacco a Dio.
Voce 'e notte.
L'incognita di Galois.
Uccellacci e uccellini.
La conversione di padre Brown.
Velut prati ultimi flos.
Varenne.
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Fine Indice.
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Scacco a Dio.
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La prima volta si present vestito da pittore rinascimentale.
Chiudi la porta e vieni dentro, disse.
Ma qui non c' porta, rispose Teliqalipukt.
E tu fai finta che ci sia e chiudila.
Sistem tavolozza, tele, colori, cornici e sgabello in bell'ordine e tir un sospiro divino.
E perch non pompiere, usuraio, guardia svizzera o, che so io, giocatore delle tre carte? ironizz Teliqalipukt.
Taci, Teliq,  una cosa grossa,  una cosa grave: tu non puoi immaginare nemmeno lontanamente perch sono qui.
Illuminatemi con la vostra sapienza.
Sto male.
Teliqalipukt lo guard. Doveva ridere o prenderlo sul serio? E come prendere sul serio uno che ti si presenta in velluto cachi e cappello a sbuffo, e comincia a far schizzi a carboncino mentre annuncia una catastrofe? E poi come doveva chiamarlo? Dio? Signore? Voi? Ella? Capir se gli dico: si accomodi, si sfoghi, il bagno  di l?
Con Dio aveva sempre avuto contatti di natura eterea: si trasmettevano attimi d'estasi senza mai vedersi, cos come si deve tra puri spiriti. Ma ora le cose cambiavano: cosa ci faceva Lui l, nel tempo, camuffato da Bernardino Luini? O era il Mantegna?
Teliqalipukt era un immortale: Dio l'aveva scelto ab origine per vigilare sul mondo, per entrare di soppiatto nella vita degli uomini e guardare, osservare, capire, senza interferire col loro destino, coi loro propositi; e lui, di uomini, ne aveva conosciuti e seguiti a centinaia, a migliaia, nei secoli, fino a scoprire come cambiavano, cosa volevano, sapevano, speravano, fino a misurarne le miserie e i colpi d'ala, sempre presente quando sbagliavano, quando cadevano, attento al loro stupore infantile davanti alle scoperte, ai loro versi millimetricamente imperfetti nel dire gli orli della solitudine e l'esperienza della luce.
Era uscito dalla misura degli angeli; aveva assistito alla nascita della geometria, letto il primo libro, sentito sbuffare la prima locomotiva, visto Edison accendere una citt intera, i fratelli Wright alzarsi increduli sulle loro ali di legno e poi... e poi...
Ancora quella stretta al cuore che non lo lasciava in pace: i suoi ragazzi, i suoi piccoli immortali! Da quanto non li vedeva? Da quanto non erano pi con lui?
Voi non potete stare male, Signore: dev'essere qualcos'altro, che so, un ritorno di pensiero, una stasi d'immortalit; ma che dico,  impossibile! Cosa... cosa vi sentite?
Un infinito vuoto, una specie di nausea astrale, un sottosopra, una gran voglia di rompere tutto e ricominciare da capo.
Piano, piano! Andiamo con ordine. Innanzitutto cosa ci fate qui, vestito in modo cos ridicolo?
Ridicolo? Io adoro il Rinascimento. Be'... diciamo che  una necessit, Teliq: non potevo certo sciorinarti quel che ho sul gozzo e ascoltare le tue prediche come puro spirito. Non esistono consigli e contraddittorio tra spiriti. Ci vedi, noi due, a chiacchierare per sospiri e lampi di luce? No, dovevo in qualche modo entrare nel tempo: nel tempo si possono usare i pensieri e le parole, come fanno gli uomini. Cos, gi che c'ero, mi son tolto lo sfizio di interpretare i ruoli che mi piacciono di pi. Per, c' un per, anche cos non riesco a star fermo, non mi lascia questa fregola di creare -. E lo si vedeva bene: in dieci minuti aveva gi dipinto venti nature morte e una pila di ritratti: particolarmente riuscito un Giuliano de' Medici pugnalato in Santa Maria del Fiore con i Pazzi che fan finta di niente.
E questo  chiaro, riprese Teliqalipukt. Ma cosa c'entro io in tutto ci?
Gli uomini, Teliq: nessuno conosce gli uomini meglio di te.
Voi, Signore!
Credevo, ma devo averli persi un po' di vista negli ultimi tempi.
Diciamo pure dall'inizio.
Adesso mi sembri esagerato: io ho indicato loro in tutti i modi la strada da seguire, e non avevo dubbi sulla riuscita: sono o no a mia immagine e somiglianza?
Qui sta l'inghippo. A immagine forse, bench sian molto pi belli di voi; a somiglianza, lasciatemelo dire, neanche un po'. Quanto alla strada, mi pare che abbiate fatto un po' di confusione.
Ma se ho perfino mandato mio figlio!
E perch l'avete mandato?
Oh bella, perch sapessero che non li avrei mai abbandonati!
Sbagliato!
Sbagliato cosa?
 stata una correzione, Signore. E una correzione significa che avevate commesso un errore e volevate porvi rimedio. Ma voi non potete correggervi!
Io ho solo voluto chiarire, insomma spiegare meglio quello che non riuscivano a capire.
Il Vangelo  stato un atto di debolezza, una zappa sui piedi: voi dovevate dire ogni cosa nell'Antico Testamento. E che? Non c'era pi spazio nelle tavole di Mos? Lo si trovava: vi sembra un comandamento Non desiderare la roba d'altri? E che desidero? La mia? Sapete cos' successo? Ve lo dico io: Scusatemi, scusatemi, avete presente quella storia che se mi ciechi un occhio io cieco il tuo? Si scherzava, non  vero, anzi, bisogna farsi ciecare pure l'altro! Vi sembra credibile?
Be', per il Vangelo ne ha avuto di successo!
Una grande operazione di marketing, Signore: un bel mix di immagini strappalacrime e promesse elettorali. Un vero trappolone:  vostro il regno dei cieli. Vedete del cielo, voi, qui intorno? Il cielo  tutta quella roba inutile laggi in fondo che avete riempito di stelle: non sapete pi che farvene! E vogliamo parlare di Maometto?
No, no, l ho sbagliato a non troncare subito, ma ne ho sottovalutato la portata. Io avevo in mente qualcosa di universale, per tutti, ma gli uomini si dividono in popoli e un popolo lo fai su facile se gli dici che da lass si briga solo per lui. I popoli non guardano oltre il proprio cortile e sanno essere cattivi come i bambini sulla spiaggia: Questo secchiello  mio, la paletta pure. E allora ecco premi eterni concessi solo alla loro trib, conventicola, ecco il divino a proprio uso e consumo, il Paradiso esclusivo vista mare.
Se lo dite voi.
S. Ma piantiamola con la teologia, Teliq, ch tanto non ci siamo tagliati. Il mio problema non  questo: il mio assillo  che mi sembra di perderli.
Gli uomini?
Oh, non tutti, ma forse proprio quelli a cui tengo di pi. Sembra quasi che lo facciano per farmi dispetto: arrivati a un certo punto  come se spegnessero la stella che li guida, come se s'incidessero un'altra linea della vita sulla mano. No, non parlo di peccati, quelli son minuzie: dico il loro cammino, il corso del loro destino. Hanno un solco da seguire, un viaggio da compiere e improvvisamente lo cancellano, lo resettano, vogliono essere altri da s; stropicciano le loro anime fino a rendersele irriconoscibili, si ribellano alla felicit.  come se in un'immaginaria scacchiera non accettassero pi le diagonali di un alfiere, i salti di un cavallo, le rette di una torre, cio le regole che conducono a quell'unica suprema bellezza che  il fine, e la fine. Non vogliono, non vogliono pi: i cavalli escono dalla scacchiera, le torri volano in alto, i pedoni ripercorrono i propri passi, e in questo delirio, in questo gioco stravolto, ingannando lo spazio e barando con il tempo, spacciano 'sta falsa libert per uno scacco a me, uno scacco a Dio. Ecco cosa mi tormenta e cosa voglio capire: dove ho sbagliato? Come ho fatto a perderli?
In un lampo affresc quattordici scene della vita di sant'Eustorgio su un immaginario soffitto.
Merita tanto?
Chi? Sant'Eustorgio? No di certo, ma mi viene particolarmente bene -Pos il pennello. Tu, Teliq, sei stato sempre tra gli uomini e li conosci veramente. Devi raccontarmeli come sai, devi parlarmi di questo demone che li divora e spiegarmelo, per farmi uscire da 'sta crisi, e in fretta, perch se mi va in pappa la mente, qui sbaracchiamo tutti.
Teliqalipukt non aveva molta voglia di parlare con Dio. Crisi? Dio era veramente in crisi? O lo stava soltanto mettendo alla prova? E perch? Dio, com' difficile capire Dio! Ma non poteva essere vero, Dio non conosce parole come errore, rimorso, paura, fallimento; ogni cosa  nei suoi piani, preordinata, risaputa, calcolata, ogni cosa  nel suo perfetto Disegno, anche questo recital di stravaganti incertezze. Era Lui che si era imposto di mettersi in dubbio: Dio il dubbio ce l'ha in s come risposta da scegliere, non da subire, diverso  per gli uomini, che dal dubbio sono ghermiti, snervati, impiastrati, e al tempo stesso tenuti vivi. Che stesse giocando, cos, per ingannare il tempo, provando a imitarli, a mettersi nei loro panni?
Teliqalipukt sentiva tutto il peso del suo privilegio, quello di non morire mai, ma di vivere una sorta di doppia febbre: essere imperturbabile in cielo e umanamente coinvolto ogni volta che scendeva sulla terra.
Guard fuori e fuori era solo infinito. Senza punti n linee. Senza colori n odori. Sempre uguale, ma in ogni momento diverso. L'infinito  la fine delle attese senza perderne il desiderio,  il primo bacio continuamente ripetuto,  la luce che confonde il sonno e la veglia,  il giorno eterno, il pi bello della tua vita.
Volete sapere come avete fatto a perderli? se ne usc improvvisamente Teliqalipukt. Succede, Signore... E poi voi li conoscete benissimo: siete piombato qui conciato da Raffaello e avete dipinto centodue capolavori in mezz'ora. Se non li conoscete voi!
Teliqalipukt lo osserv tutto impegnato in una veduta del Tempio di Gerusalemme coi mercanti che scappavano di qua e di l chiedendosi perch suo figlio ce l'avesse con loro. Io vi amo sopra ogni cosa, Signore, perch mi avete dato la gioia (e ve la siete ripresa) di insegnare ai ragazzi, ai piccoli immortali, proprio cosa siano gli uomini. Non posso perci sottrarmi alla vostra richiesta. Accetter la sfida: vi dir di cosa siano capaci gli uomini, quanto stiano aggrappati ai loro giorni, che voi ci siate o non ci siate. Avevate previsto anche questo?
Tu cosa ne dici? L'avevo previsto?
Vergognatevi! Adesso vi mettete pure a leggermi nel pensiero? Bella forza!  come se io sapessi prima come verrete conciato domani! E la sorpresa? A proposito, da chi vi maschererete domani?
Pfui.
Ah, pfui, eh? Ora vi sistemo io.
E cominci a raccontare.
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L'importanza di chiamarsi Wilde.
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NOTA: Questo racconto  lo stravolgimento di una pagina di ricordi di Andr Gide tratto da: Gli ultimi anni di Oscar Wilde, dandy decaduto, Stampa Alternativa, Viterbo 2008. FINE NOTA.
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Il visitatore tir pi volte la corda della campanella all'ingresso del convento. Dall'interno finalmente la serratura scatt.
Il visitatore rimase interdetto: si aspettava di vedere un fraticello e invece si trov davanti un ragazzone in maschera: un lungo camice bianco con pon pon neri.
Mi scusi, farfugli un po' spiazzato, cerco Sebastian Melmoth. Vengo da Parigi -. Poi, per tentare di capire, chiese: Ma questo non  il convento dei francescani di Berneval?
Oh, si, signore, non si lasci trarre in inganno dal mio abbigliamento. Le spiego subito. Vede, io sono fra' Pierrot. Da piccolo m'incantavo per ore a guardare la luna. Ora ho il permesso del padre superiore: finita compieta, nelle mie ore di solitudine posso vestirmi come pi desidero... Ma, mi diceva?
Vorrei parlare con Sebastian Melmoth.
Fra' Sebastiano.
S, lui.
Chi devo dire?
Sono un suo amico...
Amici ne riceve pochi e li rimanda tutti indietro. Far un tentativo, ma temo che dovr attendere.
Il visitatore fu introdotto in una stanzetta spoglia e
senz'aria. Ed ebbe tutto il tempo di studiare le consuetudini sessuali degli scarafaggi: vita intensa, fornicazioni frequenti.
Qui, lui qui! si tortur.
Aveva girato tutto il giorno per la spiaggia di Berneval, li a Dieppe, nella Francia del Nord. Nel pomeriggio si era cercato un alberghetto, uno qualunque, bastava che fosse pulito. Si era chiesto perch fosse l, e non lo sapeva, o comunque quel che sapeva non lo soddisfaceva. Aveva passato le ore fino al tramonto leggendo le egloghe di Virgilio, era riandato al senso dei suoi personaggi, quelli delle sue Nourritures, un completo insuccesso.
Aveva tentato di aprire l'acqua del bagno sul pianerottolo: erano usciti ruggine e fango. Si era disteso sul letto e lo avevano assalito quelle che erano state le sue mancanze, i suoi peccati: le incessanti masturbazioni solitarie, Madeleine come un sollievo morale, e poi l'amore assoluto, l'Africa, Mohammed. Gli era tornato in mente un brano da La tentatve amoureuse: Rachel s'impossessa di Luc cos debole, cos insicuro. La sessualit diventa noia ma insegna che la libert  pi forte dell'attrazione. Ma io cosa voglio? Liberarmi dalla mia sensualit, dal mio erotismo, dal vizio, da questa spaventosa battaglia che combattono in me i moralismi materni e le mie inclinazioni? Voglio dire basta al male di vivere e appropriarmi della vita? O andare oltre tutto ci? Vivaddio le mie Nourritures questo gridano: andare oltre, vivere oltre, agire senza giudicare se l'azione sia buona o cattiva. Cosa avranno da dire i simbolisti di questo tradimento? Loro adorano Narciso che si riflette immobile, ma tra Narciso e noi c' il tempo: all'immagine si sovrappone la realt. Noi non siamo simboli: non ci guardiamo in uno specchio contemplando la nostra perfezione. Siamo come siamo, ed  "nutrimento terrestre" la nostra libert.
Prima di uscire dalla stanza aveva pensato a Platone, a
Cartesio, ai Vangeli, a Proust (doveva scrivergli), alla religione, al diritto, agli uomini.
Nella stanza attigua, completamente all'oscuro di queste sue paturnie, il capocameriere si stava facendo la padrona e la sguattera.
Alla conciergerie il capocameriere gli aveva sorriso: aveva ancora i capelli scarmigliati, respirava affannoso e puzzava di vino.
Melmoth aveva detto  al convento dei francescani; in fondo al paese e su per la strada che porta al colle -. Poi parendo di non parere:
Lei  un suo amico?
S, aveva risposto seccamente Gide.
Dovrebbe far qualcosa per lui. Lei  un poeta?
Forse, aveva detto Gide.
Sa perch glielo chiedo? Perch l'ho vista cos distratto, cos assente, cos...
Lui aveva colto al volo.
Certo, ma erano solo pensieri. I poeti non sono come lei immagina, non confondono il sogno con la realt: i poeti guardano il mondo, sono nel mondo. Si aggirano in questi acquitrini, in queste paludes e vanno oltre per non caderci dentro.
NOTA: Paludi (1895) coincide con il ritorno di Gide dall'Algeria, la scoperta della sua omosessualit e l'abbandono dell'egocentrismo narrativo. FINE NOTA.
Erano venute gi le ragazze con cui il giovane si era sollazzato: grasse normanne, bionde, per niente belle; tenevano il capo chinato e si stavano ancora allacciando i bottoni della blusa.
Un uomo era saltato fuori dal nulla, incazzatissimo:
Dov'eri? Dove sei stata? aveva urlato fuori di s. Se scopro... se scopro... aveva continuato a gridare senza posa.
C'era poco da scoprire, lo sapeva, eccome se lo sapeva. A Gide era venuto in mente il suo Prometeo.
NOTA:  Il Prometeo male incatenato (1899)  qui solo immaginato. FINE NOTA.
E s, il suo Prometeo aveva salvato gli uomini e si era stufato di farsi mangiare il  fegato: che lo mangiassero a loro, agli uomini, le aquile.
Aveva seguito le indicazioni. Superata la posta, aveva cominciato la salita, accusato un po' di affanno, un risentimento della malattia africana, di tanti anni prima.
Si era seduto per il fiatone su di un tronco. Nessuno in giro, l'aria era tersa, dopo il temporale, respirabile.
Paludi... Io ne sono fuori o no? Il viaggio in Tunisia, la fuga, Paul Laurens che dipingeva deserti. E poi Mriem, bellissima e improvvisa: ma non era Mriem che volevo, non era per lei quell'ansia, quella gioia mozzafiato. Era a Mohammed, il suo fratellino, che pensavo, nello stringerla, nel possederla. Poi  arrivata lei, mia madre, si  precipitata a salvarmi, con la bigiotteria del suo cristianesimo cieco e sordo, e il dito puntato contro. Le strade, le case di Parigi mi sono ripiombate addosso: mi sono risvegliato dentro una cerchia di poeti, le facce appiccicate alla mia, quegli sguardi di geloso rimprovero: "Dove volevi andare Gide? Cosa credevi di fare? Il tuo posto  qui con noi, o te lo sei dimenticato?" Ed eccoli ancora l a buttarmi addosso quella inutile perversione: sciogliere i simboli, voler capire perch "vivi moriamo". Eppure gi la pensava cos, ma con ben altra sfumata ironia, quel genio del Rinascimento che era Teofilo Folengo col suo "vivus ammazzor" in latino maccheronico: "vivo me moro" avrebbe tradotto il Belli. Ho finito, ho chiuso con la vostra morale, le vostre morali.
Questo aveva giurato sul battello che lo riportava in Francia. Aveva giurato tossendo e sputando, perch la tisi lo facesse sentire vivo.
Gide si guard intorno nella stanza: alle pareti c'erano alcune riproduzioni della campagna, di come doveva essere una volta Berneval. 
Sul tavolino una bottiglia di liquore d'erbe invitava a servirsi.
E adesso lui  qui, in quest'angolo sperduto della Francia, pens. Sono venuti in molti a cercarlo, ha mandato via tutti, non ha voluto parlare con nessuno.
S, era proprio un convento di francescani. Io in un convento! e gli venne da ridere.
C'era un solo modo per scoprire se lui fingeva, se stava scappando. Gide sapeva bene cosa fare: la trovata era perfetta. Come avrebbe reagito? Sarebbe stato al gioco? Avrebbe imbrogliato le carte? Si sarebbe scoperto sganasciandosi dalle risate?
Non posso sbagliare, devo essere perfetto.
Controll l'abito, gli stivali, le catenelle dorate, l'orologio da gilet, il cilindro smagliante, il lungo pastrano: prov il pomo del bastone da passeggio, verific che il cerone non avesse ceduto. Si spruzz ancora la sua acqua di colonia.
Dopo un'eternit fece capolino dalla porta fra' Pierrot vestito da Pierrot.
Allora? fece Gide balzando immediatamente in piedi. Posso vedere Sebastian Melmoth?(4).
NOTA: Wilde prese in Francia questo pseudonimo perch san Sebastiano aveva colpito la sua immaginazione. Circola la voce che sia il protettore degli omosessuali. Melmoth lo deriv da Melmoth, l'errante, racconto di Charles Robert Maturin. FINE NOTA.
Fra' Sebastiano, lo corresse il francescano. Be', veramente non ha preso i voti, n intende prenderli:  qui per sua scelta. Accetta d'incontrarla, strano, finora ha sempre cacciato i visitatori. Gli lasci solo qualche minuto:  appena tornato da una passeggiata sotto la pioggia e non ha trovato di meglio che regalare il suo mantello a un disgraziato, per strada. Ora i frati minori lo stanno riempiendo di grog per riscaldarlo.
Come sta? In generale, intendo.
Bene. Di lui non sappiamo quasi niente ma  nella nostra regola non sapere, non domandare mai: diamo ricetto e aspettiamo, aspettiamo che sia Dio a mandare un segno.
La deviazione su Dio a Gide non interessava affatto e sterz immediatamente:
Intendo il fisico, la salute...
Ma fra' Pierrot era inesorabile:
 un grande spirito, un cristiano umile e profondo, una miniera di saggezza e di grazia, anche se ogni tanto...
Ogni tanto?
Non so, non sappiamo: ogni tanto fa discorsi oscuri, pone domande senza senso, insomma, di punto in bianco diventa incomprensibile come i profeti.
No, i profeti no, pens Gide, tutto ma non i profeti! Si rivide con lui, ad Algeri, prima che il processo lo annichilisse. L'aveva incontrato che passeggiava circondato dalla solita schiera di proseliti e perdigiorno che pendevano dalle sue labbra in un pomeriggio affocato. Si erano salutati. Intabarrato in metri di caffettano che strusciavano per terra, impomatato a suo modo nonostante la calura, gli aveva detto con tragica comicit: Sono qui per svergognare il pi possibile questa citt -. Era un'evidente autoironia e Gide aveva avvertito come una stanchezza, uno sconforto, un'attesa di sconfitta incombente. Anche la sua conversazione non era pi la stessa: si esibiva s nei soliti monologhi-fiume, con quell'abilit di un prestigiatore che Gide aveva conosciuto. Ma rimaneva, ora, solo il trucco, non la meraviglia. E la gente intorno rideva per abitudine, per compiacerlo, senza nessuna convinzione.
Era stato ad Algeri, durante una serata danzante, che Gide si era azzardato a provocarlo:
Perch gli aveva chiesto il vostro teatro  cos inferiore alle vostre conversazioni? Voi scambiate gli amici
per il vostro pubblico, ma cos non : sarebbe ora che imparaste a scrivere.
Lui non aveva fatto una piega:
S, lo ammetto, aveva risposto. Le mie commedie non sono eccezionali, anche il Dorian Gray...  stato un po' una scommessa. Ma sapete, scrivere mi annoia a morte. Io tutto il mio genio l'ho profuso nella mia vita: nelle opere ci ho messo solo il talento.
Ora possiamo andare, gli stava dicendo fra' Pierrot, pare che fra' Sebastiano si sia ripreso -. Lo precedette per un corridoio buio e si arrest davanti alla porta di una celletta. Prima di bussare chiese:
Chi devo annunciare?
Wilde, Oscar Wilde.
Fra' Pierrot non batt ciglio. O quel nome non gli diceva niente o sapeva fingere bene. Entrarono.
Il vero Wilde era li seduto allo scrittoio, intento ad annotare qualcosa su immensi fogli bianchi. Quando alz lo sguardo, Gide stent a riconoscerlo: il viso che ricordava beffardo e regale si era come sfilacciato, infiacchito; gli occhi da fauno irrigiditi, liquefatti; la piega sottile delle labbra, met sorriso, met presa per il culo, scomparsa, cancellata. Quando apr la bocca per dire Accomodatevi!, Gide rimase come interdetto: non aveva pi denti.
Contrastava con l'uomo l'eleganza sobria della camera: niente di eccessivo, di esagerato. Pochi mobili molto ben tenuti, due tappeti d'indubbio valore, una libreria ordinata e variopinta, un letto austero e in perfetto ordine. Da un lampadario in cristallo di Boemia s'irradiava una luce che rendeva vive le pareti coperte di acquerelli di ottima fattura. Nessun crocifisso in giro.
Fra' Pierrot fece le presentazioni.
Wilde? disse Wilde. Ma che sorpresa! Ho sentito molto parlare di voi. E come vanno le cose a Londra? O adesso siete a Parigi?
Gide intu subito che sarebbe stata una battaglia dura. Quando era stato informato di dove fosse e di come si facesse chiamare, aveva pensato di andargli a far visita per un misto di piet e di ammirazione: l'uomo era stato grande e lo meritava. E poi gli aveva cambiato la vita. Glielo doveva. Ma chi l'aveva preceduto a Berneval ne era tornato indietro con ben altre notizie: Wilde non si faceva chiamare Sebastian Melmoth, era Sebastian Melmoth, o credeva di esserlo, o sapeva di non esserlo e fingeva.
So tutto di lui, aveva pensato, prender il suo aspetto, lo interpreter.  l'unico modo per tirarlo fuori di l, dovr ben tradirsi, non potr reggere il suo specchio. Wilde era il Menalca delle sue Nourritures, e doveva tornare a Parigi, a testa alta.
NOTA: Menalca  il pastore-poeta delle Bucoliche di Virgilio. FINE NOTA.
Vivo a Parigi, rispose Gide. Ma  stato un difficile ritorno.
So tutto, conosco i particolari del vostro processo. Dovete aver sofferto molto in carcere.
Io sono lui, io devo essere come lui, pens Gide, non ho altre strade, devo dimenticarmi di me.
 passata, fra' Sebastiano, con il peso di un'ingiustizia umana e divina. Tutto ci mi ha concesso un credito con la verit.
Non esiste ingiustizia divina, replic Wilde. Quel che riteniamo ingiusto  solo il nostro amor proprio offeso. Solo gli uomini sbagliano, e in due modi: ritenere gli altri peggio di s e ritenere se stessi, sempre e comunque, al di sopra degli altri.
Dio controbatt Gide  il passatempo preferito della nostra mediocrit: una personalit che supplisca a quella che non abbiamo.
Gide si accorse che stavano menandosela per aforismi, il campo preferito di Wilde.
Per cosa siete qui, Wilde? chiese Wilde. Per far colpo su di me con le vostre preziosit? Fatica sprecata, conosco tutto di voi, e ho una risposta pronta per ogni vostra boutade.
Gide non stentava a crederlo. Sono qui per la mia curiosit, sapevo di voi, avevo bisogno d'incontrarvi. Per il mio Faraone(6). Ho intenzione di scrivere questo dramma e desidero che illuminiate le mie scarse cognizioni bibliche.
Wilde rise, si alz, cominci a girellare per la stanza.
Voi, Il faraone. NOTA: Il faraone  il titolo di un dramma che Wilde ebbe intenzione di scrivere, ma non ultim. FINE NOTA.
Voi che avete gi abbastanza imbrattato carte con la vostra Salom?
Siete voi a non voler capire, Sebastian, l'opera d'arte, la vera opera d'arte non  mai oggettiva. La storiografia lo  ed  per questo che annoia tanto.
Se non provassi pena per questo vostro assurdo tentativo di tornare sulla scena, se non avessi piet per un uomo gi distrutto dal carcere, vi riderei dietro, Wilde. Bella la marsina che sfoggiate, bello il cilindro che tenete fra le mani, ma che ne  stato della vostra vita? Avete riso delle tragedie e pianto per le frivolezze: c' un fine, uno scopo, in tutto questo?
Non ci sono tragedie su cui piangere, l'uomo  ridicolo fin dalla nascita, la vita di per s non ha senso, e diventa vera solo quando imita l'arte.
Arte? Mi state parlando forse delle vostre commediole? La vostra Lady nonsoch e i suoi dandy fricchettoni? Quel patetico gioco di parole tra Ernesto e onesto? O intendete Dorian Gray? Credevate veramente di sputtanare i borghesucci inglesi? Non vi siete accorto che invece mettevate in discussione voi stesso e le vostre scelte morali?
Signore, io non capisco a cosa vi riferiate, rispose Gide, per la verit preso in contropiede.
Il vostro Dorian Gray  il pi grande atto di penitenza inconscio (o no?) che abbiate mai scritto. Vi siete mai reso conto di quale sia l'assunto finale? No? Ve lo riassumo: vivere cogliendo gli attimi, vivere fermando il tempo alla stagione dell'alterigia, della deificazione di s, porta solo a dimenticare, a fingere di dimenticare, che lo spirito, sbriciolato in un angolo, continua a morire. E voi in quel ritratto avete sbugiardato una vita insensata, posticcia come quelle barbe che nascondono il volto di certi assassini.
Stuprare se stessi lo invest Gide, che ormai si credeva Wilde  una violenza coerente ma  pur comunque un gioco. Nella vita le uniche cose serie sono quelle ininfluenti. Io vivo per il superfluo: cosa avete voi di cos universale da mettere sul piatto? Io ho le tentazioni -. E scroll la cenere del suo sigaro in una tazza.
Le tentazioni sono farina inacidita in confezioni sigillate con la carta del desiderio, disse il vero Wilde. Il desiderio  la terra in vista, scogli ovunque, secche incognite, quando il galeone crede di salvarsi dalla bufera. Non c' bufera che un bicchiere d'acqua non contenga...
Ecco, ecco, s'intromise fra' Pierrot, questo  quel che intendevo, signore: a tratti diventa incomprensibile e parla per appio... affio...
Aforismi, fra' Pierrot, lui parla sempre per aforismi, ma questi non hanno n capo n coda.
Wilde si era drizzato in tutta la sua imponente statura: aveva due occhi liquidi e fissi nel vuoto, il dito puntato contro Gide. Sembrava Savonarola.
... Due sono le tragedie dell'uomo: misurare l'acqua a metri e la terra a litri... Le donne sono Madonne o Madonne le donne? Donna, donna, donna, sei tu Madonna?
Improvvisamente Gide si rese conto della situazione. Si trovava tra un francescano pazzo vestito da Pierrot e un amico impazzito da non sapere pi chi era.
Fra' Pierrot si tormentava il pon pon con le dita. Signore, cosa dobbiamo fare? Come possiamo farlo tornare in s?
Gide spiaccic il sigaro.
Mi aiuti, signore, la prego, continu fra' Pierrot.
C' modo di fermare questi affiorismi?
Aforismi, Pierrot, corresse Gide, sono la sua specialit da sempre. Ma una volta diceva quello che non sapeva, ora non sa quello che dice.
Fra' Pierrot era un semplice e da semplice pensava cose elementari.
Proviamo a gettargli l qualche parola,
propose. Magari gli si riaggiustano le rotelle.
Proviamo, Pierrot, cominci lei.
Matrimonio! url il povero frate interrompendo la sequela di spropositi di Wilde.
Il matrimonio  la tromba dell'amore, lo squillo che tace i tamburi del vizio...
Non mi pare che funzioni, disse Gide, ma provi ancora.
Fede! url fra' Pierrot.
Credere  sapere: aggirarsi in una stanza scura, scorgere i sanitari, non dubitare che ci sia anche la carta igienica...
 troppo, comment fra' Pierrot preoccupato. Bisogna farlo tornare in s.
Signore, url Gide, e i vetri delle finestre tremarono,
smettetela una buona volta di fare il buffone: voi siete Oscar Wilde, alzatevi, prendete le vostre cose e seguitemi, vi riporto a Parigi!
Fra' Pierrot, come se niente fosse, guard fuori il cielo stellato e punt il dito verso la luna.
Wilde non rispose subito: rest col braccio a mezz'aria e la parola spezzata, met in bocca met fuori. Ingoi pi volte saliva prima di replicare:
Voi, signore, mi sia permesso dirlo, avete bisogno di cure: anni di carcere hanno fiaccato la vostra persona, annebbiato il vostro intelletto. So cosa avviene l dentro: un'ora, una misera ora d'aria, tutti in fila senza potersi parlare mai. C' qualcuno che sanguinerebbe parole pur di essere ascoltato, anche un solo secondo, ma non si pu. Chi apre bocca  perduto: dieci giorni, un mese di cella di rigore. Si  compiuto un miracolo: Dio vi ha concesso, Wilde, di non essere prigioniero di voi stesso, avete conosciuto gli altri, avete avuto bisogno degli altri; oh, no, non intendo i bacchettoni dei vostri cafs o i buffoni di Saint-Germain: intendo gli altri, quelli veri, la piet. Sapete chi mi ha insegnato la piet prima di Cristo, prima della Bibbia? Gli scrittori russi. E voi? Non vi siete accorto, in carcere, che l'infelicit personale  un debito di natura, quella altrui  un conto che non torna nel nostro libro del dare-avere? Guardatemi! Prima di chiudermi qui l'ho visto, oh se l'ho visto il mondo, l'ho navigata la vita, ma ho cominciato a capirla solo riconoscendo la piet...
Wilde, lo interruppe Gide, mi diceste un giorno, proprio ad Algeri, se ben ricordo, che la natura non piange Narciso perch  morto giovane e non potr pi specchiarsi in lei: ma l'esatto contrario. La natura, il fiume, piangono perch loro non potranno pi specchiarsi in lui. Questo era il vostro mondo capovolto, allora.
Non bisogna mai ricominciare la stessa vita di un tempo: un artista non ripete mai la stessa opera d'arte, altrimenti rivela di aver fallito.
All'improvviso Gide cap. Si rise addosso silenziosamente. Non aveva pi nessuna importanza che Wilde fingesse o no, perch questa finzione era molto pi vera della verit. Tra le nebbie della memoria riaffior una massima, un'altra tra le innumerevoli di Wilde: Oggi essere comprensibili equivale ad essere scoperti.
Tir su il bastone, si aggiust il cilindro sulla testa, fece un lungo inchino: aveva perso.
Parleremo un'altra volta del mio Faraone, disse a mo' di congedo, se avr un'altra opportunit. Nel frattempo mediter sulle vostre parole -. Usc dalla porta e s'incammin per il peripato. In un attimo fra' Pierrot gli fu al fianco, trotterellando.
Cosa ne pensa? Come l'ha trovato? chiese con trasporto rispettoso.
Non l'ho trovato, fra' Pierrot, e lui non ha trovato me.
A sera fra' Pierrot buss delicatamente alla porta di fra' Sebastiano portandogli la sua tisana. Lasciata la tazza sul comodino stava gi per andarsene, quando l'uomo lo ferm:
Ha mentito.
Chi ha mentito?
Quel visitatore; non era Oscar Wilde.
E come fa a saperlo?
Wilde non getta mai la cenere del suo sigaro dove capita: ha un suo piccolo astuccio da tasca, perch perfino la cenere del suo sigaro  qualcosa di esclusivamente suo.
Sorseggi la tisana, gli fece cenno di restare.
Tu non sai chi io sia, fra' Pierrot. Vuoi che ti dica com'ero prima e come sono adesso? Ti accontenter, ma devi saper leggere tra le righe... C'era una volta un uomo amato da tutti perch narrava storie. Ogni volta che tornava dai suoi viaggi gli si stringevano intorno e lo incitavano: Su, raccontaci, cos'hai visto oggi? E lui: Ho visto nella foresta un fauno suonare il flauto e giovani satiri danzargli intorno. Ancora, ancora! incalzavano gli uditori. Vicino alle rive del mare ho visto tre sirene che si pettinavano i capelli verdi con un pettine d'oro. E tutti l'amavano perch raccontava quelle storie. Un giorno, durante un viaggio, vide davvero tre sirene in mare che si pettinavano i capelli verdi con un pettine d'oro, e pi in l, traversando il bosco, incontr un fauno che suonava il flauto circondato da satiri. Quella sera, tornato in paese, quando gli chiesero come sempre: Di,
racconta cosa hai visto oggi! lui rispose: Niente ho visto.
NOTA: Questa sorta di fabliau (che non  ovviamente un aforisma, come pensa il povero fra' Pierrot)  racontato da Gide nel testo citato. FINE NOTA.
Fra' Pierrot non ci cap un'acca, ma dentro di s pens: Per, questi "affiorismi". Devo impararne qualcuno, possono venir sempre buoni.
Allora  questa la nostalgia? Io non conosco la tristezza, ma la nostalgia posso permettermela, pens Teliqalipukt.
Era tanto che non scendeva pi sulla terra a seguire le storie degli uomini. Poteva vederli da lontano, si, confusi alle loro impalcature, ai rifugi di pietra, ai ponti, alle fabbriche, alle strade, ma non era come parlarci, mischiarsi ai loro odori, essere l, sentire lo scatto dei pensieri, il momento delle decisioni: non era come partecipare della nebbia che scendeva improvvisa e frenava la corsa, tacitava l'assalto, o del tuono che accelerava il battito e lasciava incerti se uscire e provare anche quel giorno a camminare gli spazi, i campi d'armi, i campi di grano.
Si sedeva allora a mirare il passaggio di dame e signori, in sete trasparenti e velluti orientali, per le strade di Firenze, Parigi, Anversa. Parlavano parlavano, gli uomini, e gli si addensava il fiato, prendeva forma di nuvola sulla bocca: parlavano dai banchi di cambio, dalle loro botteghe di broccati e di monili d'oro finissimo, gesticolando dentro le larghe maniche a magnificare tanta rara bellezza che veniva dalle Fiandre e dalla Siria; e parlavano, gli uomini, sbattuti dal vento sulla tolda di una nave, Ulisse o Caboto, stregati dalle onde e dalle sirene invisibili e feroci: Dove si va? Che conta? A dritta, a dritta! Finir il mare, finir il mondo,  l che andiamo,  l che vogliamo sapere; parlavano a testa bassa le donne, belle ed eteree, poco o nulla intrigate da commerci, cacce, cavalli, e
meno ancora dall'orizzonte sfuggente ai marinai: ondeggiavano il capo ora di qua ora di l, per scacciare fastidiosi moscerini dai capelli, e lanciavano sguardi intorno immaginando l'amore, cio lo sragionare dietro un sogno, un diritto negato e bramato, una rivincita della fantasia, schermaglie, ritrosie, resa fino alla capitolazione, alla vittoria, ai biglietti segreti, agli amplessi negli androni, alla vergogna di essere segnate a dito in un pomeriggio rovente di Firenze, Parigi, Anversa. Ma di altre, pi forte, finalmente, sentiva la voce: si liberava la rabbia tenuta dentro per secoli, l'io ferito relegato nelle case, nei chiostri; meno eteree, ancor pi belle, si riprendevano il mondo; alla violenza rispondevano gli occhi color avvenire, e la dolcezza, intatta ma non pi servile, rivelava tutta la sua forza.
Teliqalipukt aveva sentito gridare e nascere, sussurrare e morire; aveva visto eserciti dilagare ad annullare l'erba, fare a pezzi i fiori fino a che la piana non diventava un'unica massa di punti gialli rossi e neri formicolanti e facevan eco alle sue orecchie i pianti di madri lontane; aveva ballato le polke, le mazurke, i sirtaki nelle feste della vendemmia e della mietitura, ubriacandosi all'odore del grano tagliato che riempie le narici pi del vino, quando al tramonto i villani si dileggiano, per ridere, e le loro donne, nel sobbalzare di seni, li caricano di legnate perch tornino a casa, perch la vita non  una festa.
E poi i complotti, le speranze, le rivoluzioni per un mondo migliore. Quante volte aveva sentito questa frase: Per un mondo migliore? Volava via l'illusione in una stanza dell'Hotel Angleterre dove Esenin col suo sangue aveva scritto la lettera d'addio. Lui era l, lui aveva seguito, uno scricchiolio dopo l'altro, la penna di Tolstoj, di Flaubert; era l, era presente quando Monteverdi s'inventava l'Orfeo e catturava musica sparsa e vagante per racchiuderla in una teca perfetta e composita; ed era con Sofocle, con il suo genio, la sera che l'Antigone venne presa a
fischi e pernacchie, perch non poteva una donna sembrare cos grande; era con Vincent Van Gogh, abbacinato dall'ultimo immenso girasole, con quel pazzo di Einstein che stava per scoprire il segreto; e aveva tenuto svegli Koch, Pasteur, perch non smettessero, perch continuassero; aveva aiutato Fleming, perfino di nascosto da Dio... aveva... aveva...
Ma lui era un immortale. Impercettibile  il tocco del ricordo per un immortale.
Altra cosa  la nostalgia: se gli uomini poteva riviverli nel suo presente ricreato, non altrettanto gli era possibile per i suoi piccoli immortali, per i suoi allievi. Gli uomini erano nel mondo, loro nell'aldil: non c' ricordo nell'aldil che sia consolabile.
Arrivavano increduli, incantati e gi luminosissimi, si piazzavano l ai suoi piedi per ascoltarlo, per imparare da lui cosa mai fossero questi uomini, quale la loro verit. E lui, alba dopo alba, per un eterno che degrada in tempo, aveva raccontato le miserie e le solitudini, le follie e le estasi, perch avrebbero dovuto essere preparati, quando fosse toccato a loro di prendere il suo posto. Li contava a uno a uno nella sua mente: quanti erano stati? Tanti, infiniti: Dio com' piccolo l'infinito quando non c' pi.
Avrebbe dato chiss cosa per sentirli di nuovo arrivare vocianti, indisciplinati, come tutti i bambini, anche se loro erano speciali. Avrebbe fatto silenzio, per rispondere e sorridere alle loro domande astruse. Poteva durare per sempre? Forse, ma Dio aveva detto no, Dio aveva voluto che lui, Teliqalipukt, diventasse il suo primo consigliere, la carica pi alta, pi prestigiosa e ambita. Una noia. Dio di consigli non ne aveva proprio bisogno, almeno finora. I puri spiriti non usano parole, quegli strani suoni vivi che ci senti il senso gi da come li pronunci, li graspi, li avviti, li strascichi, li dardeggi. No, i puri spiriti comunicano per lampi intensi e brevissimi, un punto, una frazione di zero e san gi tutto: niente cadenze, niente ammiccamenti, nessuna sfumatura. E poi non ci si vede in faccia: non c', non ci sono gli occhi, mancano le rughe, uno straccio di espressione per intuire, capire lo stato d'animo, niente. E tutto concentrato in quel punto, una frazione di zero: avverti una vertigine infinitesimale e hai gi risposto, che poi  come se non l'avessi fatto, perch nella domanda la risposta c'era gi. Bell'impegno. Avrebbe dato chiss cosa per tornare con i piccoli immortali a spiegare il mondo, ma doveva scacciare quella nostalgia, non ascoltarla, fare come non ci fosse, sarebbe passata, non avrebbe calato ombre sull'armonia universale. E non ne avrebbe mai parlato a Dio, perch non poteva mettere in dubbio le scelte del suo Signore. E perch l'amava.
E proprio mentre era immerso in questi pensieri Lui arriv. A Teliqalipukt torn di colpo il buonumore. Si trov davanti un chitarrista rock d'incerta collocazione, tra il punk e il progressive, un miscuglio arrabattato di tutte le tendenze di fine Novecento: jeans stracciati, sandali messicani, torso nudo, capelli viola e arancio, Fender Stratocaster a tracolla, cicca di sigaretta che gli pendeva fra le labbra.
Sar mica uno spinello? disse ridendo.
E che te ne frega? rispose irritato. Chiudi la porta e vieni dentro!
Signore, qui non c' porta!
Fai finta che...
... ci sia, chiudila e vieni dentro.
Mi hai tolto le parole di bocca.
C' altro fuori?
No.
Per un istante ho temuto che ci fosse la band, i tecnici, il palco...
Sono un cantautore, non ho bisogno di tutta 'sta roba.
Teliqalipukt gli osserv sconcertato i tatuaggi: sulla
spalla destra una Madonna col Bambino che pareva un'alcolizzata; sul petto una riproduzione infame del Giudizio
di Michelangelo e sulla schiena un ammasso informe di fiamme.
 l'Inferno, spieg, cos, per dargli una chance, ma l'ho messo dietro per non vederlo. Credo che mi far proprio bene ascoltarti, e intanto esegui tutti gli assoli di Jimi Hendrix.
Teliqalipukt lo lasci finire, che di tempo ne avevano, poi cominci.
...
.
...
Come le farfalle.
...
.
...
Domani mi spareranno.
Ti spareranno?
Lo so,  sicuro.
E cosa vuoi fare?
Ho gi messo tutto a posto. Ho trovato un altro, uno uguale identico a me, che sar su quella macchina con te.
Chi?
Non ha importanza.
E io cosa dovr fare?
Fingere.
Lo ammazzeranno?
S.
E non puoi farci niente?
No.
E dopo?
Non lo lascerai un minuto, correrai con lui fino all'ospedale piangendo e piangerai per tutto il tempo.
E tu?
Scapper, fuggir via in un posto sconosciuto.
E io?
Non devi saperlo, mi far vivo quando potr.
E i ragazzi, tuo fratello, gli amici?
Sar morto per tutti, tranne che per te.
Sam Corbett non credeva ai suoi occhi, non stava pi nella pelle: una folla immensa intorno alla macchina presidenziale scoperta, gridi, pianti, risate in un inimmaginabile abbraccio d'amore: un fare a gara per sfiorarlo, toccarlo, dirgli una qualunque parola, una frase, mostrargli un bambino, un cartello che sfrecciava in un secondo, gridargli un urr che lo faceva vibrare, gli intronava l'anima.
Sam Corbett non era nessuno: niente moglie, niente figli, non amici, non donne. Era passato dall'adolescenza alla maturit come uno zero assoluto. Ma, d'altronde, a lui delle persone non glien'era mai importato nulla. Lui viveva per le sue farfalle catturate, imprigionate, infilzate, catalogate specie per specie. Quella era la sua rivincita: le farfalle, e Jenny. Perch a Jenny si, ci pensava, eccome. Ma chiudeva la sua giornata come un conto e si sentiva un numero, il risultato di una sottrazione.
Come posso fare, aveva sempre pensato, per uscire da questa mediocrit? Da questa miseria che mi sono incollato addosso? Come posso fare perch Jenny si accorga di me? Dio, quanto l'amo. Ho bisogno di un miracolo perch mi veda, mi consideri! Dio, se mi capitasse qualcosa per togliermi questa paura di essere al mondo! Se potessi farmi notare, essere in qualche modo importante, famoso, per farla ricredere!
L'uomo della CIA aveva bussato alla sua porta. Aveva tirato fuori il tesserino.
Chi? aveva esclamato Sam.
Mi faccia entrare.
Cosa? aveva farfugliato Sam.
Mister Corbett, lei pu salvare gli Stati Uniti.
Come? aveva biascicato Sam.
Glielo dir,  un attimo.
L'automobile continuava a passare tra due ali di folla entusiasta. Lui si voltava di qua e di l, cercava le macchine da presa, a tutti i costi voleva essere filmato. Jenny doveva vederlo, doveva sapere quanto era diventato importante, addirittura indispensabile per la salvezza dell'America!
Un bambino gli mise in mano una bandierina, una donna scivol e cadde nel tentativo di baciarlo: tutti urlavano, tutti cantavano, solo per lui, su quella macchina con quella donna bella solo meno di Jenny. Oh, l'avrebbe visto Jenny quanto era diventato famoso, quanto valeva, adesso.
La donna al suo fianco era elegantissima nel suo tailleur rosa, nei suoi capelli a caschetto tenuti insieme da un cappellino dello stesso colore. Lo guardava, gli sorrideva continuamente, ma c'era un che di nervoso e sfuggente nei suoi occhi. Eppure lei sapeva, doveva ben sapere di quella mascherata.
Alla fine di un lungo rettilineo l'auto imbocc una larga curva a sinistra. Dall'altra parte della strada Sam vide una macchia di gente vociante, affastellata, rapita. Lo sapeva bene che lui e il presidente si assomigliavano come due gocce d'acqua, ma che venissero a chiedergli di fare la sua parte... Quell'uomo della CIA era stato chiaro e risoluto: Il presidente non pu assolutamente rinunciare a questa parata a Dallas e non pu esser presente perch sta malissimo, e allora...
In quel momento preciso si era sentito come una delle sue farfalle, uscito da quell'orribile crisalide che era prima.
Scorrevano visi, corpi, macchie di colore; all'improvviso Sam colse fuggevolmente una testa bionda, si volt: Jenny!, gli venne da gridare, ma si blocc subito: lui non poteva conoscerla, lui era il presidente degli Stati Uniti.
Il primo colpo non lo avvert nemmeno: si port la mano al collo come se l'avesse punto una vespa. Il secondo lo squass come una tempesta: ebbe solo pochi istanti di lucidit, poi tutto si confuse, tutto si annebbi. Perse i sensi mentre Jacqueline K. lo abbracciava urlando: Via, via, presto, via, via!
Via, via, presto, via, via! url JFK al capo della CIA che gli stava accanto. I suoi due colpi erano andati a segno. In un attimo ritir il fucile dal treppiede, lo smont, lo chiuse nella sacca da baseball, si tolse i guanti, s'infil la giacca. Via, via, McDone, non possiamo restare qui un solo minuto di pi.
Si precipitarono fuori da quella stanza vuota al sesto piano e poi gi a rompicollo per le scale di servizio, infine nell'auto e sgommando verso l'aeroporto.
Due colpi perfetti, presidente, sentenzi il capo della CIA.
Doveva bastarne uno, ma ormai  fatta, rispose JFK.
L'auto trov strade praticamente deserte perch il corteo si muoveva in tutt'altra direzione. Deviarono solo il tempo per gettare il fucile nel fiume. Kennedy s'infil un maglione bianco finlandese e un paio di Converse bianche, poi inforc grossi occhiali da sole. Passarono la vigilanza senza nessun problema e in pochi minuti furono sulla pista e corsero verso l'aereo che li aspettava. Il tempo di rullaggio fu breve, ebbero subito l'ok per partire.
E furono in cielo, destinazione Reykjavik.
JFK, seduto sul fondo, si pass e ripass la mano tra i capelli. Lo faceva sempre quando doveva riassumere i pensieri. Ma c'era poco da riassumere. La sintesi era Basta! Basta con una moglie insipida, inutile e glaciale, basta con un popolo di fascisti ingovernabili, basta con un fratello che sapeva tutto, e decideva lui tutto. Basta con i russi, i cinesi, i cubani che qualche ragione dovevano pur averla, ma lui non poteva concedergliela.
E basta con 'sto sogno americano, questa bubbola, questo inganno del pi forte che  democratico, si ma solo con chi gli garba. Pens al mondo, JFK, a quand'era ragazzo, alle poesie che scriveva. A Marilyn, ad altre come lei, a quando per la prima volta, dopo anni di sogni, gli era balenato nella mente che gli uomini sono sempre inferiori alle loro idee. Anni per accorgersene: non poteva pensarci prima?
Basta, si, ma come? Non poteva mica abdicare: sarebbe stato come ammettere di aver fallito, che in realt avevano ragione gli altri, i repubblicani. No, non poteva lasciare nella merda tutti quelli che avevano combattuto credendoci come lui. Sparire, morire giovani, questo si fa mito; e allora lacrime, fiori, canzoni e libert: il sogno, la speranza. Questa era l'unica eredit che potevo lasciare, non potevo che morire.
Nessuno sapeva. Lo sapeva Jackie. Ma Jackie avrebbe finto eternamente. Lo sapeva il capo della CIA: il pilota no, ma non poteva farci pi niente. Si chin, guard se c'era lo spazio giusto sotto il sedile davanti.
Allora, presidente, a mai pi! lo salut McDone lasciandolo in quel cottage sperduto, in una piana sperduta di un'Islanda ancor pi sperduta.
JFK ebbe un attimo di debolezza, stava quasi per dirglielo, ma si blocc subito. Lo aiut il vento, cos forte da strappare le parole di bocca. Non disse nulla e in quel nulla c'era tutta la sua libert.
Lo vide allontanarsi con l'andatura tipica di un cowboy di altri tempi, entrare nell'auto e partire in tutta tranquillit.
Dovr farmi crescere la barba, pens: sal sul patio, poggi la borsa da baseball e guard il cielo.
Di li a poco l'aereo sarebbe esploso.
Tir fuori le carte e cominci il suo primo di chiss quanti solitari.
Oh, santa Maria Vergine, esclam Jimi Hendrix, cio Dio, battendosi la mano sulla fronte.  vero, l'abbiamo mollato l dal... dal...
Dal 1963, Signore, ma non ne farei una tragedia: se l' cavata benissimo.
Ah, s, gi, fin col metter su una piccola compagnia teatrale, se non sbaglio...
Non sbagliate, ovviamente. Roba del posto, perch dall'Islanda non  mai pi uscito.
S, s, ora lo vedo... Shakespeare... e recitava tutte le parti da solo... ma come faceva per i dialoghi?
Nessun problema, si spostava qua e l sul palcoscenico. Le tragedie duravano sei o sette ore, il pubblico andava e veniva, e la storia se la ricostruiva al pub. Un vero Fregoli, cambiava voce e costumi in un lampo ed era sempre l'altro di un altro. Il che ci riporta all'antico dilemma: l'attore  un uomo finto che dice cose vere con parole finte o un uomo vero che dice cose finte con parole vere?
Questa non l'avevo mai pensata, bofonchi Dio che in verit non pensava mai.
Si potrebbe continuare all'infinito come in un gioco di specchi.
No, no, questa  vecchia, ci han gi provato in tanti a farla passar per buona. In verit una fine c' sempre, -disse imbracciando la Fender. Ascolta, e fece un movimento che in realt disse di aver fatto perch Teliqalipukt non vide e senti nulla.
Sicuro d'aver suonato? Non m' parso proprio.
Hai presente il bianco, che ci stan dentro tutti i colori? Be', questo che ti ho fatto sentire  l'unione di tutti i suoni possibili e immaginabili: un non-suono.
Come dire il silenzio?
Fermo li: il silenzio  assenza di suoni, quello che tu non hai udito  la totalit di suoni. C' una differenza ontologica: una cosa  zero, un'altra cosa  infinito meno infinito uguale zero, e per inciso  proprio cos che ho fatto il mondo: da un infinito di suoni ingarbugliati tra loro e giustamente muti ho separato accordi, toni, armonie, note e ho creato la mosca e l'uomo, nonch i pensieri e i cavoli di Bruxelles. Ora io potrei modularti una gamma spropositata di non-suoni che per tu, nella tua incolpevole ignoranza, non riusciresti ad avvertire, quindi ti sollazzer con qualcuno dei miei capolavori comprensibili: ascolta e impara!
A Teliqalipukt tocc sorbirsi la Nona, il concerto in Do minore di Rachmaninov, Un bel di vedremo, Gershwin,.e quando si arriv a Orietta Berti cominci a rimpiangere che il suono non fosse uguale al silenzio.
Levatemi una curiosit: non vorrete mica farmi credere di averla scritta voi 'sta roba?
E secondo te, chi la mette in testa agli uomini, tuo nonno?
Io non ho nonni, ma mi rifiuto di pensare che voi passiate di notte mentre dormono e fischiettiate nelle loro orecchie, finch non ne possono pi, si alzano e scrivono!
Be', non va proprio cos: io li metto nelle condizioni, gli svelo lo spazio, li estranio, li libero, il resto  loro. Fanno esattamente come me, eliminano il superfluo, che son bambini, supermarket, mogli (o mariti) gelose, pranzi, cene, previsioni del tempo, io invado tu ti difendi, la propriet  un furto, un diamante  per la vita, e quel che resta o  un'esistenza insopportabile piena di tranquillanti o  musica, a volte le due cose insieme.
Teliqalipukt pens che non avrebbe voluto essere Dio nemmeno per tutto l'oro del mondo. Torn a immaginarsi Kennedy solitario e finale che correva qua e l per essere simultaneamente Amleto, Polonio, Rosencrantz e Ofelia, ed ebbe un'illuminazione improvvisa: ora sapeva quale sarebbe stata la sua prossima storia, la sua prossima sfida.
Prov innanzitutto a sondare il terreno:
Per tornare a Shakespeare: pensate sia credibile che fosse veramente Shakespeare?
Non fa nessuna differenza, Teliq, avrebbe potuto essere anche un cane parlante, conta solo quel che ha scritto.
E non quello che ha vissuto?
Ma cosa ha mai vissuto Shakespeare? Togliamoci questo sfizio, Teliq, tu l'hai mai veramente visto? Dimmelo, perch io non mi sono neanche accorto che sia esistito, in Inghilterra poi, con quella faccia da terrone!
Fu proprio allora, in quel preciso istante che Teliqalipukt cominci a nutrire dubbi sullo stato depressivo di Dio. Ma allora cosa voleva da lui?
L'altro, come per rafforzare la sua tesi peregrina, mollata la Fender tir su la Martin e diede il via a una serie di lagne insopportabili, dai trovatori su su fino ai cantautori pi depressi, uno in particolare che doveva essere la sua passione.
...
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As you like it.
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NOTA: Traduzione: come vuoi tu, come volete voi. Avrei preferito: Cos  se vi pare di Pirandello, ma anche Come vi piace rende l'idea. In pi la commedia contiene una dedica a Marlowe. Ma non anticipiamo. FINE NOTA.
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Un passero, quello  un passero, pens Thomas Kyd. Un passero nella feritoia della cella. Ci sar pure il cielo da qualche parte l dietro: c' sempre il cielo dietro un passero.
Ma non lo vedeva. Si trascin a fatica dal pagliericcio su per il muro con tutti quei dolori che gli mordevano le gambe e i fianchi. E la testa? Dov' la testa? Sollev le mani, ma non la trovava. Allora si distese di nuovo e si tocc a lungo, ovunque e penosamente, finch non ci vide pi perch si era coperto gli occhi. Eccola dov'era, la sua testa. Se l'aspettava da tutt'altra parte. Continu a scendere con le dita per sentire le labbra. Ma le labbra non c'erano: al loro posto un bubbone gonfio, uno strato di vetro grumoso, rappreso sul mento, si allargava in piccoli e doloranti solchi, tagli, strappi, canali.
Devo dirmi che ci sono, devo fare qualcosa, gridare... Gli usc un urlo gorgogliato, ruminato come quello di un bue ferito a morte; rimbalz da una parete all'altra, schiant il silenzio e gli si rituff in gola come un fiume di acquavite ingoiato tutto d'un fiato. E allora sent la forza, tutta quella forza che si ha dentro e diventa vendetta e devastazione nella notte di Newgate,il carcere di Londra, che era giorno e inferno senza nessuna differenza, senza pi calcolo delle ore e degli insetti.
Cerc ancora di muoversi, ma non trovava appoggi: le ossa erano come staccate, liberate dalla carne. E allora si ricord le facce e i ghigni di chi l'aveva coperto di quei dolori: i guardiani, i carcerieri di Newgate. Cos tutto, poco alla volta, si fece pi chiaro: Kyd ricord chi era e cosa ci faceva in quel posto, come ci era arrivato e quando.
Fottiti, fottiti, maledetto pazzo di un Christopher. Cos' che dicevi? Ah, si: "Vieni con me Thomas, ripuliamo l'Inghilterra dai cattolici e dai puritani", fanculo, Marlowe. Partito, fuggito, evaso, disperso nell'aria. Ma dov'era andato a finire? Perch l'aveva lasciato l solo in quel letamaio?
Non sarebbe mai uscito vivo da Newgate, pens, e vivere voleva, eccome. Poi nella disperazione gli spiragli: non era lui che cercavano; era stato arrestato solo per incastrare Marlowe, perch parlasse, confessasse, incolpasse l'amico, ne svelasse gli intrighi, ne confermasse le blasfemie, l'ateismo libertino. Cominci a rianimarsi, pian piano riusc a vedere meglio, a ragionare meglio: E io zitto per salvarlo! Ora le mani gli rispondevano; lentamente, faticosamente riconobbe la profondit, l'altezza, distinse tra luce e buio, cap che quel vetro erano grumi di sangue e che la testa era al suo posto, e ci sarebbe stata a lungo se solo avesse voluto.
Cos lo prese una gran voglia di essere fuori, camminare, ritrovare gli amici, scrivere, passar notti a tradurre l'animo umano in versi, riscoprire i posti e i giorni, bere per dimenticare e ricordare per bere, tornar dietro la scena a urlare ordini ai generici, a raccomandarsi agli attori, a spiare tensione e indifferenza sui volti dei nobili ai piedi del palcoscenico, a ripetersi mentalmente le battute nell'attimo in cui venivano pronunciate, a spargere orrore, spiegare il disincanto e fingere infine nella finzione, mettere a parte gli spettatori di quel che non sanno i personaggi, l in quello spazio non-spazio che  il teatro, il teatro che estrania dal resto del mondo e che  l'unico mondo, l'unico tempo possibile.
Chiam, grid, prese a pugni con tutte le forze l'uscio della cella, fino allo spasimo, e dopo un tempo infinito sent cigolare i cardini: un'ombra gli si par davanti.
Voglio parlare, voglio confessare tutto, disse in fretta, quasi per non ascoltarsi.
Quando arriv Robert Devereux, secondo conte di Essex e capo dei servizi segreti della regina, Thomas Kyd accus Christopher Marlowe senza reticenze, rivel ogni suo pensiero, ogni sua azione e perversione. Alla fine guard in alto. Il passero non c'era pi, ma il cielo si.
NOTA: Il bel conte di Essex, pupillo di Elisabetta, poi caduto in disgrazia, era in realt il capo della Marina inglese. E opinabile che alla morte di sir Walsingham ne abbia rilevato il posto nei servizi segreti. FINE NOTA.
Thomas Kyd aveva conosciuto Christopher Marlowe nel maggio dell'89, dopo la prima della Tragedia spagnola.
NOTA: i ha notizia certa di una sua rappresentazione nel 1592, ma non  affatto sicuro che si tratti della prima. Io qui ho retrodatato l'evento al 1589. La tragedia spagnola di Kyd precorre per molti versi l'Amleto. Infatti l'apparizione di un fantasma, all'inizio, non fa che innescare una storia di vendetta e pazzia simile a quella shakespeariana. Il maresciallo Hieronimo, per vendicare l'uccisione del figlio Horatio, invita assassino e famiglia a casa sua e li fa assistere a una pice che rappresenta l'omicidio. Poi la finzione diventa realt. FINE NOTA.
Era piovuto per tutta la mattina e Kyd aveva camminato nervosamente avanti e indietro, proscenio e palcoscenico, mordendosi le mani e spedendo improperi a tutti. Poi verso mezzogiorno il cielo si era assestato: la sua Tragedia spagnola non correva pi pericoli.
Era stato un successo senza precedenti: il pubblico si era immedesimato a tal punto in quell'incrocio di vendette, in quel gomitolo di rancori, che si erano verificati pianti e svenimenti; nei posti popolari era stato tutto un litigare, uno spuntare di coltelli: tra zuffe e scazzottate non tutti erano usciti dal teatro sui propri piedi.
A sera alta, raggiante e finalmente libero dalle tensioni della vigilia, Kyd aveva fatto il suo ingresso nella locanda del Cervo bianco. Sapeva bene che li avrebbe trovati
tutti l: scrittori, attori, uomini di scena, una masnada di detrattori e invidiosi, ma non li temeva, non quella sera, la sua sera.
Dentro era una bolgia indescrivibile: nel fumo denso e bruciante si agitavano ombre scomposte di ubriachi che inciampavano, si urtavano, mandavan bestemmie al soffitto; le servette correvano qua e l senza riuscire a evitare mani rapaci, si alzavano voci confuse a ordinare chi chiaretto chi rosso, scalpicciavano quelli rimasti in piedi, zigzagavano in tutta tranquillit i topi. Kyd non aveva ancora abituato la vista in quella nebbia quando aveva sentito i suoi versi echeggiare nell'aria: qualcuno stava declamando il terzo atto della sua tragedia. Aveva seguito il suono, e solo dopo aveva visto l'uomo. Christopher Marlowe se ne stava ritto e impettito sopra un tavolaccio, con una mano sul petto e una pertica di legno nell'altra, lo sguardo perso al soffitto e la bocca spalancata a cantare una sinfonia roca. Sotto di lui sedevano ad ascoltarlo attori e scrittori, perlopi suoi avversari, e Marlowe, nel declamare, puntava quella spada improvvisata sul petto di uno o dell'altro, visibilmente divertiti, e zeppi di vino.
Muori, Peele, aveva detto roteando l'asta in aria, orrido smanioso, sentina di vizi, leccaculo preferito di Elisabetta, e tu, Lily, che gli hai insegnato il mestiere: e muori tu, Nashe, e portati nella tomba le tue satire da bambino viziato, e ce n' anche per te Barbage, cane di un attore che te la fai giustamente coi cani e... Oh, si era soffermato rispettosamente: Dimenticavo te, Greene, critico magniloquente, viscido denigratore, anche se devo ammettere che almeno una volta ci hai preso con quel corvo parvenu abbellito dalle nostre piume.
NOTA: La frase, rivolta sarcasticamente a Shakespeare,  in realt del 1592. Greene non sopportava che Shakespeare, villan rifatto, avesse tanto successo. FINE NOTA.
Kyd si era appoggiato a una colonna guardandolo estasiato: quell'uomo grande e grosso aveva un viso liscio e
pallido da bambino malato; la barba, corta e rasa, gli copriva appena le guance ma l dove finiva spuntavano fiammeggianti due occhi da demonio.
Quando si era accorto del suo ingresso, Marlowe aveva taciuto di colpo e puntato il dito verso di lui.
Ecco da chi dovete imparare, aveva detto, ecco chi sa veramente cosa sia il teatro. Ma che dico teatro? Teatro nel teatro: fingere nella finzione e stanare la verit. Oggi Kyd ha impartito una lezione alla nostra superbia intellettuale, ha preso gli spettatori per i capelli e ha sbattuto le loro facce contro il muro, ha lavato di sangue scarlatto le vostre noiose, futili esercitazioni, ci ha insegnato la rabbia profonda e senza perdono che si annida nell'animo umano. Ora vedo che le parole agiscono in modo imprevedibile, e che non bisogna credere a ci che si vede, aveva concluso citando il finale della Tragedia spagnola.
NOTA: Confronta con: Storia del teatro moderno e contemporaneo, Einaudi, Torino 2000. FINE NOTA.
Era sceso dal tavolaccio. Nessuno rideva pi, nessuno aveva osato commentare, rispondere, difendersi.
Marlowe aveva aspettato che l'atmosfera decantasse. Non appena erano ricominciati rumori noti, non appena era rifluito sangue sul viso dei presenti e si erano riaccese dispute e monologhi lasciati a met, si era avviato senza indugio verso Kyd, e l'aveva abbracciato a lungo.
Kyd non aveva neanche fatto in tempo a riaversi dalla sorpresa che Marlowe, spingendolo delicatamente per un braccio, lo aveva condotto fra i tavoli verso una piccola scala in fondo al locale. Erano saliti. Kyd l'aveva seguito docilmente anche se un po' frastornato. Avevano raggiunto una specie di abbaino appena illuminato da una lucerna che pendeva dal soffitto. Tutt'intorno panche accatastate, sedie rotte e spagliate, bottiglie impolverate, puzza di mosto.
Marlowe gli aveva piantato addosso quei suoi occhi da orso bambino, ipnotici.
Scusami, aveva esordito, ma dovevo cogliere l'attimo, se no chiss quando ne avrei pi avuto il coraggio e l'occasione. Me la passo male, Thomas... seriamente male. A tutt'oggi divido la camera con un campagnolo cocciuto, presuntuoso e deprimente, figlio di un tale che a Stratfordupon-Avon, dove  nato, vende guanti, pelli, orzo, fave e piselli, e grazie a questa nobile arte di fotter la gente  perfino diventato sindaco, e nell'arrabattato racconto del figlio sarebbe anche finito in galera per colpe non sue. Il mio coinquilino si chiama William Shakespeare. Gi un nome cos  da fiera di paese, ma lui non ne fa mostra; si sente un dio in terra: non sa una parola di greco, conosce a malapena il latino e se gli parlo di Seneca crede che sia il mio gatto. Si  portato dietro dalla campagna un'assurda sfilza di sonetti, s hai capito bene, sonetti, manco fosse Dante Alighieri. Ma non  questo il peggio: il peggio  che  un saccente, un dilettante senza futuro, un pedante noioso e senza fantasia, un rancoroso frustrato, convinto del suo genio incompreso e incomprensibile, un professorino senza nessuna cognizione se non questo sperticato amore per gli italiani che gli ha messo in testa un certo Florio, sa Dio chi , e il loro straordinario Rinascimento. A volte si mostra cos imbecille che sembra quasi far finta. Mi si era presentato cos docile, disponibile, cos affabile che ho commesso l'errore di credergli e d'invitarlo a condividere la mia stamberga. Sembrava una donna: ha cominciato a mettere tutto in ordine, impilare i testi per argomento, far la punta alle penne, nascondermi il vino, pulire e rassettare ovunque, sgridarmi per le sbornie, leggere in segreto quel che scrivevo e correggerlo con note a margine, e buttarsi in studi matti e disperati dei suoi italiani: un meschino, una fandonia d'uomo, un insetto che canta. Un giorno viene e mi chiede: Ma perch scrivi senza rime? Mi cascano le braccia, Thomas: cosa posso rispondergli? Come posso spiegargli il blank versed Cos umano, storico, universale? Si va per accenti, cio
per ritmi, William, gli dico, il verso vuoto  la scansione pi simile che esista al dramma antico, a Sofocle, a Seneca. E il pentametro giambico: sai cos'? No, mi risponde. William, tento di dirgli, la melodia espressiva pi alta che puoi dare a un discorso tragico  data da un ritmo di accenti ossessivi e aritmetici, il resto  prosa. E allora, mi fa, non capisco. Certo che non capisci pezzo di un bifolco. Non capisci perch scrivi sonetti, ma una tragedia  tutt'altra roba... Ma io ne sto scrivendo una, l'Enrico VI, vuoi che te ne parli? Ci mancherebbe altro. Mi metto la testa tra le mani e ci rinuncio. Rinuncio a insegnargli che l'accento va messo sulle sillabe pari e rinuncio pure a credere che sia scemo. Anche se mi guardava, ti giuro Thomas, come se avesse visto sua madre scopare col calzolaio.
Marlowe si era interrotto. Affacciandosi alla scala aveva chiamato a gran voce l'oste reclamando del vino, poi aveva preso dal mucchio due panchetti, li aveva spolverati col dorso della mano e li aveva piazzati uno davanti all'altro.
Bene, questa  la premessa, ora siediti che viene la proposta. Io con questo non ci sto pi, ma non ho nemmeno la possibilit di prendermi uno straccio d'alloggio per me solo, visto come me la passo. Ti chiedo: possiamo convivere da qualche parte io e te e accollarci insieme le spese?
Kyd aveva iniziato a fare i suoi calcoli.
Giravano su Marlowe voci di ogni genere, dicevano fosse un ateo, un libertino, forse un omosessuale. Di certo non godeva del favore popolare, ma era amato e difeso dalla Corona, e pareva frequentare il circolo di Walter Raleigh, favorito di Elisabetta. Fidarsi, non fidarsi?
Kyd questo Shakespeare l'aveva intravisto una o due volte (se pur era lui) in qualche taverna, ma non l'avrebbe mai riconosciuto: uno qualunque, una figura anonima. Non era certamente dei loro.
La proposta di Marlowe era parecchio allettante: convivere col pi grande tragediografo vivente gli avrebbe spalancato un mucchio di porte, spianato chiss quante vie.
Cos aveva accettato. Avevano affittato una stamberga non lontana dal Theatre, abbastanza ampia da permettere a entrambi uno spazio personale per vivere e lavorare.
Di lavorare a Marlowe non passava neanche per la testa: era sempre in giro. Partiva: per il Belgio, per le Fiandre, per l'Irlanda, senza spiegare perch, e tornava in giorni imprecisati, senza avvisare, quando gli capitava.
Kyd non prendeva la vita come un trastullo, ne conosceva bene l'assurdit, condivideva il terrore e il fascino del dubbio, lo strappo ideologico e personale di Enrico VIII, la solitudine regale di Elisabetta in materia di fede. Non gli turbava tanto l'animo questa lacerazione definitiva dalla Chiesa di Roma, quanto la conseguenza culturale e individuale di tutto ci. Ateo lo era gi da tempo, come anche Marlowe, ma la garanzia di un ordine superiore, la supposizione di un mondo governato da un dio intelligente erano fin troppo necessarie per la sua scrittura. Non poteva dare al pubblico incertezze e disincanti: il successo sarebbe arrivato solo dalla punizione del male, dal trionfo del bene. Cos'era il male? Cos'era il bene? S'interrogava, Kyd, e decideva di non decidere. Rappresentare, sbattere in faccia agli spettatori le passioni umane senza prendere le parti di questa o di quella ragione. Ecco cos'era il teatro, il suo teatro.
Ogni tanto ripensava a quando da bambino costruiva pupazzetti di stracci e li faceva dialogare tra loro. Creava. A vent'anni, leggendo Seneca, aveva capito che il teatro era l'unico modo di essere come dio, perch il teatro crea, la vita si limita a imitare.
Viveva, Kyd, le assenze di Marlowe in una grande frenesia compositiva che aveva raggiunto il culmine quando si era imbattuto nella triste cronaca di un principe danese, Hamlet, e della sua insostenibile pesantezza dell'essere. A Hamlet, sua madre e lo zio, che erano amanti, avevano ucciso il padre. Kyd ci aveva visto dentro il contorcimento degli affetti pi sacri, lo schianto della famiglia, del sangue, e allora aveva improvvisato la pazzia del giovane principe, come nella Tragedia spagnola, facendogli rappresentare a corte, davanti ai colpevoli, l'assassinio del padre.
NOTA: L'Hamlet di Kyd, da cui ha preso spunto Shakespeare, non ci  arrivato. FINE NOTA.
Viveva, Kyd, le assenze di Marlowe aspettandone il ritorno, quasi l'amico fosse unico e speciale. Si era innamorato di lui nell'attesa, con la speranza che si ripresentasse orso terribile sporco e untuoso qual era, purch fosse Christopher Marlowe, purch fosse lui.
E quando un giorno era tornato finalmente da uno dei suoi viaggi inspiegabili, Kyd aveva capito che avrebbe fatto qualsiasi cosa per quell'uomo: gli aveva buttato le braccia al collo e l'aveva baciato a lungo.
Dove sei stato? Cosa hai fatto? Cosa fai? gli aveva chiesto in preda all'agitazione.
Marlowe si era sdraiato sul letto incrociando le mani dietro la nuca.
Vuoi veramente saperlo? Se te lo dico non torni pi indietro:  un segreto, un grande segreto. Sono stato a Reims.
Perch?
Per ordine di sir Walsingham, per spiare i cattolici, per scoprire quali connessioni hanno con i dissidenti inglesi, per difendere la regina, l'anglicanesimo.
Ma cazzo, tu sei ateo!
Piano, piano: certo che non me ne frega niente della Bibbia e dei Vangeli, ma la protezione reale val bene tutto ci.
Sei una spia, dunque? Un ateo che fa l'anglicano per convenienza?
Ah, se  per questo, in vita mia ho fatto ben altro per convenienza, ma vedi, Thomas, vivere non  come scrivere. Nella vita ti vendi e ti compri secondo opportunit. La vita non  verit,  inganno, mercificazione, menzogna.
Una spia.
Con Walter Raleigh. Sono nel suo club, da tanto. Ho cominciato che ero ancora uno studente: la Corona mi ha coperto tutte le assenze, ha ripagato tutto quel che ho spaccato e distrutto. Per inciso, anche Raleigh  un libertino: questo mestiere fa da copertura all'unica cosa in cui crediamo e cio di non credere a niente.
Kyd lo sapeva bene. Per Marlowe stare dalla parte degli anglicani, della regina, era solo una maschera. In realt odiava qualsiasi dogma, qualsiasi ideale. Rideva di Vangeli, Bibbie, Corani, come di fandonie nate dalla vigliaccheria e dall'impotenza umana, e per la stessa ragione non sopportava gli uomini, massa di mediocri, pezzi infranti di una vetrata mai esistita, soffi di vento senza direzione, creduli, perdenti, patetici al punto da mettersi insieme per poter gridare contro qualcuno: solo le grandi menti meritavano grandi passioni, solo i grandi giocatori meritavano il mondo. Marlowe disprezzava chi si faceva scudo della verit inventando balle salvifiche: l'universo era per lui un nonsenso senza vie d'uscita, da mascherare solo per salvare i finali delle sue tragedie.
E Kyd era cascato nella trappola di quell'imprendibile furore. Aspettava ogni ritorno perch piantasse quegli occhi allucinati nei suoi e delirasse mondi incontentabili lungo disteso sul pavimento, recitasse fino ad essere tutt'uno con i personaggi, fino a stramazzare nel sonno fra le lacrime.
Quello era l'uomo, e quell'uomo l'aveva catturato, giorno dopo giorno, fino a succhiargli l'anima, fino a che anche lui era diventato ateo e blasfemo e, pur di compiacerlo, spia. E cos aveva conosciuto Walter Raleigh, uomo di fuoco, vizio e passione, trasporto e calcolo, ormai capo indiscusso dopo la morte di sir Walsingham.
NOTA: Sir Francis Walsingham fu il capo dei servizi segreti della Corona per la repressione dei cattolici (e dei libertini) fino alla morte (1590). Da quella data in poi faccio ricoprire un po' arbitrariamente quel ruolo dal conte di Essex. FINE NOTA.
Portava messaggi, incontrava emissari in crocicchi sperduti, stampava volantini, pi volte aveva visto bastonare uomini sconosciuti, a volte li aveva visti morire. Era stato colto da una sottile frenesia che non lasciava scampo, si era invischiato cos tanto in quel gioco di ricreazione del mondo da credersi persino felice.
 dunque l'universo uno, infinito, immobile, una  la possibilit assoluta, uno l'atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno l'ente, uno il massimo e ottimo il quale non deve poter essere compreso: e perci infinibile e interminabile e per tanto infinito e interminato per conseguenza immobile; questo non si muove localmente perch non ha cosa fuor di s ove si trasporta, atteso che sia il tutto; non si genera perch non  altro essere che lui possa derivare o aspettare, atteso che abbia tutto l'essere... Freddo, quasi metallico, magico e raccapricciante insieme, lento a scandire, come se le parole fossero state gioielli d'oscuro brillio, profumi d'intensa e caduca bellezza, avvolto in un saio nero che lasciava solo intravedere i suoi occhi, l'ignoto domenicano centellinava le righe del suo libro, a mo' di salmo. Guizzi di un fuoco acceso ne segnavano a volte i tratti del volto cotto dal sole e solcato da rughe; le mani andavano e venivano seguendo spasmodiche i gravi della voce, non la sola cosa che in lui mettesse spavento, accompagnata com'era, in quella cantina marcia, dal fischio di un gufo che in qualche parte uccello, in altre anima, punteggiava da fuori ogni interruzione. ... non si corrompe, perch non  altra cosa in cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa, non pu sminuire o crescere, atteso che  infinito, a cui non si pu aggiungere, cos  da cui non si pu sottrarre, per ci che lo infinito non ha parti proporzionabili.
NOTA: Giordano Bruno, De la causa, principio et uno. 1584. FINE NOTA.
Aveva chiuso il libro e chinato il capo. Kyd aveva fatto lo stesso per pochi secondi ma quando l'aveva rialzato non l'aveva pi visto: era sparito. Non dalla porta che restava chiusa e nemmeno evidentemente dall'unica piccola finestra lass che rifletteva un raggio lunare.
Nessuno si era mosso, nessuno aveva parlato. Dopo un minuto che era parso un'eternit era stato Raleigh a dare il segno. Allora tutti si erano alzati, si erano coperti col cappuccio, erano sfollati in silenzio.
C'era nebbia. Marlowe e Kyd avevano salutato abbassando la testa, si erano avviati lentamente verso casa. Kyd voleva sapere, assolutamente.
Chi  quel frate?
Non l'hai ascoltato?
S, ma chi ?
Dice che Dio  la natura stessa e niente  stato creato.
Kit, NOTA. Nome con cui era comunemente chiamato Christopher Marlowe. FINE NOTA. Ho inteso, il suo pensiero  il nostro, ma da dove viene, come si chiama?
Camminavano rasente i muri per non cadere in qualche buca o inzaccherarsi in qualche pozzanghera; a stento riuscivano a vedersi l'un l'altro.
Ha molti nomi. E venuto, andato e tornato. Un tempo si faceva chiamare Henry Fagot e lavorava presso l'ambasciatore francese a Londra. Un genio purissimo, la pi grande spia che l'Inghilterra abbia mai avuto... ma guarda l, non  una luce quella? Passi lunghi, Thomas, tiriamoci fuori da questa nebbia infernale: seduti davanti a un buon chiaretto si parla meglio.
Era proprio una taverna e vi si erano infilati senza indugi. Dentro regnava un'inaspettata quiete. Il locale era piccolo, basso il soffitto, pochi gli avventori: un bel fuoco acceso mandava ventate benedette di calore. I due si erano sistemati vicino alla porta, spalle al banco dell'oste. Marlowe si era guardato intorno: al lato opposto della sala sedevano due figure corpulente intabarrate ancora nei mantelli, chiacchieravano e ridevano smodatamente senza alzare lo sguardo dal tavolo; vicino a loro altri due avventori erano immersi in una partita a dadi: tiravano e facevano il conto ad alta voce. A Kyd era parso di scorgere un lampo di preoccupazione negli occhi di Marlowe.
Ti racconter da principio, aveva esordito l'amico rassettandosi la chioma con una mano, perch i fatti a cui dobbiamo risalire sono di qualche anno fa. Sar sintetico, Tom, perch la storia  parecchio ingarbugliata e i protagonisti tengono i piedi in dozzine di scarpe. Ma i nostri personaggi possono aspettare, perch noi dobbiamo partire dalle idee, queste nuvole numinose che fanno il cielo del vivere ora terso ora oscuro e cangiano in pioggia o neve o fuggono, spinte da venti improvvisi che sono guerre, miseria, potere, sogni, odio, superbia. Ora, Thomas, l'Europa  in mille pezzi, frantumata dal dubbio, dal disgregarsi delle sue certezze di fede che tu sai io irrido come meschine fole. Da una parte l'antica possente piramide cattolica con la terra al centro del creato e Dio a dettare agli uomini con l'inchiostro del loro destino. Dall'altra il sole al centro e l'uomo padrone della sua anima, salva in grazia alla sua propria fede. Tu mi dirai:  Dio che ha voluto ci:  Dio che ha salvato il mondo e l'ha reso cattolico, ed  ancora Dio che, insofferente alle devianze, agli errori dei suoi vicari, ha permesso a Lutero di correggerli. No, Thomas, le parole di un predicatore solitario di milleseicento anni fa, i presunti miracoli di quel mago ansiogeno e mitomane hanno solo fornito garanzie fasulle nell'immagine riflessa di un regno dei cieli: regno terreno  stata subito la Chiesa, pozzo di privilegi, lusso, baratteria, intrighi; eccola allora la legge dei pi forti, degli stati pi grandi che schiacciano i pi piccoli, gli artisti, i contadini, il libero pensiero. E ancora no, Thomas, quella di Lutero, o se preferisci di re Enrico, non  una rivincita dello spirito, ma antistoria: la rivolta dei piccoli stati contro un feudalesimo universale, la nuova borghesia contro la propriet di diritto, il libero pensiero, l'interpretazione personale della Bibbia sono atti politici, terreni, come arieti d'assalto allo strapotere dei papi, dei vescovi.
Aveva fatto una pausa, e si era guardato intorno. A Kyd era parso di rivedere nei suoi occhi quel lampo di preoccupazione.
L'uomo, il domenicano che hai ascoltato, si chiama Giordano Bruno ed  un italiano di Nola. NOTA: Questo secondo viaggio in Inghilterra di Giordano Bruno  pura fantasia. FINE NOTA.
Fagot  solo lo pseudonimo che ha assunto qui in Inghilterra per le ragioni che ti spiegher, dopo. Bruno  andato oltre tutto quello che ti ho detto, ha scardinato queste due concezioni, queste immense nuvole che cozzano e combattono nel cielo, e, ahim, sulla terra. Non esistono verit assolute. L'universo di Tolomeo che vuole la Terra ferma, fissa al suo centro, giustificando cos il dominio dell'uomo sul mondo,  una gran balla. Ma  altrettanto una gran balla che sia il Sole di Copernico a far da filtro al cosmo, presupponendolo di conseguenza finito, delimitato da un Dio che ha voluto l'uomo come padrone e misura di esso. No, dice Bruno, l'universo  infinito e quindi incalcolabile con buona pace dei matematici e dei teologi. Hai capito dove stiamo arrivando, Thomas? All'estrema alcatoriet e totale eguaglianza di ogni ente, semplice o complesso che sia, perch se ci rapportiamo a un infinito,  l'esistenza, non l'essenza, a contare; non c' pi una precisa scala di cui l'uomo sarebbe il vertice: tutto in natura diventa pari, dall'insetto al mare, alle stelle, ed  questo tutto il vero e unico dio. A cosa andiamo incontro dunque, Thomas? Alla sterilit della filosofia, all'inutilit della religione, perch
l'unico campo dove non esistono leggi  quello del magico, dell'esoterico e, tra parentesi, siamo al tema del mio Faust.
NOTA: La pi famosa tragedia di Marlowe (La tragica storia del dottor Faustus), che sa Iddio quando l'ha scritta: chi dice prima, chi dice dopo. Ma  tutto questo periodo a essere cos. FINE NOTA.
I due avventori che occupavano il fondo della sala si erano alzati rumorosamente: uno sgabello era caduto ed era rotolato lungo il pavimento. Marlowe aveva avuto un sussulto e aveva tentato goffamente di mascherarlo con una risata del tutto fuori luogo. Sull'altro tavolo si continuava a giocare a dadi. L'oste aveva portato il vino facendo spazio ai due energumeni che erano usciti nella notte e si erano persi nella nebbia.
Fin qui la teoria, aveva ricominciato Marlowe sorseggiando il chiaretto, ora veniamo ai fatti. Bruno per tutte queste sue idee  stato costretto a girovagare parecchio. Quando  stato espulso da Ginevra si  rifugiato in Francia da Enrico III di Valois. Il Valois, bench giovane, aveva fatto la sua parte nella tremenda notte di San Bartolomeo ma, per ragioni politiche e domestiche, doveva guardarsi anche dai cattolici di Enrico di Guisa. Bacchettone e incapace, zampettava di qua e di l senza venire mai a capo delle guerre di religione che ancora imperversavano in Francia. Per queste ragioni ha accolto quel frate mezzo eretico che gli aveva chiesto asilo; in lui ha visto un possibile mediatore con Elisabetta per cercare un punto di convergenza fra cattolici e protestanti: Bruno glielo offriva su di un piatto d'argento ch le sue teorie magiche ed esoteriche potevano ben convincere la regina a smorzare i toni di quel maledetto conflitto. E cos Bruno, nell'83,  stato ospitato dal Castelnau, ambasciatore francese a Londra, per svolgere, in apparenza, una missione di riappacificazione: ma sta' ben attento, perch qui si mischiano le carte. Bruno non aveva nessuna intenzione di far da paciere: la sua avversione per i cattolici, le sue
pur tiepide simpatie per i protestanti erano ben note. A Londra ha stretto subito amicizia con sir Philip Sidney, fanatico nemico di tutti i papisti: e chi era mai sir Sidney? Il genero di sir Francis Walsingham, capo dei servizi segreti di Sua Maest e mio, finch la morte non lo ha colto, l'anno scorso. Ah, ah, buffa la vita. Me lo vedo il vecchio intrallazzone, baffoni e pizzetto pepe e sale, occhialino quadrato con montatura d'oro, ricevere tutto impettito, dall'alto del suo ordine della Giarrettiera, questo frate trasandato e puzzolente per accaparrarsi i suoi servigi. Che bella battaglia dialettica deve essere stata: Si, no, forse, allusioni, mezze frasi, minacce velate, ricattini, battutine, insinuazioni. Ma alla fine  fatta: Bruno assumer lo pseudonimo di Henry Fagot e operer per la regina contro i cattolici; in cambio potr liberamente esporre le sue teorie a Oxford. Ecco perch Bruno si era voluto imbucare nell'ambasciata francese a Londra. Quel posto era una miniera di informazioni su manovre, spostamenti, piani dei papisti, cui il buon Michel de Castelnau faceva da tramite. L Bruno ha cominciato la sua doppia vita: da frate diceva messa e predicava; da spia frugava tra carte, lettere, documenti di ogni specie, e tanto che ha frugato, ha fatto saltar fuori il carteggio tra Castelnau e Maria Stuarda che ha portato all'arresto di Francis Throckmorton, capo della resistenza cattolica. Il cerchio era chiuso; Bruno che nel frattempo aveva pubblicato di tutto se n' tornato in Francia.
I dadi continuavano a rotolare. L'oste stava girando tra i tavoli con una scopa in mano. Una campana era suonata a morto. Kyd aveva guardato fisso l'amico:
Straordinario. Ma non capisco una cosa: perch  tornato ora?
Ah, motivi suoi, doveva vedersi con John Dee... conosci Dee, vero?  il pi grande negromante del mondo. In Germania Bruno ha scritto tre opere sulla magia, e voleva da lui delle conferme. Sir Raleigh ne ha approfittato per farcelo conoscere e...
Siete voi Christopher Marlowe di Canterbury?
Aveva sollevato il capo e contemporaneamente non aveva pi udito i dadi rotolare e contemporaneamente aveva intuito con chi aveva a che fare. In un attimo s'era alzato in piedi, aveva scagliato il tavolo contro di loro e aveva gridato: Corri, Thomas, scappa, via, presto! Il pi alto dei due, quello col pugnale in mano, era rimbalzato per terra ululando una bestemmia al cielo, ma l'altro, basso e tracagnotto, con pari rapidit di Kit, gli si era gettato addosso spiaccicandolo contro il muro. Il poeta aveva afferrato e calato sulla testa dell'aggressore una brocca vuota che aveva trovato armeggiando con la mano; l'uomo aveva accusato il colpo ma non era caduto: era restato in piedi intontito quei pochi istanti sufficienti a Kyd e Marlowe per scappare. La strada, la nebbia, la paura, Dove sei?, Per di qua!, No, di l!, Corri!, Non ti vedo, Taci che ci trovano!, Corri e basta!
Ma c'era poco da correre. Kyd era andato gi a sbattere per tre volte contro ostacoli invisibili e improvvisi, si era rialzato, aveva sentito il sangue colargli sul viso. Non vedeva, non capiva, non udiva nemmeno pi i passi dell'amico, ma, per fortuna, neanche altri passi. Era allora proceduto a tentoni, piano piano, tastando il muro per trovare varchi che portassero da qualche altra parte, alla ricerca di una luce qualsiasi, di una porta aperta. Niente. Dovunque era notte, prigione di tenebre. Aveva camminato cos alla cieca per un tempo che gli era parso infinitamente lungo, in un misto di paura e dolore per il labbro spaccato; aveva camminato tentando di pensare, di occupare la mente per non crollare. Chi erano quei due? Cosa volevano da Kit? Cattolici? Spagnoli? E cosa aveva voluto dire Kit con quel discorso su Bruno? Camminava e il freddo poco alla volta gli addormentava la ferita, il respiro tornava normale, spariva l'affanno.
All'improvviso aveva sentito il rumore dell'acqua, forte, sempre pi forte: il Tamigi. Ma quale punto del Tamigi? Stremato si era lasciato cadere per terra appoggiandosi a un lampione. Niente, non una voce, un urlo, un richiamo. Era rimasto cos, recitandosi i versi finali del suo Hamlet e correggendoli mentalmente in pi punti. Aveva chiuso gli occhi, visto la scena, ne aveva saggiato la sorpresa e lo strazio, aveva disegnato il suo principe pallido, rimbalzato tra il bene e il male, la vita e la morte, nell'atto di domandarsi il perch. Ma non c'era perch. In un universo infinito non esiste risposta, ogni cosa pu essere un'altra, ogni uomo pu essere un altro. E lo aveva cancellato, aveva esiliato il suo Hamlet dalla mente, non l'avrebbe mai finito, mai messo in scena.
Poi aveva avvertito nel nulla come uno stridio e con lo stridio una serie di colpi secchi, ritmici sulla strada, che si avvicinavano. Era una carrozza. Si era alzato per capire da dove arrivava e quanto era lontana ed era stato un tutt'uno con il vederla finalmente alla luce della lanterna che pendeva sul retro.
E allora aveva chiamato, aveva chiamato con tutte le forze che gli restavano, l'aveva sentita arrestarsi ed era svenuto.
La prima cosa che Kyd aveva visto quando aveva riaperto gli occhi era stata la luna. Era grande, tonda e bianchissima, e riempiva tutto lo spazio della finestra. Aveva realizzato di essere a casa, sdraiato sul suo letto. Si era stropicciato gli occhi che sentiva appannati. Aveva provato un forte senso d'arsura, come se non bevesse da chiss quanto. Aveva fatto per alzarsi, barcollando per qualche istante, ma infine era riuscito nell'impresa. Si era guardato intorno e aveva riconosciuto i suoi fogli, i libri, aveva rivisto sullo scrittoio la mela morsicata della sera prima. A passi incerti era arrivato sulla soglia e subito lo avevano assalito i pensieri. Cos'era successo? Com'era tornato e, soprattutto, dov'era Kit?
Kit era davanti a lui. A torso nudo con un gran sorriso, lo guardava di traverso e aveva la bocca piena di focaccia all'aglio.
Ti sei svegliato, finalmente! Credevo ti ci volessero le cannonate dell'Invincibile Armata!
Ho fame.
C' della trippa di l, o della milza se preferisci.
Come l'hai scampata?
Potrei correre per Londra bendato: una volta ho seminato i tre fratelli di una pollastra con cui me l'ero spassata. Ed erano parecchio incazzati.
Conosco queste bravate... avr avuto al massimo dodici anni!
Tredici, ma ne dimostrava il doppio.
Chi erano quei due, quelli alla taverna?
Siediti che ti spiego.
Mi son seduto gi abbastanza e hai spiegato anche troppo per oggi.
Era stato Marlowe a sedersi.
Ti devo confessare un po' di cose, Thomas, e il mio, il nostro futuro cambieranno parecchio in ragione di quanto ti dir.
Il nostro futuro  gi cambiato parecchio dopo quel che  successo.
Quella  solo una delle cause.
E allora?
Allora sono stanco di me e della mia vita, Thomas.
Come poeta dici? O come uomo? O come spia?
Di me in tutto e per tutto. Penso a Faust e a T'amerlano e mi sembrano lontani mille anni: mi par quasi impossibile di averli scritti. Non ho pi stimoli, non sento pi addosso da mesi quella foga, quella rabbia con cui frustavo la vita a sangue per piegarla, per sottrarla a chi non la merita e renderla un mio possesso per sempre...
Oh, il lupo si  fatto agnello!
Non scherzare Thomas, non ti permetto questo tipo
d'ironia. Non mi sono rammollito, voglio solo essere un altro, e per farlo fino in fondo devo abbandonare tutto: casa, lavoro, Londra, e anche te, Thomas, non so... non puoi capirmi... ...  come un addio; me ne vado, non ci rivedremo pi.
Kyd stava solo fingendo la sorpresa: se n'era accorto, gi da mesi: sempre pi frequenti gli abbandoni, le scomparse; i loro dialoghi, scaduti ormai a monosillabi, e poi l'aspetto di Kit... anche quello stava cambiando: dimagriva, era sempre stanco, cominciavano a cadrgli i capelli.
Cos vai via. Dove?
Non lo so, ti giuro che non lo so, ma devo farlo.
C'entrano quei due della taverna?
Anche. Vedi, da quando  morto sir Walsingham, il conte di Essex ha preso il suo posto:  un bacchettone, un puritano e per giunta acerrimo nemico di Walter Raleigh. Siamo nel suo mirino, Thomas, ci vuole ai ferri, o preferibilmente morti. Quelli di stanotte venivano ad arrestarmi per suo conto, con l'accusa di blasfemia e libertinaggio. Non ne hanno ancora le prove, ma le troveranno, e allora sar finito. Perch tanto accanimento, ti chiedi? Il libertinaggio, l'ateismo sono solo coperture, pretesti: mi vogliono perch io so tutto di loro e hanno paura che li rovini. Ma non posso pi correre rischi, Thomas, soprattutto perch non me ne frega pi niente di Elisabetta e delle sue paturnie.
Dal vicolo giungevano voci alterate, suoni indistinti di una zuffa in corso, cosa ordinaria per quel quartiere dove gi dall'alba scorreva a fiumi il gin pi scadente e per molti la veglia e il sonno continuavano a confondersi fino a sera.
Da quanto tempo ti covi questa rogna, Kit? Non hai ancora trent'anni e pensi gi come un vecchio...
Piantala. Io sono stufo di chi ero, non di chi sar. Di chi gi sono, in verit, perch tra tutti gli esseri in natura solo agli uomini  dato di cambiare, cancellare e riscrivere: abbiamo una scelta, una via di fuga. Vedi, di Giordano Bruno, di quanto ti ho raccontato su di lui, quel che pi mi sembra straordinario  la sua capacit di essere due persone o pi in una, rimanendo se stesso, a imitazione del suo universo che  una sola moltitudine: di questo universo noi uomini non possiamo essere padroni, ma di noi stessi s. E come, Thomas, se i diversi destini girassero invisibili per l'aere come stormi di uccelli indifferenti agli acquitrini, alle brughiere che sorvolano radenti; a volte capita che, brancolando nella foschia, ne afferri uno e ti lasci trasportare via... non ho pi tempo per ricordare me, Thomas, sto imparando cos' veramente un uomo, tutti gli uomini; sto imparando a scrivere di loro, non pi di me.
Quando ti rivedr?
Non cercarmi, Thomas, pu essere tra un mese, pu essere mai pi. Fa' conto che si sia ostruita una tana, bruciato un ponte; che un rigagnolo abbia trovato un altro letto. Cos . Non sono pi Kit, perch gi non penso, non mi muovo, non soffro, non rido come Kit.
E la tua poesia?
Ora so come scrivere.
E il tuo lavoro?
Lo lascio a te: continua a tenere i raccordi e nascondi bene, per carit, i documenti.
Allora... allora, addio?
Si dice cos, aveva concluso Marlowe pulendosi le mani sul petto, ma stai all'erta, Thomas, prima o poi mi far vivo in qualche modo.
Si era infilato la camicia, aveva stretto i legacci della blusa, coperto le spalle col mantello. In che modo? stava ancora dicendogli dietro Kyd, che lui aveva gi fatto a lunghi balzi la scala ed era uscito confondendosi tra la folla.
Kyd aveva guardato il cielo: un uccello si stagliava contro la luna e aveva la forma di un destino.
Piangete con me, miei signori Dolce padre, qui, al tuo spettro assassinato, io offro la testa di questo malvagio traditore, e che queste lacrime che sgorgano dai miei occhi siano testimoni del mio dolore e della mia innocenza(13).
NOTA:  il finale dell'Edoardo II di Marlowe. A parlare  Edoardo Terzo, suo figlio. Confronta con: Christopher Marlowe, Edoardo Secondo, a cura di Rosanna Camerlingo, Marsilio, Venezia 1998. FINE NOTA.
Ed era sceso il silenzio. Silenzio sulla scena dove gli attori erano rimasti fermi, impietriti, come statue; silenzio tra gli astanti, nobili o popolani che fossero, calati nella cruda verit di essere perdenti comunque davanti alla storia e a Dio. E silenzio persino in cielo, dove le nuvole erano parse arrestarsi e considerare che esiste una fine, una fine per tutto.
Questo aveva provato Kyd tra le lacrime dopo le quattro ore di quell'ultima tragedia di Kit Marlowe; un pomeriggio intero in cui si erano combattute speranza e passione, meschinit del potere e grandezza eterna dell'amore. Avrebbe voluto urlare, stringere qualcuno, ma come gli altri, non riusciva a muoversi; era come se l'impotenza di Edoardo II davanti al disastro l'avesse attanagliato, atterrato. Mai, in tutta la sua vita, gli era capitato di assistere a qualcosa di simile: la contraddizione eterna tra spirito e materia, status e persona, sentimento e ragione; l'emozione, vera, intensa e perfino insopportabile a ogni scena, ogni quadro, ogni battuta per quell'interminabile canto alla vita di un re unico fra tanti, che vuole unire, non separare, essere, non sembrare; la pace contro la guerra; l'arte, la musica, la poesia contro le spade e gli stocchi; qualcosa come l'impresa di un Orfeo disperato che trascina controvento la felicit sotto i colpi dei baroni, dei vescovi, dei ciambellani, dei servi, tutti ugualmente vili e meschini; un dolcissimo re omosessuale, impotente davanti
alla bestialit della ragione altrui, tutto solo ad arginare le violenze, le vendette di uomini nati per farsi beffe di ogni umana melodia che l'arte rapisce al creato.
Ma com'era arrivato Marlowe a tanto? Chi gli aveva fatto scrutare quegli abissi? Chi quelle vette? Era un suo testamento? No, pensava Kyd,  umanamente impossibile andare oltre questo suo Edoardo Secondo. C'era dentro tutto: l'ascesa, la gioia, la speranza, il sale del futuro e poi l'invidia, il rancore, la caduta... ah, quegli escrementi, quelle putredini in cui l'avevano costretto a mangiare, dormire, pregare, forse nelle segrete del castello di Mortimer: quasi un calvario, una passione.
L'aveva fulminato il ricordo di quel che diceva Kit di Cristo e della Madonna, lui, ateo, spudorato incontenibile provocatore: Cristo  un bastardo, sua madre una donna disonesta, Cristo si  fatto tutte le donne di Samaria, San Giovanni era un suo compagno di letto e piano piano nella mente gli si era insinuato un pensiero.
NOTA: Queste e altre frasi blasfeme attribuite a Marlowe furono raccolte da Richard Baines, informatore della Corona, per montare capi d'accusa contro Marlowe stesso. E dire che Baines era stato compagno di Kit nelle Fiandre durante un'operazione di spionaggio. FINE NOTA.
Marlowe aveva voluto quella sua passione. Aveva fatto ripercorrere il calvario non a un uomo-dio, ma a un piccolo essere debole, in balia degli eventi, concedendogli le torture pi abiette, non per salvare il mondo n tantomeno se stesso, ma perch in questo, solo in questo, fine a se stesso, senza ragioni, scuse o vie d'uscita, sta il destino dell'uomo: soffrire.
Aveva ribaltato Faust, capovolto T'amerlano-, non pi grandi uomini che fanno l'impresa, ma un piccolo uomo davanti al dolore. Aveva parlato ancora di s: attraverso quel re sventurato, pescato chiss dove, attraverso l'amore per il suo Gaveston, i tradimenti della sprezzante Isabella, i meschini calcoli della nobilt, la spudorata ingordigia di Mortimer, il cospiratore, si era descritto di nuovo, al contrario, e forse per sempre. Questa  veramente una tragedia nella tragedia, aveva pensato stringendosi la testa fra le mani, altro che le mie!
Era stato l'unico ad alzarsi in piedi in quella marea di pubblico attonito, incapace di muoversi. Si era fatto largo fra la gente e i pancacci; aveva pensato che da un anno ormai non vedeva pi Kit, che non sapeva niente di lui; che non era nemmeno stato l per la prima; che doveva domandare a qualcuno, che doveva incontrarlo, parlargli anche solo per pochi attimi e che, dio, com'era cambiato, com'era diverso... e poi come aveva fatto? A chi aveva consegnato quel testo? Ma certo, Alleyn, perch non ci aveva pensato prima? Alleyn, il suo attore preferito, il suo Ebreo di Malta... ecco, ecco chi poteva sapere...
Per arrivare dietro la scena del Theatre aveva dovuto prendere a sinistra e rifare il semicerchio dall'esterno, passando sotto la tribuna di legno ancora affollata. La strada era vuota: gi quella rappresentazione era stata un bel rischio, perch a Londra si avvertivano i primi segni della peste, e con la peste gli edifici pubblici chiudevano per evitare il contagio.
Edward Alleyn stava gi smettendo i panni del suo personaggio e quando aveva visto Kyd gli era corso incontro per abbracciarlo.
Che piacere vederti, Thomas, sono mesi che non ti fai pi vivo, aveva detto chinandosi poi sul mastello dell'acqua piovana per rinfrescarsi la faccia: gli schizzi si erano sparsi un po' ovunque. Neanche la taverna bazzichi pi... Hai forse preso l'abito?
No, no, sono altre le ragioni.
Stai scrivendo?
Anche, ma...
Come l'aveva passato quell'anno? Neanche se lo ricordava. Aveva continuato a frequentare i libertini, nonostante la repressione fosse ormai accanita. Aveva scoperto un piccolo complotto cattolico, del tutto insignificante in verit, ma straordinariamente buffo: alcune suore, vestite da cortigiane, si erano intrufolate nei club privati per convertire i nobili anglicani. Oh, non erano certo santerelline miracolate sulla via di Damasco. Si trattava perlopi di cadette di famiglie notevoli, costrette a prendere i voti per motivi dinastici. E ci davano dentro, oh se ci davano dentro: per Cristo questo e altro; ne aveva fatta proprio lui esperienza personale, in missione s'intende, quella sera che ne avevano pizzicate sei in una volta. Se n'era perfino pentito, si era sentito un verme vedendole salire sulla carrozza, discinte, indifese, dirette a Newgate.
Poi niente: qualche foglio qua e l, una gita in Francia, un possibile amore, una ferita al braccio, qualche bordello, un giorno in chiesa.
Ma... Kit, tu sai dov' Kit?
Alleyn aveva cambiato espressione di colpo, si era seduto, si era passato uno straccio sotto il naso.
Non lo so, Thomas, nessuno lo sa, o comunque chi lo sa non parla, Alleyn sembrava turbato, l'Edoardo II me l'ha mandato in una busta chiusa qualche mese fa:  stato un ragazzino a consegnarmelo. Dentro c'era anche una sua lettera: raccontava poco o niente e l'ho buttata.
E cio?
Lascia perdere, Thomas. Kit sta bene dove sta e se vuoi saperlo  anche diventato molto pi bravo.
S, ma tu non hai un'idea?
Potrebbe essere ovunque. Qualcuno suppone che si nasconda dietro al conte di Northumberland e al suo circolo di maghi, negromanti e alchimisti. Per altri si sarebbe addirittura imbarcato verso il nuovo mondo con Thomas Harriot, uno scienziato copernicano. Ma  pi probabile che sia a Venezia, dove quel filosofo italiano, Giordano Bruno,  stato arrestato dall'Inquisizione per blasfemia e dovr subire un processo. Pare che Kit tenga molto a lui.
Gli attori, in un vociare confuso, stavano guadagnando l'uscita: di l a poco Kyd e Alleyn erano rimasti soli.
Cosa ne pensi di questa tragedia? aveva chiesto il poeta.
Non so che dirti, non sembra nemmeno sua. Certo c' il suo stile, il suo dialogo serrato ma... come dire... la metrica  discontinua, nervosa, non sempre precisa, e poi manca l'ode all'uomo, la ricerca del sublime, la sfida all'ignoto... manca Kit, insomma, il Kit che conoscevamo.
Io l'ho trovata straordinaria.
Certo,  unica, diversa da tutte le altre. Sembra quasi la prima di un esordiente geniale e cos avrei pensato se non me l'avesse mandata lui in persona. E anzi, sbadato che sono, colpa di questa confusione: vorrebbe che ti lasciassi il suo manoscritto.
Era stato allora che Kyd aveva avuto quell'intuizione. D'improvviso gli erano tornate alla mente le ultime parole di Marlowe: Stai all'erta, Thomas, prima o poi mi far vivo in qualche modo. Si era rivolto all'attore:
Forse... ma magari mi sbaglio... potrebbe esserci qualche parola, un messaggio, un codice tra i versi che spieghi dove si trova?
Non credo, Thomas, ma eccolo qua, prendilo, cos potrai studiarlo con calma.
Mentiva, Alleyn, mentiva: Kyd ne era certo. Si era messo l'Edoardo II sotto il braccio ed era uscito. Fuori la folla indugiava ancora in piccoli gruppi. Discutevano di un re che non sapeva comandare, ma voleva vivere.
Dentro il copione Kyd non aveva trovato nessun codice, nessun segno, anagramma, acrostico, gioco di parole: nessuna chiave, nessuna allusione, sciarada, zeppa o rebus. Aveva provato coi capoversi, coi versi alternati: aveva messo insieme sillabe toniche sbagliate o anomale, aveva letto al contrario, dal basso verso l'alto, aveva mischiato le pagine, le aveva rimischiate, aveva contato i punti, i punti e virgola, si era perso dietro i sinonimi e i contrari. Si
alzava e leggeva, si sedeva e annotava, e la sera ripeteva tutto in senso inverso. Non di rado balzava sul letto nel cuor della notte con un'intuizione improvvisa, che la riprova smentiva categoricamente. Per giorni e giorni aveva saltato gli impegni, si era dimenticato gli incarichi, la fame, il sonno, finch non ne aveva potuto pi. Aveva preso l'Edoardo II e l'aveva sepolto sotto una pila di cartacce inutili. Aveva cancellato per sempre quell'ossessione, quella morbosit, quello stupro della sua vita. Aveva cancellato Kit, dovunque fosse, lui e la sua sola moltitudine.
Non usciva. C'era poco da stare allegri a Londra con la peste in giro. D'altronde non avrebbe incontrato nessuno, perch pochi si azzardavano a mettere il naso fuori di casa. Sembrava di vivere in un altro mondo: Londra, quel serraglio di razze e di idee, quell'immenso teatro ricolmo di attori, non si riconosceva pi. Niente pi grida, richiami di pescivendoli, verdurieri, legnaioli, niente pi cigolar di carri, carrozze, scalpiccii di bambini a rincorrersi per darsele di santa ragione, e nel contempo niente pi puzze, odori, miasmi, se non di olio e canfora, che di tanto in tanto i monatti passavano a spargere tutt'intorno. Anche mangiare cominciava a risultare un problema e pochi si potevano permettere certi rialzi di prezzo. Per sua fortuna la paga della Corona gli sarebbe bastata e avanzata.
Aveva avuto pi volte voglia di fare l'amore, ma non si azzardava a scendere per le strade in cerca di prostitute che non davano nessuna garanzia. Poi un giorno aveva avuto un colpo di genio: si era presentato a Newgate con un lasciapassare del conte di Essex in persona e aveva requisito una di quelle suore che proprio lui aveva contribuito a far arrestare. Era un cambio alla pari: la libert per l'amore, e infatti la ragazza aveva risposto con entusiasmo.
Erano passati i mesi. Janet si era rivelata un'ottima compagna, riservata, premurosa e molto stuzzicante: pregava tutto il giorno e scopava tutta la notte. Aveva due strani incisivi che mandavano Kyd in visibilio e sapeva
usarli per trucchetti speciali. Erano passati altri mesi. Kyd ci aveva parlato tre o quattro volte al massimo, ma lo intrigava quel misto di sacro e profano che la giovane esibiva.
Una sera l'aveva scoperta che armeggiava con uno dei cassetti del suo scrittoio.
Cosa fai? le aveva chiesto alterandosi.
Sto pulendo.  tutto cos impolverato, qui! Quant' che nessuno se ne occupa?
Kyd, visibilmente contrariato, l'aveva apostrofata:
Non devi mai pi mettere le mani nella mia roba, capito? Non toccare i libri, non aprire i cassetti, non metterti a leggere niente, altrimenti ti riporto a Newgate!
Non lo far pi, scusate, non sapevo.
Di l a poco la peste era cessata, o almeno ne era cessato l'allarme. Il contagio non faceva pi spavento e la gente ricominciava a circolare per le strade. Kyd aveva ripreso man mano la vita di una volta, era tornato a riunirsi con la lega dei libertini sempre pi forte e agguerrita. Non pensava a Marlowe, o meglio, ne scacciava il pensiero ogni volta che ne veniva assalito.
In un paio d'occasioni gli era parso di essere seguito mentre tornava a casa. Ma la terza volta era stata molto pi di un'impressione. L'uomo alle sue spalle andava al ritmo dei suoi passi, si arrestava e accelerava con lui all'unisono, si ritraeva dietro un angolo o un banchetto o un carro ogni volta che Kyd si voltava. Kyd aveva tastato la tasca per accertarsi che ci fosse il manganello che portava sempre con s e aveva deciso di procedere verso casa.
Era entrato nella sua stamberga, aveva salito le scale e si era appiattito nel buio del pianerottolo per spiare. L'altro aveva fatto capolino dal portone e, assicuratosi che non ci fosse nessuno, aveva preso a salire i primi gradini. Uno... due... tre... Kyd contava i passi: quando era arrivato al decimo era balzato fuori dall'ombra con il manganello in mano, l'aveva sollevato per darlo in testa all'uomo, davanti a lui. Ma non ne aveva avuto il tempo: quattro
braccia poderose alle sue spalle l'avevano immobilizzato, l'avevano trascinato nell'appartamento e l'avevano gettato a terra come un sacco di patate.
La prima cosa che aveva notato era stato il disordine mostruoso che regnava tutt'intorno. Niente era pi al suo posto: libri sparpagliati, cuscini strappati, cassetti sottosopra, cornici divelte, vestiti lacerati, stoviglie a pezzi.
La seconda era stata che Janet non c'era e allora aveva capito: una che fa la puttana e la suora pu essere anche una spia venduta.
Non aveva avuto il tempo di notare una terza o una quarta cosa perch gli era arrivato un calcio cos violento in viso da farlo rotolare fino alla parete. L'uomo, in veste ufficiale, con tanto di collana regale e gorgiera, gli si era messo sopra ritto a cavalcioni, un piede di qua l'altro di l.
Guardami! aveva urlato cos forte che erano tremati i vetri. Guardami, chi sono io?
Kyd, che non si era ancora ripreso dalla botta tremenda, lo sapeva benissimo, ma per quanto tentasse di rispondere non ci riusciva, perch gli si era incastrata la mascella.
Ascoltami bene, perch parler una volta sola, piccolo lurido verme parassita, io sono Robert Devereux, secondo conte di Essex, capo dei servizi segreti di Sua Maest; ma non ti gloriare, non mi sono scomodato per la tua meschina ridicola persona: sono qui per sapere dove si trova Christopher Marlowe, perch  lui che vogliamo, quel blasfemo, quel senza Dio: e tu ce lo dirai.
Ma io, non... era riuscito a biascicare Kyd, prima che il dolore alla mascella lo bloccasse di nuovo.
Tu non cosa? Non lo sai? Vuoi farmi credere questo? E guarda, guarda qui, e cos dicendo gli aveva messo sotto il naso un fascio di carte, anche di queste non sai nulla? Chi ha scritto questi libelli contro i mercanti francesi sfuggiti ai cattolici? Chi queste dichiarazioni deliranti su Cristo, la Madonna, i santi? Sai che pena c' per tutto ci? L'impiccagione c'!
Se Kyd avesse confessato, Kit non avrebbe avuto pi scampo. Gli sbirri di Elisabetta non erano l per Thomas Kyd, una piccola pedina; lui non era a conoscenza di tutti i segreti che Marlowe custodiva e per i quali potevano saltare teste e onorificenze. No. Non l'avrebbe mai tradito. Per amore e per convenienza. Con un'altra voce si era sentito dire:
E roba mia,  tutto mio, sono stato io a scrivere quei fogli, Marlowe non sa... non aveva fatto in tempo a finire la frase; questa volta il calcio gli era arrivato da uno dei due scherani, poderoso, sulle costole.
 tutto tuo, eh? Allora facciamo una cosa: usciamo di qui e andiamocene a Newgate, dove staremo pi comodi e avremo tempo di convincerti con argomenti pi persuasivi. Non sai dov' il tuo amico? Io non ci credo, e dopo una bella spolverata ti verr fuori, eccome. Tanto Marlowe  un uomo morto; a noi basta solo che tu dica che quei documenti sono di suo pugno, e lo farai, ah se lo farai.
Mentre l'afferravano e lo tiravano su a peso morto, Kyd aveva giurato a se stesso che non avrebbe mai parlato.
E non aveva parlato. L'avevano picchiato tutta la notte, gli avevano fatto uscir fuori il sangue da ogni vena, aveva visto luci lancinanti, colori spietati, aveva sentito gelare la pelle al tocco di ferri incandescenti, aveva provato l'avvitarsi dei rampini nella carne fino al buio di un dolore cos insopportabile da non fargli nemmeno pi male. Era svenuto. Era svenuto ancora. La terza volta lo avevano lasciato l, senza sogni, senza respiro, senza che avesse detto una sola parola.
Quando il portone di Newgate sbatt alle sue spalle, Kyd, per la prima volta dopo ventitre giorni rivide il cielo, quello vero.
Aveva confessato, aveva firmato, addossando a Marlowe
ogni possibile colpa. Aveva dichiarato di essere stato costretto con la forza e con l'inganno a collaborare con lui.
Potevano tenerlo l all'infinito o portarlo chiss dove; potevano perfino giustiziarlo sul posto, senza troppe cerimonie. E invece, dopo giorni e giorni, le chiavi avevano tintinnato, la serratura era scattata, la porta si era aperta: libero, via.
Camminava stordito e nauseato per Londra, provando una sorta d'angoscia per tutto quello spazio aperto intorno: non riusciva a guardare lontano, non distingueva i rumori, se non a fatica; si sentiva pi basso, pi magro, un nano in un paese di giganti e respirava a fatica cercando di raccapezzarsi nel nugolo di stradine che incrociava e sorpassava. Raggiunse la riva del Tamigi e la percorse per un lungo tratto tra gli effluvi di marciume e fumo aspro. Pens di tornare a casa per vedere in che condizioni gliela avevano lasciata, ma si rese subito conto di essere molto lontano e di non riuscire a farcela con le poche forze che gli restavano; cos, all'altezza del piccolo obelisco di San Bartolomeo, gir a destra per il Theatre, sperando di trovarci qualcuno di sua conoscenza e chiedergli di accompagnarlo.
Non provava un vero e proprio rimorso, d'altronde era stato Kit a cercarsela, era stato Kit a scappare. In quelle lunghe, interminabili notti era sopravvissuto dicendosi Sar fuori, sar libero, e aveva immaginato la gioia che gli sarebbe esplosa dentro in quel momento. Ma non sentiva gioia, adesso: solo stanchezza, schifo e vergogna. Arriv al Theatre e lo trov vuoto.
Cos, in piedi, al centro di quella corte, circondato dalle balconate di un'antica locanda, Kyd avvert la grandezza e il nulla della scena, ebbe come l'impressione di stare sopra un dio addormentato e fatale; scopr che il silenzio, lungi da suggerire il vuoto, gli appariva come carico di vita, pronto a rianimarsi al tocco di un demiurgo. E allora vide spettri di attori che continuano a rimbalzarsi le battute e non capire e sbagliare i tempi di risposta e di ingresso, perch stanno andando contemporaneamente in scena due, tre, quattro, dieci tragedie e gli interpreti confondono le parti infilandosi ora nell'una ora nell'altra, senza un apparente nesso logico, senza rispetto per gli anni e la storia. Un teatro in cui ogni tragedia si mischia con le altre, ecco cos' la vita, pens. I fili dei pensieri di tutti, anzich unirsi, si aggrovigliano, sfuggono alle nostre dita quando tentiamo di annodarli. Siamo ruscelli impazziti che non san pi se essere affluenti o immissari, ignorano da che parte si trovi il mare. Solo il teatro ferma questo flusso spropositato. All'ingresso degli attori, alle parole recitate, scavate, sacre al pari di un inno, tutto il caos dell'esistenza "reale" si arresta, dominato dal pensiero umano, che lo costringe in un angolo, e ci mostra la vita per quello che veramente . La vita scappa per non farsi prendere, si nasconde. Il teatro snida la vita.
Barbage lo stava chiamando da un pezzo. Kyd non se n'era accorto, un po' perch preso nei suoi pensieri, un po' per la sordit che aveva contratto in carcere. Quando se ne avvide gli corse incontro e l'abbracci.
Fatti guardare, Thomas... ma, buon Dio, come ti sei
ridotto?
 una lunga storia, Richard, esco adesso di prigione.
Da Newgate? E come ci sei finito?
Non posso dirti molto, mi spiace. Hanno trovato documenti di propaganda blasfema nella casa che dividevo con Kit e mi hanno arrestato. Volevano le prove, volevano una confessione sotto giuramento e io gliel'ho data, non ho saputo resistere, John, ho tradito Kit, gliel'ho praticamente consegnato...
-Ma Kit...
Kit ne  all'oscuro e per ora nessuno sa dove sia... ma lo troveranno prima o poi e allora...
L'hanno gi trovato, Thomas.
L'hanno trovato? E dov'? Sta bene?
Siediti, Thomas, ecco, cos... io pensavo che tu lo sapessi, ma gi... se esci ora di prigione...
Parla, Richard, non tenermi sulle spine.
Kit  morto, Thomas;  stato pugnalato in una locanda di Deptford, qualche giorno fa, il 30 maggio.
Kyd non reag, non mosse un dito. Sent all'improvviso un gran freddo dalla cima dei capelli, gi gi fino ai piedi, e cominci a rabbrividire. Trem, si contorse, strinse le braccia intorno al corpo per tenerlo fermo in mezzo ai sussulti che lo squassavano. Poi Barbage lo prese per le spalle e lo scroll a lungo, con forza.
Basta, Thomas, non  colpa tua, l'avrebbero ucciso comunque.
Sono stato io... sussurr Kyd.
Ti ripeto che non  cos. Tu non hai detto dove potevano trovarlo, perch non lo sapevi, e sta' a sentire me, gli assassini nemmeno conoscevano la tua confessione!
Gli assassini?
Pi di uno, Thomas. Ascolta: la versione ufficiale  quella di una zuffa fra ubriachi, ma non  andata cos. De-vereux ha messo sulle tracce di Kit la migliore spia che avesse sir Walsingham, Ingram Frizer, uno sporco presta-soldi. Frizer era accompagnato da un corriere segreto della regina, un certo Poley, e da un ex collega di Kit, Nicholas Skeres. I tre gli hanno dato appuntamento fuori Londra col pretesto di riappacificarsi per ordine della Corona. Tu sai quanto fosse ingenuo e credulone Kit, e che grande opinione avesse di s. Non gli  passato neppure per la mente che fosse una trappola: se avessero voluto ucciderlo, l'avrebbero fatto in un vicolo buio e non in una taverna piena di gente. Di certo si sa che i quattro si sono incontrati a Deptford, in una taverna appunto. Da quel momento in poi le versioni dei miei informatori divergono, ma il succo  lo stesso. C' chi dice che Marlowe sia stato provocato, e alla sua violenta reazione, Frizer gli avrebbe conficcato un coltello nell'occhio uccidendolo. Altri riferiscono
che per rassicurarlo delle loro intenzioni pacifiche, i tre l'avrebbero invitato a casa di Eleanor Bull, che dista poco da li. E c'era una ragione: la Bull  una grande amica di quel John Dee, astrologo e negromante, che Kit adorava. La Bull faceva parte del complotto e li Marlowe ha perso la vita.
E dov' il suo corpo ora? E possibile vederlo?
No, Thomas, l'hanno fatto sparire su ordine di William Danby, il coroner. Hanno addotto come pretesto la peste, hanno insinuato che Kit l'avesse contratta.
La peste? Ma non era stata scongiurata?
Sembrava. Ma pare ci siano ancora qua e l dei focolai. Il Theatre  di nuovo chiuso fino a nuovo ordine, ed  un gran peccato, perch avevamo appena cominciato a leggere questo straordinario Riccardo III di Shakespeare, per metterlo in scena.
Ho visto il suo Enrico VI, gran lavoro, ma troppo lontano da me, oscuro e un po' incompleto.
Perch tu non ti aggiorni, e infatti non ti vedevamo da una vita. L'Enrico VI era solo il primo atto di una trilogia. Il Riccardo III  l'ultimo. Shakespeare  una miniera d'idee, passa dal comico al tragico allo storico. Le sue due prime commedie hanno avuto un successo incredibile: dammi retta,  il vero genio nascente, per quanto abbia gi ventinove anni.
Le sue commedie Kyd le conosceva bene e anzi, ora che ci pensava, aveva sentito parlare della Bisbetica domata non molto tempo prima. Da chi di preciso? Non ricordava. Oppure no, l'aveva letto. Ma dove? Si concentr il pi possibile e come in un lampo rivide quelle poche righe sul manoscritto... una nota... s, un appunto a margine: un appunto di Marlowe sul copione originale dell 'Edoardo II, quello che aveva letto e straletto per trovare un indizio, un messaggio. Non lo aveva neppure considerato quell'appunto perch non faceva parte del testo, ma ora... ora... cosa dicevano quelle righe? Levare, pu venir buona per
la Bisbetica domata, s, dicevano proprio cos. Ma la Bisbetica era di Shakespeare e cosa c'entrava Kit? Era per lui, per Thomas, quell'appunto? E cosa voleva comunicargli? No, no, si disse passandosi le mani sul viso, sto farneticando, tutto ci non ha senso, sto viaggiando con la fantasia, sto tentando in tutti i modi di dimenticare che Kit  morto per colpa mia, sto cercando scappatoie che non esistono...
Barbage parve accorgersi del turbamento.
Ti senti bene, Thomas? Vuoi un bicchiere di vino?
No, Richard, devo andare. Scusami, ma ho troppe cose da rimettere a posto ed  tanto che manco da casa.
Vuoi che ti accompagni?
Kyd l'avrebbe voluto, ma per quel che si era messo in testa di fare, Barbage era di troppo. Lo salut affettuosamente e pur se a fatica si avvi verso l'uscita del Theatre. Il pensiero non lo mollava. Qualcuno lo urt, dei ragazzi schiamazzanti presero a sbeffeggiarlo per come era conciato; lontane, ud le campane di mezzogiorno. Shakespeare. Doveva andare da Shakespeare, doveva sapere: qualsiasi cosa ci fosse da sapere, doveva scoprirla. Perch tutta quella confusione sulla morte di Kit? Da dove veniva quell'Edoardo II, cos diverso da Marlowe? Come fa un sonettaro a diventare grande all'improvviso? Marlowe l'aveva rivisto? Aveva scritto per lui? Shakespeare, era lui la risposta. E prese a incamminarsi verso la sua casa.
Thomas Kyd, ma che bella sorpresa! Entra, entra!
La camera era ampia e quadrata: due finestre schermate da drappi orientali lasciavano filtrare deboli raggi di un sole gi alto. Tutto intorno dava l'idea di un disordine voluto, quasi ordinato: le pile di libri sparse ma simmetriche, i tappeti equidistanti, i piccoli trum, uno di fronte all'altro, ma sfasati per via delle dimensioni, il camino acceso
e senza brace a perdere, ma con la cenere di precedenti fiammate ancora ben visibile alla base.
La voce veniva da li, e per uno strano gioco di luci, Shakespeare era appena visibile, appoggiato alla mensola di pietra, un po' curvo nella sua calzamaglia a righe giallo-oro, il farsetto scuro, la casacca priva di sboffi.
Kyd percorse e misur con lo sguardo le pareti per abituarsi alla penombra, e trov di pessimo gusto i disegni di broccato. Abbassando un po' gli occhi incroci il tavolo di lavoro, in solida quercia, ma sghimbescio, come se una delle gambe fosse pi lunga delle altre. Shakespeare gli parve magro, ingobbito: lo colpirono i suoi occhi vaghi e infossati.
Buongiorno a te, William, disse Kyd a voce alta, chiara, prevenendolo, noi non ci conosciamo, o quasi...
Io ti conosco, Thomas: ti ho visto qualche volta in taverna. Non ricordi? Abbiamo anche parlato della poesia italiana!
Vagamente,  stato tanto tempo fa. Posso sedermi?
Immobile dall'ombra Shakespeare lo invit a farlo.
Kyd si sistem sulla prima seggiola a tiro. Non sapeva
perch, ma provava una sorta di inspiegabile imbarazzo. Certo, non lo conosceva granch, ma in fondo era gentile, ben disposto, non doveva mica sposarselo; era l per chiedere e filarsela. O forse erano quegli occhi? Ora che ci vedeva meglio non poteva distogliere lo sguardo da quegli strani occhi.
Sono qui per Marlowe, disse.
Kit? Brutta fine, so tutto. D'altronde con la vita che conduceva non c'era da aspettarsi altro.
No, non per quello... be', s, anche... ma la ragione della mia visita  un'altra.
Perch non si staccava da quel camino? Perch non gli veniva incontro?
Ho trovato una nota a margine sul manoscritto dell'Edoardo II. Kit fa riferimento alla Bisbetica domata come fosse sua.
Strano. Certo, io e Kit abbiamo vissuto insieme per un certo tempo, e non nego che alcune parti dell'Enrico VI e del Riccardo III son nate da idee sue... ma la Bisbetica no: era gi parecchio che non ci vedevamo. E poi Kit non  mai stato capace di scrivere commedie, non c'era tagliato. Non so proprio cosa dirti.
No, c' qualcosa che ci sfugge, prese a dire Kyd. Raccontami. Dove sei andato a pescare la trama, anzi le due trame della Bisbetica? Oh, la Introduction  un'idea gi mia, ma quello scambio tra servo e padrone  ben pi antico!
Assolutamente. E nei Suppositi di Ludovico Ariosto, ma ne avevan gi fatto uso prima Plauto e Terenzio. Per non capisco, Thomas, dove vuoi arrivare.
Tu nel '90 hai cominciato a scrivere la Bisbetica, lo so, perch me l'ha detto Kit; ma tu a quell'epoca conoscevi poco o niente del Rinascimento italiano: figurarsi poi della commedia latina!
Quella mano. Un attimo d'impazienza? Uno scatto di nervosismo?
Non ce n'era bisogno, Thomas, c'eran gi i Supposes di George Gascoigne a farmi da guida e di fanciulle altezzose sono piene le ballate della tradizione inglese. Ma parla chiaro. Sei qui ad accusarmi di qualcosa?
Non mi torna, non mi torna affatto, William. Vedi, se tu mi avessi detto che Kit ha scritto con te la Bisbetica sarei a posto. La sua nota a margine dell 'Edoardo II sarebbe giustificata: una specie di promemoria per suggerirti dei cambiamenti al vostro testo. Ma se mi assicuri che lui non c'entra, che ragione aveva di scriverla?
Sei in errore, Thomas, Kit poteva benissimo aver avuto qualcosa da suggerirmi anche se non aveva niente a che vedere con la stesura, non ti pare? Sei in errore, sei proprio in errore.
Perch continuava a ripeterlo? E quella voce? Per un attimo gli era sembrato... errore... ma si, si, c'era quella parola sul copione! Come aveva fatto a non ricordarsene prima? Levare, pu venir buona per la Bisbetica domata e per gli errori....... la commedia degli errori! Due
trame una pice, due commedie una trama, due autori una commedia, un autore solo... errore, stava sbagliando, doveva invertire, capovolgere.
E all'improvviso tutto fu chiaro: la verit lo percosse e impietr. Si alz di scatto dalla sedia puntando il dito verso l'uomo nella penombra:
Tu sei Kit, Kit Marlowe e... e Shakespeare non  mai esistito, disse d'un fiato.
A volte la vita prende le sembianze di un sogno e devi ricominciare tutto da capo come un neonato stupito e incredulo di non trovare la mammella della madre.
Kyd si sedette ansimando. Sotto il corsetto il cuore aveva cominciato a battere all'impazzata, come campane a mezzogiorno.
La figura si era staccata dal camino e gli si avvicinava lentamente. Ora poteva vedere bene, ora non aveva pi nessun dubbio: era Kit, Kit Marlowe e nello straniamento dei sensi fece breccia un pensiero consolante: Allora  vivo, Kit  vivo.
Fu sfiorato sulla guancia da quella mano: alz gli occhi e incontr uno sguardo stanco e vivissimo.
S, Thomas, sono Kit, ma hai torto: Shakespeare  esistito davvero, ed  ancora vivo, pi che mai.
William prese una sedia e si accost all'amico.
Devo raccontarti una lunga storia, esord, e sarai uno dei pochissimi a saperla. E una storia d'amore e d'arte, ma soprattutto di destini, di strade tracciate dal cielo, che a un certo punto non riconosciamo pi e non vogliamo seguire, perch se l'uomo non  padrone dell'universo, come dice Bruno,  comunque e sempre padrone di se stesso -. Parlava con voce calma, piatta, inusuale
per lui, completamente diversa da come la ricordava Kyd. Quell'uomo, Shakespeare, era un portento. Mi  bastato vederlo al lavoro qualche giorno per provare di tutto: invidia, paura, asservimento, idolatria. Camminava avanti e indietro per la stanza e componeva di getto, senza scrivere nulla, mandando tutto a memoria: e che versi! Slittavano e correvano senza un nodo, un intoppo, un intralcio: cantava l'armonia e la forma pi sublimi della poesia umana, mi prendeva l'anima, mi fendeva come una spada, mi addolciva come una cetra frigia. Avevo sbagliato a giudicarlo. Avevo'sbagliato tutto su di lui e tutto su di me. Ma ora non potevo ingannarmi pi. Non riuscii a staccarmi da casa sua: inventavo scuse e pretesti per le mie assenze, ma in realt Thomas ero a due passi da te, inebetito, affascinato, a contemplarlo nell'atto di declamare e scrivere. Ascolta questa: una volta era tutto intento a rivedere il IV atto del Tito Andronico e me lo diede da leggere. Cosa ci vedi? mi chiese. Sangue e morte, risposi, sembra La tragedia spagnola di Kyd! No, mi corresse, c' di pi, molto di pi tra le righe, prova a spostarla ai tempi nostri. E allora capii: il Tito Andronico adombrava le persecuzioni dei cattolici in Inghilterra. Sei pazzo, gli dissi, e se la regina se ne accorge? Non se ne accorger, sta' tranquillo, ma la gente si, ed  questo che conta. La gente. Scriveva per la gente. Cominciai a entrare in lui, a vedermi in lui. Il Kit che tu conosci sfumava, sfuggiva, moriva. Imparai poco alla volta a precederlo, a pensare cosa e come avrebbe scritto ancor prima che lo facesse, a usare le stesse parole, le stesse metafore: ma fui in grado di farlo solo quando capii perch era cos grande. Parto dalla fine che poi coincide con l'inizio, perch tutto il resto fa capo a questa meravigliosa intuizione: non  l'uomo che fa grande la storia, come io pensavo, ma al contrario  la storia che fa grande l'uomo. Non sono i giganti, i titani, i re a dominare e dettare lo spirito delle cose, no. Gli uomini subiscono e si ribellano, la vita  azione, 
resistenza. Nessuno muta gli eventi, bens li guarda e li combatte: l'uomo non ne  illusorio padrone, ma servo indomabile. Io questo non avevo capito e pretendevo dalla mia miseria, dalla mia pochezza, una rabbia che mi salvasse e cos andavo raccontando di essere il solo, il magnifico. Lui, invece, sapeva rendere universali i particolari; vedeva i sogni, i desideri, le speranze, e di converso gli attimi che frustrano tutto ci. Lui era negli uomini, che fossero re o cialtroni: era nelle loro contraddizioni, nelle angosce, nelle risate. Ed  per questo che non separava tragedia e commedia, anzi confondeva l'una nell'altra, perch tale  l'esistenza, un miscuglio di lirica e realt, storia e cronaca. Tutto senza arresti, senza pause: la vita corre, oggi  gi domani, domani  gi un giorno diverso; non esiste l'eroe che ferma il tempo e si glorifica o distrugge come se compisse l'ultimo e unico atto del cosmo. Non hanno nessun senso Tamerlano o Hieronimo, perch si esauriscono in loro stessi come di dell'Olimpo, e gli uomini non sono di, sono molto di pi. Io lo guardavo, l'ascoltavo, l'assorbivo, lo mangiavo come in un rito magico: gli assomigliavo sempre di pi nei gesti, nel portamento, nelle abitudini. Il vecchio Marlowe, il maledetto, l'avvinazzato, il libertino servo del suo cinismo abietto, non c'era pi: al suo posto c'ero io che diventavo come Shakespeare, che ero Shakespeare. Una storia di destini ti ho detto, Thomas, di destini che non riconosciamo pi. E questo era il punto: io non potevo cambiare se non in tutto e per tutto, definitivamente. Non potevo essere un altro lasciandomi dietro una casa, una professione da spia, un estro consumato e abiurato: non potevo nemmeno essere pi Christopher Marlowe, perch non c'era ormai traccia di lui in me. Quando te ne ho parlato, Thomas, dopo l'aggressione in quella notte di nebbia, non ero ancora giunto a tanto, ma ci stavo arrivando. E nel preciso momento in cui ho realizzato di essere un altro, per me  stato come dare uno scacco al cielo. Ma si presentava un grosso problema: se io non ero pi Marlowe ed ero Shakespeare, chi era mai l'altro? In quel daimon, in quel destino c'era spazio per uno solo: o io o l'italiano.
L'italiano? fece Kyd, credendo di non aver capito bene.
Marlowe sorrise.
Shakespeare non era inglese. Il suo vero nome per esteso  Michelangelo Florio Crollalanza, un umanista siciliano.
NOTA: La tesi qui esposta  di Martino Juvara, professore siciliano. Per saperne di pi rimando al saggio di Domenico Seminerio, Il manoscritto di Shakespeare, Sellerio, Palermo 2008. FINE NOTA.
Questo Florio era gi stato autore di commedie e tragedie in Italia, ma se l'era dovuta svignare perch non tirava una bell'aria per i calvinisti come lui. A Stratford, dove stava nascosto, prese il nome del figlio dell'oste che l'aveva accolto: William. Per il cognome fu pi facile: shake spear  l'esatta traduzione di quello di sua madre scrolla lancia da Crollalanza. Ma tu pensavi veramente che un buzzurro di campagna, come voleva far credere di essere, conoscesse cos bene l'Italia e il Rinascimento? C'eri andato vicino quando hai tirato fuori tutte quelle domande sulla Bisbetica. Mi ha fatto leggere qualcosa di suo: una divertentissima farsa dal titolo in dialetto Troppo trafficu pi nnenti, cio Troppo rumore per nulla, e una tragedia sulla gelosia di un moro veneziano. Ma soprattutto mi ha intrigato la sua storia d'amore per una contessina di Milano, Giulietta, che si  suicidata per averlo perduto. E sai per colpa di chi? Del governatore spagnolo che l'aveva rapita facendo ricadere la colpa su di lui! Penso che prima o poi ne tirer fuori qualcosa.
Kyd, un po' stordito dalle parole dell'amico, si accorse d'un tratto che qualcosa non quadrava.
Ma dov' adesso Shakespeare... Crollalanza, insomma?
Te l'ho detto, Thomas, c'era un solo destino a disposizione per due persone. Shakespeare  morto, l'ho fatto uccidere io.
Il cielo si era oscurato all'improvviso, troppo presto per un giorno di primavera. Kyd guard fuori e vide la pioggia; non la sent, la vide e strizz forte gli occhi per accertarsi che quel che gli accadeva non fosse un sogno.
Da quando ti ho lasciato, continu Marlowe, ho cominciato a vivere con lui giorno dopo giorno, per mesi. Eravamo ormai una persona sola, un'anima sola, pensavamo all'unisono e ci leggevamo nel pensiero: componevamo a quattro mani in una tale perfetta affinit formale che, anche senza dircelo, scrivevamo gli stessi versi, sviluppavamo gli intrecci allo stesso modo e cos i personaggi e le loro passioni. Conservo ancora alcuni versi dell'Enrico VI che abbiamo composto per gioco, ognuno per conto suo. Quando siamo andati a confrontarli non differivano di una virgola. E cos era venuto il momento. Io non ero pi Marlowe, ma non mi bastava nemmeno essere la copia esatta di qualcun altro, soprattutto perch la copia era lui.
Io ero Shakespeare, io ero nato per diventarlo: tutta la mia giovinezza era stata un viaggio al buio per trovare quella luce che mi apparteneva fin dal principio. E dimenticavo
il passato con una rapidit vertiginosa. Non fui pi l'essere stralunato che componeva nelle notti bianche; non fui pi il vate rissoso e affogato nel vino, n il giovane scapestrato studente di Cambridge: non fui pi la spia, il ragazzo sciatto e maleducato perennemente senza amici, non fui pi il bambino che girava solitario per le strade di Canterbury. Mi svegliavo la mattina sentendomi Shakespeare, pensando a me come Shakespeare; perch nella mente di un dio, nel corso della natura c'era stato da qualche parte un errore e ogni cosa ora tornava come avrebbe dovuto essere. Cos, una mattina d'ottobre presi la decisione. Il cielo aveva voluto cos e io assecondavo il cielo. Mi fu facile convincerlo che lo vedevo stanco, che con la peste in giro era inutile sbattersi pi di tanto a scrivere. Ho degli amici in Italia, a Verona, e so che muori dalla voglia di tornarci. Prenditi un mese, o anche pi. Ho gi
organizzato tutto, William: una carrozza ti porter fino a Dover e li t'imbarcherai su di un mercantile italiano, il Tritone. Quando sarai arrivato a Genova, troverai una diligenza che ti porter a Verona. Non preoccuparti della spesa, so che sei all'osso, consideralo un mio regalo per ringraziarti di questi mesi splendidi. Lui abbocc tra le lacrime. Io mi misi in contatto con Poley e Skeres, due amici che avevano lavorato con me a lungo, prima che cadessi in disgrazia presso il conte di Essex: fornii loro documenti falsi che accusavano William di cospirazione a favore dei cattolici, in modo che avessero prove tangibili in caso dall'alto fosse stato chiesto di giustificare il loro operato. Shakespeare part: lo seguirono, lo fermarono, l'uccisero, gettarono il corpo nel mare.
Kyd aveva ormai superato ogni stadio di stupore, sconcerto, disgusto possibili quasi che stesse navigando in una favola, in una trama di commedia, in un'invenzione della fantasia. Fu questo a salvarlo. Non realizz che fossero fatti veramente accaduti: un diaframma, un pietoso velo della coscienza glielo imped.
Ma tu, prov a domandare, tu come hai fatto a diventare cos uguale a lui perfino nel fisico, nell'aspetto?
Il conte di Northumberland. Conoscevo le sue arti da molto tempo. Fu lui ad accogliermi nel suo castello e a trasformarmi gli occhi, il passo, il portamento, la voce, il sorriso, lui con le sue pozioni, i suoi unguenti, le erbe; lui con i suoi ferri miracolosi che scolpirono le rughe giuste sulle mie guance, sulla fronte. Dimagrii venti chili in due mesi, imparai a procedere ingobbito, a strisciare i piedi, a muovere il capo a piccoli scatti, a salutare, deglutire, tossire esattamente come William. Avevo gi smesso di bere, far le ore piccole, litigare, bestemmiare, il tutto con irrisoria facilit, perch mi era venuto naturale man mano che diventavo Shakespeare: ma cambiar d'aspetto  stato un impegno sovrumano. Ogni cosa ad arte: solo i capelli sono caduti per conto loro. Quando mi sono sentito pronto ho
ripreso la strada per Londra. Ma dovevo accertarmi di non essere riconosciuto, anzi di pi, di essere preso per Shakespeare. Mi sottoposi alla prova: una sera (che tuoni e fulmini, Tom, sembrava l'apocalisse) mi costrinsi ad andare al Cervo bianco. C'erano tutti: Barbage, Alleyn, Peele e quel ragazzino che scopiazza Plauto e Terenzio, Ben Jonson si chiama. Fu Barbage, il mio attore, quello che temevo di pi, a saltar su per primo e dire tutto enfatico: William, ma dove ti eri cacciato? Vieni qui, siediti con noi e fatti una pinta, vecchio disgraziato: ci sei mancato, sai? Fu la prova definitiva. Nessuno, neppure faccia a faccia, mostr il minimo dubbio: non fecero che lodarmi e adularmi, com' loro costume, salvo poi parlarti male dietro appena te ne sei uscito. Era fatta. Fu come un battesimo, una palingenesi: me ne tornai a casa con una gran voglia di lavorare, di finire il Riccardo III.
Ma la tua morte? Ti hanno visto morire in tanti in quella taverna sperduta fuori Londra!
Sperduta, hai detto bene, perch non corressi il rischio che ci fosse qualcuno che mi conosceva. La mia morte  stata il mio capolavoro. Non potevo lasciare Marlowe in giro: con lui vivo avrei sempre avuto una spada di Damocle sulla testa. E cos, per una sera, mi sono truccato da Marlowe, ho finto di essere Marlowe. Uno spasso, Thomas, avresti dovuto vedermi infagottato com'ero per sembrare pi corpulento! E la camminata? Rischiavo di cadere a ogni passo! Per non parlare poi della voce: che fatica ritrovare il registro giusto, urlare, tirar bestemmie! Naturalmente era tutto concordato. Poley e Skeres si sono fatti trovare li assieme a un attore che impersonasse Ingram Frizer, perch avevo deciso che doveva essere Frizer, mio acerrimo nemico, a uccidermi. Io sono arrivato un po' barcollante per l'imbottitura e abbiamo cominciato a chiacchierare a voce alta per farci notare il pi possibile. Continuavamo a ripetere i nostri nomi, perch gli altri avventori li memorizzassero a puntino. A un certo momento,
con un pretesto banale (figurati, i soldi del conto), scoppia una finta lite. Io prendo per il bavero quello che impersonava Frizer e scuotendolo gli urlo in faccia una caterva di improperi e minacce; lui tira fuori un pugnale, di scena naturalmente, e mi colpisce in faccia, e mi fa pure male all'occhio, che era meglio se mi pugnalava al cuore. Io urlo, mi porto la mano chiusa al volto, apro il sacchetto della tintura rossa, e gi sangue dappertutto. Frizer, maledetto, hai ucciso Marlowe, gridano gli altri due e mi tirano su, uno per i piedi l'altro per le spalle, trascinandomi in mezzo a una folla di avvinazzati che si scostano inorriditi: Marlowe, hanno ucciso Marlowe!, continuano a starnazzare i miei. Siamo fuori, ce la diamo a gambe, scompariamo nella notte tenendoci la pancia per le risate.
Geniale! fece Kyd che aveva ascoltato a bocca aperta, Ma... Frizer? Gli altri due si, erano d'accordo, per Frizer sa di non essere stato lui ad ucciderti!
Frizer se ne prender il merito:  troppo vanaglorioso per lasciarsi sfuggire una simile occasione; un tal servigio alla Corona gli aprir chiss quante porte. E non mi trover mai, perch Shakespeare nemmeno sa chi sia.
Kyd tir un lungo sospiro:
Ti hanno cercato tutti ovunque ed eri qui, eri Shakespeare!
E io altri non sono, Thomas, non ti venga mai pi in mente di nominare chi sono stato e soprattutto non raccontare a nessuno quel che hai sentito qui oggi. Io ho inscenato la mia morte, ma c' ancora gente l fuori pronta a tagliarmi la gola se solo sapesse che sono vivo.
Kyd si sentiva ancora protetto da quel torpore, da quella evanescenza che gli dava l'assurdit della storia. Non aveva parole, non sapeva che dire.
Ma... ci rivedremo?
Forse. Io esco poco. Ma dovesse succedere, ricordati chi sono, ora.
Era un commiato. Kyd si alz. Stette per un attimo incerto se abbracciare o no l'amico.
Mi hai pensato in questi mesi? chiese.
Sei uno dei tanti ricordi svaniti, Thomas, io non ce l'ho pi quel passato.
Un'ultima cosa: se volevi vedermi, perch mi hai fatto avere quel messaggio incomprensibile? Non potevi essere pi chiaro?
Perch volevo fosse il caso a farci o non farci incontrare.
Kyd usc per strada che calava la sera e Londra era silenzio e desolazione. Non vide carrozze di passaggio e prese a camminare per la salita cercando di evitare il rivolo d'acqua che scendeva maleodorante e le pozzanghere recenti. Veniva una certa brezza dal Tamigi e l'aria era impregnata di un forte odore di cordame e di sego: non se ne stup, stava percorrendo il vicolo dei candelai. Per un po' cerc di non pensare a niente, ma non resistette a lungo: troppo aggrovigliata, troppo incredibile quella vicenda. Si chiese quanti sapessero, ma si rispose subito nessuno. E perch lui si? Forse allora no, non era il solo. Ma era tutto plausibile, pochi avevano veramente conosciuto Shakespeare negli ultimi anni, e Marlowe non poteva spiattellare in giro quel segreto, e che segreto, senza rischi per la sua vita. Girato l'angolo si trov di fronte a un banco di macelleria: cessata la pioggia erano arrivate le mosche e ronzavano a frotte tra i lombi e le trippe. E cal la nebbia, cos veloce, cos improvvisa che di l a poco si trov quasi sommerso. La luce dei lampioni poteva poco; appariva e spariva, pi spesso si traduceva in uno sbiadito alone. La nebbia cancella lo spazio. Tutto si assomiglia, ed  come se la vita ti comprimesse in una piccola scatola che appiccica e confonde le gioie, i dolori.
Procedeva a tentoni. Abituatosi com'era al silenzio, avvert subito quei passi alle sue spalle. Kyd era coraggioso, conosceva il pericolo, ma cos, in quel buio quasi totale, senza anima viva intorno, avvert un brivido e il brivido divenne ansia. Poteva mettersi a correre o fermarsi ad aspettare. Scelse di fermarsi, perch di mettersi a correre cos alla cieca col rischio di andare di nuovo a sbattere in qualche muro, proprio non gli andava. E fece bene. Quando ormai i passi erano a poca distanza, ud una voce dal nulla:
Sei tu Kyd? Aspettami, sono Alleyn,  quasi mezz'ora che ti vengo dietro!
Rinfrancato, Kyd si appoggi al palazzo. Alleyn sbuc dagli sbuffi di fumo, grande e grosso come un oste del Surrey, coi suoi capelli riccioluti, la barba folta e spessa, invadente fin sotto le fessure degli occhi: era paonazzo, trafelato e gli colava il naso per il freddo improvviso.
Seguimi! gli disse prendendolo sottobraccio. C' una taverna, qui a pochi passi: devo parlarti, e subito, e cominci a trascinarlo per un braccio come se Kyd fosse un invalido da aiutare.
C'era, difatti, una taverna e vi si imbucarono in tutta fretta. Dentro la calca era inverosimile, sembrava quasi che tutta la gente di Londra si fosse data appuntamento l e per quell'ora. Kyd lanci pi di uno sguardo intorno ma non gli parve di scorgere nessuno che conosceva, si trattava perlopi di carrettieri, legnaioli, facchini e gente di mare.
Alleyn sapeva gi dove andare a sistemarsi: fendendo quella marea di teste, boccali, fumo e sputi, indic a Kyd un tavolino minuscolo in un angolo, dove c'era gi seduta un'altra persona.
Froid Joong, disse l'attore rivolto a Kyd e si accomod su uno degli sgabelli. Joong  un medico della mente.
Kyd, dopo una giornata simile, non aveva neanche voglia di chiedersi cosa fosse mai un medico della mente. Come si pu curare una cosa che non si vede? Assurdo. E poi
quel nome... che fosse cinese? No, non ne aveva proprio voglia, e non ne ebbe neanche il tempo, perch Alleyn part in tromba:
Dunque ti ha raccontato tutto, ti ha detto chi  e perch?
Kyd, preso in contropiede, balbett:
Chi? Cosa?
La persona da cui sei stato, Thomas, non fare il finto tonto; oh, lo so bene che ti ha ingiunto di mantenere il segreto. Allora facciamo cos: tu non parlare. Ti dico io cosa ti ha confessato.
Kyd sollev il boccale e trangugi un sorso.
Ti ha detto prosegu Alleyn di essere Marlowe, di aver fatto uccidere Shakespeare e aver preso il suo posto, perch lo amava, l'odiava, lo invidiava.
Il poeta non rispose. Il medico della mente fece finta d'occuparsi d'altro.
Marlowe  morto, riprese Alleyn, l'ho visto io con questi miei occhi cadere sotto una pugnalata in quella taverna di Deptford; non c' stato trucco, non c' stata finzione: no, proprio io l'ho trascinato fuori, mi sono sporcato del suo sangue, l'ho sentito agonizzare in quella merdosa campagna. Lo avevano trovato alla fine gli uomini di Devereux.
Ma... accenn Kyd.
S, lo so che cosa vuoi dire: Se Marlowe  morto, con chi ho parlato io? Semplice, hai parlato con Shakespeare, sei stato da Shakespeare!
Ma che ragione avrebbe avuto di dirmi che...
Di dirti che era Marlowe? Aspetta e sentirai. Questa  la storia pi assurda che mi sia capitata di vivere: non c' tragedia, non c' commedia e nessuna invenzione di Dio o degli uomini che le stia alla pari. Ma andiamo per gradi. Innanzitutto rifletti: come avrebbe mai fatto Marlowe, grande e grosso com'era, e bada, parlo di ossa, non di carne, che questa puoi anche perderla), come avrebbe fatto, dico, a diventare striminzito come Shakespeare in soli due mesi? E l'altezza? Hai presente o no che Kit lo sopravanzava di due spanne? Curvarsi, ingobbirsi non basta. E i capelli? A Kit arrivavano fin sugli occhi, William non ne ha quasi pi: e tralascio la voce, i gesti, la camminata, lo slang. Il conte di Northumberland, quell'ignobile ciarlatano? Puttanate.  scappato dall'Inghilterra che son gi due anni, perch stavano per farlo secco, lui e le sue stregonerie! Ancora: come avrebbe potuto Kit far pedinare e uccidere Shakespeare proprio da quelli che in realt pedinavano lui? Kit non aveva pi credito presso i servizi segreti, il suo ateismo aveva leggermente disturbato Sua Maest. Ma c' un'ultima cosa che per te, che sei poeta, fa da prova definitiva. Tutto a questo mondo si pu cambiare, imparare, tranne il genio, l'estro. O ce l'hai o non ce l'hai. Il genio  come un marchio inconfondibile, ognuno si porta sulla pelle e nelle viscere il suo, che  suo e basta. Non puoi mutarlo, non puoi snaturarlo, perch se ci provi, inaridisce e muore, e tu con lui. Tu sai bene come scrivono e cosa scrivono quei due: non potrebbero esistere in tutta l'Inghilterra altre due anime cos diverse, cos opposte. Uno  un cialtrone logorroico e pieno di s, nonch di arcaismi e svolazzi bizantini, che si pavoneggia con la solitudine dell'eroe tragico; l'altro  un campagnolo rifatto, riservato e scrupoloso, matto per lo studio e le letture, perso dietro gli italiani, che parla dell'uomo cos com', in ogni luogo e in ogni epoca. Te lo vedi Marlowe a scrivere commedie? La bisbetica domata sarebbe dunque sua? Ma Kit non sapeva nemmeno da dove cominciare per far ridere la gente! E cos, all'improvviso, avrebbe cambiato, che dico, capovolto, anzi stravolto lo stile di una vita per imitare Shakespeare? Thomas, sei proprio un babbeo, un fanciullo: il carcere ti ha davvero ridotto male se sei riuscito a credere a una fola simile!
Kyd dovette ammettere dentro di s che quelle argomentazioni erano pi che valide, ma i conti non gli tornavano ugualmente. Bene, pensava, Shakespeare  veramente Shakespeare, ma perch, per tutti i diavoli, sostiene di essere Marlowe? e lo domand.
Perch lo , rispose Alleyn, o meglio, lo  in un certo senso.
Piano, piano! implor Kyd che stava andando in confusione totale. Spiegami lentamente e con parole chiare, per favore.
Vedi, Thomas,  s vero che Marlowe si era infatuato dell'arte del suo rivale. La voleva, la esigeva come Faust la verit. Ma allo stesso tempo avvenne una cosa incredibile che riequilibr e rimise in discussione il tutto: Shakespeare, a sua volta, si perse dietro la personalit di Marlowe e se ne volle impossessare a tutti i costi. Quando Kit muore accoltellato nella taverna di Deptford, William lo sostituisce, lo fa suo, lo ingloba in s: non finge, crede veramente di essere lui. Non ci sono pi alter ego,  ormai tutta sua quella personalit che aveva sempre voluto.
Bene, Edward, mettiamo che sia come tu dici: William sent cos prepotente e obbligatoria la possessione di Kit, sub cos profondamente quel suo connubio arte-vita, lo sprezzo, l'orgoglio, l'infallibilit, l'alterigia, l'unicit di quell'uomo e delle sue gesta da esserne plagiato al punto di identificarsi in lui: essere Marlowe dopo averne dimenticata e rimossa la morte...
Le cose stanno proprio cos, Thomas.
Ma allora mi volete spiegare perch, credendosi Marlowe, non vive come lui? Lasciamo perdere l'aspetto fisico, ma il carattere? Io l'ho visto, gli ho parlato, io conoscevo bene Kit: non c' niente in questo vostro Shakespeare che gli assomigli; non  violento n nevrotico, non si lascia trascinare dall'ira,  pacato, sereno, e in pi completamente sobrio. Non dovrebbe invece avere lo stesso carattere di Kit?
 presto per dirlo. A parte il fatto che Kit era gi molto cambiato, ricordati che sono passati pochi giorni, dalla
sua morte. William per ora non ha il carattere di Kit, ma quello che credeva di Kit.
Ah! salt su Kyd come se un'idea improvvisa lo avesse folgorato. L'urlo fu cos alto che per un istante tutta la taverna si zitt.
Ah, ah, continu muovendo il dito indice sotto il naso dell'attore, va bene. Ammettiamo sia tutto vero, ammettiamo che Shakespeare si creda Marlowe: ma allora perch, maledizione, continua a scrivere come Shakespeare?
E pens di aver tagliato la testa al toro.
Alleyn spost il dito di Kyd dal suo naso e disse ridendo:
Ed  adesso, caro mio, che viene il bello! Ma non sar io a spiegartelo, bens l'esimio dottore qui al mio fianco.
L'esimio dottore al suo fianco, perso nel vino, non si accorse nemmeno di essere stato tirato in ballo. Strizz e riapr pi volte gli occhi, pos sulla panca il boccale che non doveva essere il primo e richiamato all'ordine ficc la sua faccia rubizza davanti a quella di Kyd.
Ah, si, dicevamo -. E si ferm. Pareva non avere pi argomenti. Il tempo passava. Kyd stava gi per riprendere la parola, quando Joong si decise a parlare.
Vedete, Mister Kyd, esistono due tipi di plagi psichici, di appropriazioni della mente, per esser pi chiari. C' quello semplice che vi ha cos bene illustrato Mister Alleyn e quello complesso o multiplo, per la verit assai pi raro. Nel caso semplice noi siamo attratti a tal punto da una personalit che ne diventiamo la copia, pi o meno esatta. In quello multiplo la faccenda  un po' pi complicata. Ma atteniamoci alla realt. In un caso semplice ci troveremmo di fronte a un unico passaggio: Shakespeare si crede Marlowe e non torna pi indietro. Nel caso multiplo Shakespeare si crede si Marlowe, ma non il Marlowe che abbiamo conosciuto noi bens il suo Marlowe. Che differenza fa, mi chiederete.  vitale. Vedete, Kyd, questa identificazione non procede in un solo senso, ma torna indietro: ognuno dei due avrebbe voluto in qualche modo essere l'altro. Il primo si struggeva per la personalit del secondo, il secondo per l'arte del primo. Il Marlowe che aveva in mente Shakespeare, il suo Marlowe, era quello che adorava, smaniava per la forma, lo stile, i contenuti di Shakespeare stesso, e cos oggi Shakespeare non si crede il vostro Kit, sic et simpliciter, ma un Marlowe che non pu vivere se non scrive come Shakespeare. Da Marlowe Shakespeare ha preso, e qui sta il punto, anche e soprattutto la sperticata idolatria che il rivale aveva per lui. Ripeto e riassumo, a costo di sembrare pedante: Shakespeare si crede si Marlowe, ma un Marlowe che vuole essere lui.
E quindi William, ora, crede di imitare se stesso? -domand Kyd.
Assolutamente si, ma non fa nessuna differenza essere se stessi o imitare se stessi. L'attore forse imita e basta? O pi probabilmente imita qualcuno in cui si rivede? Pensateci bene: Marlowe cosa vedeva in Tamerlano? Se stesso. Non ha parlato di s direttamente, ha compiuto un passaggio simbolico per tornare a s.
Oddio, gran dio! proruppe Kyd che era ateo. Si prese la testa fra le mani: Dunque  questa la verit? Raccontare di s attraverso un altro? O del mondo con le parole di un altro?
Questo  il teatro, Kyd, riprese il dottore,  una verit. La verit di cui voi parlate non la conosco e forse nemmeno Shakespeare la sa.
Nessuno dei tre apr pi bocca. Kyd rimase il tempo di un atto a scrutare nel vuoto e dal vuoto trasse visi e lamenti, sghignazzi e bestemmie varie: cominci a contare i piatti dal rumore che facevano cadendo sui tavolacci e a confondere gli avventori l'uno con l'altro: ogni volta che li inquadrava era come se si fossero scambiati di posto, scambiati d'abito; la taverna si apr, si scoperchi, la notte entr dal soffitto e nascose ogni cosa, poi, d'improvviso, si risollev, torn nel cielo e si richiuse il tetto, riapparve la luce. Erano scomparsi tutti. Al loro posto solo bambini, un mucchio di bambini che tenevano per i fili piccoli pupazzi di cenci.
Kyd prese il boccale e con un gesto risoluto lo scagli sul pavimento mandandolo in mille pezzi: nessuno dei bambini ci fece caso. Nessuno si accorse di lui quando si alz per andarsene.
Alleyn attese che fosse uscito e poi, rivolto al dottore sussurr:
Dovevo fare cos, non c'era altra strada che questa.
...
.
...
Dov', dov'? E qui? chiese il venditore di amuleti, arrivando trafelato e gettando occhiate a destra e a manca.
Dov' chi? fece Teliqalipukt.
Lei, lei, quella matta!
Ci risiamo, pens l'immortale; quel siparietto andava avanti da secoli ed era ormai un tormentone.
Giovanna? Giovanna d'Arco?
Sssh, per carit, che se ci sente,  finita!
Quando gli prendeva la fregola di Giovanna, non c'era scampo nemmeno in Purgatorio. Per la verit anche la ragazza ci metteva del suo.
Tutto era cominciato quella volta che comunicando in un nanosecondo col solito sistema Io domando tu rispondi che ho gi risposto io Dio l'aveva informato che c'era una pazza gi in Francia.
Pazza in che senso?
Sente le voci,  convinta che io le parli!
Signore, se doveste darvi pena ogni volta che qualcuno dice di sentirvi!
No, no, questa qui  diversa: ha un esercito e si  messa in testa che lo sponsorizzi!
Ma non siete voi il Dio degli eserciti?
C'era un refuso, l'han gi corretto: io non vado in giro a far guerra a chicchessia!
Neanche agli infedeli?
Neanche. E poi questi sono inglesi, mica mori. Ma non basta: tuona pure contro i cattolici, perch non festeggiano la Pasqua!
Be', ha ragione.
A ottobre? Festeggiare la Pasqua a ottobre? Ah, sente le voci, sente!? E ora gliele faccio sentire io le voci!
E cos era stato. Aveva cominciato a rovinarle la carriera, sbagliando a bella posta tutte le divinazioni:
Giovanna, assedia Parigi!
Ma Signore,  la mia citt!
Questa  la mia voce, Giovanna: assediala! ed era stato un disastro.
Giovanna, ci sono i Borgognoni! per esserci c'erano, ma tanti, troppi, ed era stato un altro disastro.
Era finita che vedeva san Michele, santa Caterina e santa Margherita in simultanea e gli psichiatri del tempo, come quelli di oggi, avevano tirato a sorte: o  pazza o  eretica. Era venuto fuori eretica ed era stata condannata al rogo: Dio non stava in s dalla gioia e aveva avuto per la prima volta in tutta l'eternit una gran voglia di ubriacarsi. Ma era durata poco, perch, vergine e martire, un posto in cielo le spettava di diritto.
Non si potrebbe trovare una scappatoia? Dio aveva supplicato Pietro.
Vogliamo chiederlo ad Allah? gli aveva risposto. Non mi pare carino, Signore, questa  gi da mo che aspetta fuori nel suo grazioso completino corazza bianca e schinieri -. E cos era entrata.
Signore, riprese Teliqalipukt, dovete farvene una ragione, non potete ridurvi in questo stato!
La fai facile tu! Sapessi che gran piattola che , che bottoni mi attacca: A Orlans, combattiam, Salviam salviam, Dio stramaledica gli inglesi, che un tantino
antipatici saranno pure, ma... E poi, e poi mi tocca, mi tocc a da tutte le parti!
Vi tocca? Ma se voi non avete...
Non so come fa, ma mi tocca: sei proprio sicuro che non sia qui in giro?
Sicurissimo. Perch non usate quei vostri scicchissimi amuleti? Funzionano? Non  un po' autoblasfemo andar in giro con quadrifogli, cornetti e zampe di lepre?
Adoro il caso. Mi piace pensare che, voil, possa capitare qualcosa che non era previsto. Il caso  ovviamente una mia distrazione, ma in apparenza, perch io so cosa significano tutte le cose che avvengono per caso. Io conosco tutte le tegole che cadon gi inspiegabilmente dai tetti fin dalla preistoria; i numeri dei biglietti vincenti di qualsiasi lotteria, tutte le combinazioni di tutti i dadi di tutti i casin del mondo. Quanto alla tua domanda, mi pare superfluo risponderti, ma lo far con una specie di sillogismo: se la fortuna non esiste i portafortuna non servono, se esiste servono.
E questo sarebbe un sillogismo? Mi volete fare fesso perch ci avete un rospo in pancia e dovete sfogarvi? 'Sti cornetti che vi portate dietro mica possono cambiare il destino: l'universo  un orologio che non sgarra e qualcuno, sapete chi, ha detto che siete voi l'orologiaio; ora, le cinque non sono le sei, e un minuto lo fan sempre sessanta secondi!
 qui che ti sbagli, Teliq, insieme a quei testoni di beati quass, e ancor di pi sbagliano gli uomini che si aspettano tutto liscio, misurato, preciso preciso, perch Dio, dicono, figurati se sgarra. Non  cos che va. Ma non t' mai venuto il sospetto che l'errore imprevisto, inimmaginabile, sia proprio la prova della mia esistenza? Se le vicende degli uomini rispondessero sempre a una concatenazione mai disillusa di cause ed effetti, ci dimostrerebbe che il mondo  regolato solo ed esclusivamente dalla meccanica della materia, dalla sua fisica, dalla sua chimica, ogni atto non potrebbe essere che la conseguenza di una precisa premessa: non spunterebbero, dietro la curva, camion contromano; non esisterebbero malattie inguaribili; non finirebbe, da un giorno all'altro, un grande amore. Un mondo perfetto dimostrerebbe l'inutilit di Dio, ne negherebbe l'esistenza. Un mondo di apparenti errori, di inaspettate eccezioni ci d al contrario la certezza della sua esistenza. In una natura che si  generata da s ogni casualit  fuor di discussione, solo Dio mette in conto il caso: La casualit  soltanto il travestimento assunto da un Dio che vuol passeggiare in incognito per le strade del mondo.
NOTA: Parole pronunciate dal cardinale Giacomo Biffi durante la celebrazione liturgica in occasione del suo ottantesimo compleanno nella basilica di San Luca a Bologna. FINE NOTA.
Ma perch?
Il caso  variazione, fantasia, umilt della ragione; il caso ridimensiona il rigore dei fatti, il senso della storia, la presunzione umana di aver afferrato per le ali l'aquila del mistero. E cos, ogni volta si ricomincia da capo, ogni volta torna tutto in discussione. Perch? Perch la felicit per gli uomini  nel non arrivare mai: trovare il limite, che da li non c' pi niente da scoprire, sarebbe per loro la fine; e se il mondo si fosse creato da solo, le sue leggi, incalcolabili ma non infinite, prima o poi verrebbero tutte svelate e calerebbe la notte della ragione e dell'anima.
Si guard sospettoso intorno per assicurarsi che non arrivasse chi temeva Lui e, data una toccatina a un ferro di cavallo, si prepar all'ascolto.
...
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Scacco a Dio.
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NOTA: Le vicende erotiche di Capablanca e le loro fatali conseguenze sono del tutto immaginarie. FINE NOTA.
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Yo s a simple vista cmo ha de tratarse una posicin, lo que puede ocurrir, lo que va a suceder; otros hacen ensayos, pero yo s, yo s.
Jos! Jos! Sono qui, Jos!
La stazione di Waterloo era una bolgia isterica: gente che andava, gente che veniva, facchini trafelati, birrai vocianti, bambini dispersi, urli, sbuffi di locomotive, annunci sovrapposti, viaggiatori in ambasce: un gruppetto di suore lottava per raggiungere il treno ed era metodicamente ricacciato verso l'uscita, la fila di chi sbarcava sommergeva gli impavidi in partenza: due fiumi scorrevano impazziti nelle opposte direzioni di uno stesso letto intersecandosi, frenandosi, sbattendo uno nell'altro nella confusione di voci: Charles, Charles, dove sei?, Il mio bagaglio!, Per Plymouth! Per Plymouth!, Tony, fa' qualcosa, non vedi?, Signori, in carrozza!, Goodbye, goodbye: sembrava una metafora del mondo, tutti a correre e sbraitare, tutti in realt fermi. In quella piena senz'argini un uomo avanzava tranquillo e risoluto come se stesse andando a teatro, elegantissimo nel suo completo scuro e del tutto indifferente a quel che gli succedeva intorno. Accanto a lui sgambettava un cameriere che pareva un bambino vecchio: tentava di tenergli il passo, lo perdeva e lo riacciuffava, impedito com'era dal peso delle valigie che teneva in mano.
Alex! Alex! esclam a un punto l'uomo col completo scuro scorgendo da lontano l'amico che gli faceva cenni, ma ci volle ancora un bel po' prima che si incontrassero. Alex, vecchio mio! Che pensiero gentile, sei venuto a prendermi!
Potevo mai lasciare senza guida il nuovo campione del mondo?
Ah, quello!  stato facile, credimi, Lasker  un bubbolone decrepito: manco il tempo di sedersi ed era gi finita. E poi all'Avana, casa mia... ma dove s' cacciato Belisarius?
Belisarius?
Il mio cameriere personale; era qui che mi seguiva con le valigie... Dunque, ti dicevo, quel vecchio prussiano pretendeva di farmi i suoi scherzetti psicologici! Sai come gioca, no? Cerca sempre di condurti sull'orlo di un abisso, con una sfilza di mosse scorrette, poi svicola via e ti lascia li nella melma:  un po' come si ficcasse con te in una casa in fiamme di cui per lui conosce l'uscita. Non c' niente di bello nel suo gioco: forza, solo forza, e io amo la bellezza... Ah, eccoti qui finalmente! Ma dove ti eri nascosto?
Il cameriere, tentando di uscire dalla gobba, sorrise per scusarsi.
Signore, sembra d'essere in guerra, manca solo che qualcuno spari!
Va' l va' l che sei uno sfaticato! Muovi quelle gambe che dobbiamo tirarci fuori di qui: il signor Alexander Alekhine  venuto personalmente ad accertarsi del mio arrivo e...
Come se fosse la prima volta che dai buca! intervenne Alekhine.
Non per questo torneo di Londra, sai quanto ci tengo! C' un mio giovane collega che vuol farmi la pelle ma aspetta che mi capiti a tiro, lo conosci tu?
Scherza, scherza, che vedrai cosa ti capita! Da chi credi abbia imparato il tuo giovane collega?
Ah, intendi quella panzana dell'allievo che supera il maestro?
Succede sempre.
Ma con Capablanca mai: solo io posso battermi e a volte mi meraviglio di riuscirci!
Percorsero in automobile un breve tratto di una Londra fumosa e febbrile, intasata di traffico. Persero del bel tempo per attraversare Trafalgar Square: un carretto si era rovesciato sotto la statua di Nelson e per la strada navigavano pere, mele, insalata e finocchi. Il birocciaio stava raccogliendoli a uno a uno nell'indifferenza generale: nessuno protestava e nessuno si sognava di dare una mano.
Gli inglesi mormor Capablanca non avranno mai grandi maestri di scacchi.
E perch? gli chiese Alekhine mentre armeggiava con la sua scacchiera portatile.
Perch hanno la pazienza dei fatalisti e la superbia dei predestinati. Niente di quel che accade li sconvolge e si adattano all'imprevisto come a una necessit. Non inventano, copiano se stessi. All'Avana questo incidente si sarebbe gi risolto.
Alekhine, che stava provando varianti di risposta all'apertura e4, sorrise all'appunto: in fondo il suo amico era ancora pi snob degli inglesi. Non ricordava di averlo mai visto usare le mani per qualcosa che assomigliasse anche lontanamente a un lavoro. Golf, tennis, bridge, whist, quelli si: quelli erano esercizi fisici degni, il resto neanche a pensarci.
Non provarci nemmeno! salt su Capablanca.
A fare cosa? rispose distrattamente Alekhine muovendo un pezzo.
Quell'apertura, toglitela dalla testa! Non la user mai contro di te.
Ma se  la tua preferita!
Proprio per questo. Mi conosci troppo bene e non mi fido.
Il pedone di regina, allora?
Pu darsi, pu darsi, e non parlarono pi per il resto del viaggio.
In albergo Capablanca sal per il bagno e la toeletta. Si lavava due volte al giorno e tre volte si cambiava d'abito. Non sopportava che l'odore dell'acqua di colonia svanisse dalla pelle. Quando si sent a suo agio ordin succo d'arancia e due uova al caviale. Non beveva, non fumava: coccolava la sua mente come un figlio, e mai e poi mai avrebbe corso il rischio di perderla: il pi piccolo mal di testa lo mandava in paranoia e non sopportava di non essere padrone di se stesso.
Scese nella hall e ci trov Alekhine.
Scusami, gli disse, mi assento per un'ora, ho un affare urgente da sbrigare, poi additando la scacchiera, tu intanto continua, ci rivediamo qui.
Non aveva neanche bisogno di dirglielo. Quando torn il russo era ancora l, tutto intento a studiare finali di torre e re contro re.
Impossibile, finch non porti il re nero ai bordi. Guarda, ti faccio vedere io: mettiamo il re nero al centro. A questo punto devi avanzare con quello bianco verso di lui, non frontalmente, ma di lato. Mettiamo che il re nero sia in ej: la torre lo costringe a retrocedere con Th5 +; se invece hai Rc4 allora TI15. Ora si prospettano due possibilit: o Rb4 cui seguirebbe Rd3, oppure RC3 e allora Tb4 e il re nero avrebbe poche scelte. Ma vediamo il finale: 4... Rc2; 5. Tc4 + , Rb3; 6. Rd3, Rb2; 7. Tb4 + , Ra3; 8. RC3, Ra2. Questo  incalzare! Ora si matta in tre mosse: 9. Ta4 + , Rbi; 10. T dove pi ti pare nella colonna per forzare il re nero davanti al bianco; xi. Tai + e fine dei giochi(2).
NOTA: Confronta con: Jos Raul Capablanca, I fondamenti degli scacchi, Aldo Martello, Milano 1971. FINE NOTA.
Ma la cosa pi importante  muovere il tuo re vicino alla torre, sia per difenderla sia per ridurre al lumicino i movimenti del re avversario.
Jos, l'hai fatto per ricordartelo? Sai benissimo che io lo so!
L'ho fatto per togliere di mezzo questa lagna di una
scacchiera. Ma te la devi sempre portare dietro? Levati dalla testa che stasera io mi deprima qui con te a far esercizi! Stasera night! C' un amico che ha aperto un localino di quelli, sai... non dire di no,  cosa fatta: l'unica nostra fatica sar di scegliere le ragazze; dicono che ci sia una francese... Ma Alex, mi ascolti o no?
Certo Jos, dicevi della francese, la francese non mi va: con te bisogna giocare per il punto intero, rischiare, e la difesa francese non  certo...
Lo vedi che sei malato? Io ti parlo di ballerine e tu capisci scacchi! Ma la vuoi piantare una buona volta?
Alekhine ripose di malavoglia il suo gingillo. Il cameriere si avvicin per chiedere cosa dovesse servire. Capablanca fece un gesto con la mano per dire che grazie, erano a posto.
Leviamoci di qua, Alex, c' troppa gente intorno, andiamo in una saletta riservata! Ho da dirti una cosa importantissima.
La saletta era confortevole: luci basse, sof comodissimi. Si spaparanzarono.
Ti rivelo un segreto, esord Capablanca. Ho conosciuto una donna meravigliosa.
Non mi pare una gran novit!
Questa  diversa, Alex, questa  una dea scesa in terra, ha due occhi da tigre che ti trapassano il cuore, un passo da imperatrice e... la voce! La voce, Alex! Apre bocca e s'indora l'aria, pulsa la luce, ti brucia il sangue...
E qualcos'altro!
Ero a un piccolo torneo, un'esibizione da pochi dollari, ed ecco che te la vedo entrare nel suo tubino cos aderente che faceva fatica a camminare. Mi ha stregato l'anima, non son pi riuscito a staccarle gli occhi di dosso. E lei pure. Non ho mai fatto passare intervalli cos lunghi tra una mossa e l'altra come in quel torneo: dovevo guardarla e intavolare con lei un dialogo da lontano che fosse chiaro ed eloquente. E cos  stato. Senza una parola ci siamo capiti al volo: ho chiuso la partita e via con lei in Paradiso!
Risparmiami i dettagli e vieni al sodo, Jos: cosa vuoi dirmi?
Fu quella una selvaggia, indimenticabile, unica sera d'amore: a mezzanotte doveva partire, tornare in Inghilterra da suo marito, da sua figlia, e non l'avrei pi rivista. A mezzanotte, come Cenerentola, e tir fuori una scarpa di raso col tacco a spillo.
Una scarpa? E sua?
Non ha voluto dirmi il suo nome, ma l'ha persa correndo gi per le scale.
Baster farla provare a tutte le donne d'Inghilterra, signor principe azzurro!
Non fare lo spiritoso, Alex, non sono cos scemo: gli scacchi non mi hanno ancora mandato in pappa il cervello come a te!
E allora?
Allora sono piombato nella disperazione pi nera. Avevo trovato la musa della mia vita e l'avevo persa nello spazio d'un respiro! Il destino non poteva giocarmi uno scherzo simile! Sono stato un anno con quella scarpa tra le mani, me la sono pure portata dietro al mondiale con Lasker.
E poi?
Poi Lasker si  tolto la giacca ed  stato come se un raggio di sole squarciasse il cielo!
Ti sei innamorato di Lasker?
Ma no, Alex, che cavolo dici? La giacca, la giacca!
Senti, Jos, non ci capisco niente! Cosa ci azzecca la giacca di Lasker in questa storia?
Ho visto l'etichetta e sull'etichetta l'indirizzo del sarto. Ho preso la scarpa in mano e anche li c'era l'etichetta e il nome e la via del negozio: stupido a non averci pensato prima! Potevo rintracciarla, risalire a lei, finalmente rivederla! Ah, sapessi che fregola mi ha preso in quel momento: Lasker si trovava alle strette con due cavalli incombenti sulla sua regina, e io ci nonostante gli ho offerto ugualmente la patta pur di scappare subito fuori. Sai com' Lasker: ha fatto persino finta di pensarci su, e poi l'ha accettata senza entusiasmo, quasi contrariato! Si  concordata una pausa. Sono schizzato via. Non te la faccio lunga, Alex; un'ora dopo sapevo tutto: ho amici a Londra, e che amici. L'ho chiamata, m'ha risposto il maggiordomo, ho finto di essere il calzolaio,  venuta al telefono, ho risentito quel sospiro, ho creduto che mi si fermasse il cuore, ha sussurrato, ho sussurrato, ci siamo riconosciuti: nulla era cambiato, mi voleva ancora. Vengo, corro a Londra! le ho detto. Non puoi, qui c' mio marito e non mi lascia uscire da sola; in pi ti conosce benissimo, ti adora, sei il suo campione preferito,  sempre l a ripetere le tue partite! Tuo marito gioca a scacchi? S, ma non imparer mai. Sai, Alex, i colpi di genio? Quelli che non sai da dove, non sai perch, ma arrivano come flmini?  arrivato. Che scusa ho per andare a Londra? mi sono chiesto: il torneo. Come faccio a vederla se non pu uscire? Vado io a casa sua. E come? Con che pretesto? Qui sta' attento, Alex, qui salta fuori il genio: ci vado per impartire lezioni a quel cornuto di suo marito!  fatta, mi dico,  mia, non sto pi nella pelle, riacciuffo Lasker, me lo sbologno in due partite e divento campione del mondo.
Alekhine lo guardava esterrefatto come se al suo amico avesse dato improvvisamente di volta il cervello.
Bene, bel piano. Ma come lo catturi il marito?
Gi fatto. Sai quell'oretta che ti ho lasciato qui a cercare soluzioni che non ti serviranno mai con me? Be', sono andato a trovarlo. Lei non c'era, uscita con la figlia, come concordato. Non ti dico la scena! Che onore! A cosa devo? fa lui chiamando a raccolta i valletti per offrirmi liquori d'ogni tipo, e che io garbatamente rifiuto. Mi trovo qui per il torneo di Londra e ho pensato, visto che lei  cos amante degli scacchi, che potremmo chiudere un
accordo privato, gli faccio io. Dica dica, di che tipo? Be', io sto cercando una sponsorizzazione, niente di esagerato, giusto per coprirmi le spese... Sa, corri di qua, corri di l, e a volte i premi dei tornei non bastano. In cambio farei il suo nome alla stampa, ma soprattutto mi riserverei l'onore di insegnarle di persona i fondamenti degli scacchi, qui a casa sua, quando lei riterr opportuno. A momenti al vecchio gli prende un colpo: salta su tutto rosso in viso e corre ad abbracciarmi: Il grande Capablanca nella mia casa! Come potr mai ringraziarla? Non esiste una cifra per ripagare un tale slancio di generosit! Venga, venga al pi presto, gi da domani sar qui a pendere dalle sue labbra! E questo  quanto, Alex. Domani tu e io saremo l.
Io?
S, anche tu, e la tua presenza non sar solo ornamentale, ma indispensabile.
Hai intenzione di mandarmi a letto con la tua bella finch tu insegni gli scacchi al caprone?
Proprio il contrario, Alex: ascolta come faremo. Io ti presenter per quel campione che sei, aggiungendo legna al suo entusiasmo, poi ci siederemo tutti e tre alla scacchiera. Io partir dalla siciliana, e dopo poche mosse porr la seguente regola: Lei, caro signore, a proposito: si chiama Horned, ora pensi a come proseguire e rifletta a lungo, non meno di un quarto d'ora, io nel frattempo girer qua e l per non influenzarla. Scriva pure se le viene in mente qualche cosa oppure chieda ad Alex, lui non si muover di qui; ma ricordi,  fondamentale che non tiri a casaccio: si prenda il tempo che le ho detto. Lui comincer a riflettere e io correr da Lucy, cos si chiama, e non poteva essere altrimenti, entrer nella sua stanza da letto e sfioreremo il cielo insieme.
Bel piano. Ma se dovesse alzarsi? Venirti a cercare?
E tu cosa ci stai a fare, allora? Mi avvertirai, concorderemo un segnale.
Be', Jos, ma ti basta un quarto d'ora per...?
S, lo so,  un bell'intoppo, ma ci ho gi pensato. Ogni quarto d'ora torner da voi, far la mossa successiva e me ne scapper da lei. Vuoi mettere la goduria di andare e venire, veder la faccia di Mr Horned e poi di nuovo intrattenere la signora? Magnifico! Esaltante! C' s la scomodit di doversi alzare magari in piena foga, ma anche la certezza di tornare in arcione: e chi l'ha mai fatto in questo modo? Vuoi vedere che sto aprendo una nuova via? Gi me lo immagino scritto sui manuali: Amplesso Capablanca!
Tu sei pazzo!
Ma accetti?
Quindi tu non sei venuto qui per batterti con me! A te del torneo di Londra non  mai importato un fico!
Fai il bravo, Alex, me lo devi: quante volte ti ho tirato fuori da situazioni impossibili?
Brutto pezzo di un libertino... Accetto si, ma a una condizione: che in torneo tu apra sempre col pedone di re.
Affare fatto!
Alexander Alekhine era nato a Mosca nel 1892 da nobile famiglia, e di quella nobilt manteneva l'impronta e il portamento, educato com'era all'essenzialit dei pensieri e delle parole. Il suo non era stato un mondo di fantasie, di viaggi immaginari alla ricerca di chiss quali stelle: era la ragione a condurlo per mano, il potere e l'infallibilit della logica unitamente all'intralcio mai casuale, sempre calcolabile degli errori e la risolutezza ad affrontarli uno per volta e a sconfiggerli, anche in cent'anni. Fin da piccolo nella sua vita c'erano stati solo gli scacchi: configurava in quel quadrato magico l'essenza stessa della creazione, la sintesi di un'armonia universale dove, a suo parere, il caso altro non era che un effetto naturale di cui per non si conoscono le premesse: partendo dalla perfetta interpretazione di queste, nessun caso si sarebbe mai potuto verificare. Non era un genio innato, Alekhine. Capablanca s, Capablanca era Mozart; lui invece il suo genio se l'era dovuto conquistare in sedute estenuanti, prove e riprove, cadute e risalite. Molto aveva influito l'insegnamento di un maestro come Khotimirsky, fondamentale la stima di Savielly Tartakower, ma pi ancora era stata determinante la testardaggine quasi disperata con cui ripeteva fino all'esaurimento un attacco o una difesa. Ed era stato cos che bruciando le tappe era diventato maestro a Pietroburgo nel 1909 e grande maestro appena prima della grande guerra. Tre donne erano passate per la sua vita, tutte pi anziane di lui, a sostituire forse una madre alcolizzata che non aveva avuto il tempo di amarlo. A parte l'ultima, Nadja Fabrizkaia, delle altre aveva sopportato la petulanza e la gelosia finch aveva potuto, fino a quando non gli avevano chiesto di scegliere tra loro e gli scacchi.
La sua morbosa mania per l'ordine lo aveva portato fatalmente a essere un reazionario: ispettore di polizia a Mosca per lungo tempo, aveva cercato di fuggire all'alba della Rivoluzione; condannato a morte era stato salvato nientemeno che da Trockij.
Aveva abbandonato la Russia ed era andato a vivere in Francia, passando di successo in successo e covando dentro di s di battersi con Lasker per il titolo mondiale, ma quella simpatica canaglia di un cubano l'aveva preceduto di un soffio.
I campioni di scacchi o si odiano tra loro o non si considerano affatto. Per Alekhine e Capablanca non era cos. Non si poteva forse parlare di amicizia, ma di certo si rispettavano e si trovavano simpatici, probabilmente proprio perch cos diversi, cos all'opposto. Capablanca giocava a scacchi come fosse nato a far quello e basta: ce l'aveva dentro come un linguaggio, come un modo di sentire, e di conseguenza non si affannava pi di tanto a studiare
partite altrui, soluzioni inusitate, perch era certo che al momento della verit il suo istinto lo avrebbe salvato davanti a qualsiasi mossa imprevista. N si arrovellava in attacchi all'arma bianca o in difese aggrovigliate; amava poco la forza, molto pi l'eleganza, la raffinatezza. Era convinto che i problemi pi complessi avessero tutti una soluzione elementare e davanti agli altri era solito dire: Voi analizzate, io so. Uno spaccone, pigro, indolente, amante del bel mondo, delle comodit e del piacere in ogni forma, conquistatore nato, impenitente donnaiolo.
Come due cos potessero trovarsi e capirsi resta uno di quei misteri che fanno la vita bella e varia. Si cercavano, si scrivevano, si piacevano: si erano consapevolmente calati nei due ruoli di primo della classe e scansafatiche, come in una comdie de caractres, e non mancavano occasione per provocarsi e rimarcare i difetti l'uno dell'altro, per poi esaltarsi a vicenda.
Mai si sarebbero aspettati che il destino li stava rincorrendo e che c'era, nella loro vita, un appuntamento fatale.
Un maggiordomo impeccabile nella sua livrea verde-bottiglia tolse loro i soprabiti e chiese cortesemente di seguirlo. Si trovarono in un atrio dal soffitto altissimo decorato di stucchi: cornucopie, ninfe al bagno, tempietti dorici: vividi nei particolari, ma nel complesso del tutto fuori posto.
Mr Horned venne loro incontro con un sorriso smagliante. Capablanca present l'amico. Nell'ampia sala erano apparecchiate due scacchiere, casomai il maestro si fosse voluto dare ai fuochi d'artificio, cosa che aveva proprio intenzione di fare, ma in un'altra stanza. Alekhine le ammir affascinato: erano entrambe ricche, maestose, appoggiate su tavolini circolari stile Impero; i pezzi, in avorio squisito, avevano liberato l'estro di un intagliatore attento al dettaglio: sulle torri spiccavano persino le forme
dei merli e le grate delle finestre; i cavalli esibivano criniere libere al vento di battaglia e le teste delle regine e dei re erano sormontate da diademi d'oro finissimo.
Capablanca a malapena riusciva a nascondere l'impazienza: una sorta di frenesia lo costringeva a intrecciare continuamente le mani e a grattarsi fra i bei capelli impomatati. Ripet punto per punto le regole che aveva descritto ad Alekhine: lui sarebbe stato l, sarebbe uscito, sarebbe tornato, e ne spieg le ragioni.
Eccoci qua! Dunque, avete capito tutto bene? Allora cominciamo con qualche nozione di base.
Ad Alekhine tocc sorbirsi le fregnacce teoriche che i campioni tirano sempre fuori quando vogliono pontificare e che non servono assolutamente a nulla. Capablanca era in vena e le spar grosse:
Per profondit, Mr Horned, intendiamo la maestria nel valutare le diverse possibilit in posizioni difficili: in altre parole, la comprensione posizionale; per capacit combinativa intendiamo l'abilit a calcolare la combinazione che si vuole raggiungere utilizzando le forze a disposizione e creando le condizioni possibili...
NOTA: Questa definizione e le seguenti sono tratte da un articolo di Capablanca per una rivista uruguayana di scacchi, pubblicato in Jakov Estrin, La parola ai campioni del mondo, Prisma, Roma 1993. FINE NOTA.
Sta descrivendo pari pari la scopata che si far dopo, e 'sto cornuto la prende per una lezione, pens Alekhine.
Capablanca pareva entrato nella parte o fors'anche tentava di contraccambiare nel migliore dei modi il favore che il povero Mr Horned gli avrebbe fatto a sua insaputa. Cos cominci a menarla con perizia e previsione, rapido sviluppo dei preliminari per arrivare al gioco vero, attacco da lanciare nel momento caldo, importanza del tempo e della precisione. Tempo ne hai poco e per la precisione che ci vuole? Mica devi disegnarle un bersaglio attorno! pens Alekhine, che si sforzava di non ridere.
A un certo punto, Capablanca, evidentemente arrapato, concluse col suo cavallo di battaglia:
E si ricordi che gli scacchi non sono una scienza, ma un'arte Gli sistem i pezzi come si fosse gi alla quarta mossa e lo invit a proseguire.
Mi assenter, come le ho detto, girer un po' qua un po' l, se mi permette; magari se mi indica la biblioteca, prender un libro da leggere... Ah, Le memorie di Steinitz, dice? Sa che mi ha dato proprio una bella idea? Avevo una gran voglia di approfondire il suo gioco! Quindici minuti, si ricordi, non uno pi non uno meno, e si concentri: non mi faccia tornare per scoprire che ha mosso a casaccio!
E usc.
Lucy aveva la pelle candida e i capelli nerissimi a strapiombo sulla schiena, gli occhi celesti che si vedevan dentro sorgenti e ghiacciai, e lo sguardo torrido di desiderio.
Capablanca non la salut nemmeno, le fu addosso in un batter di ciglia per saziarsi di quel corpo pi ardente di quanto ricordasse. Non furono abbracci ma assalti, nemmeno riusc a sfilarsi i pantaloni: avido la trascin sul letto e la copr di baci sul collo, sui grossi seni, sui fianchi tra le cosce grandi e sode come piaceva a lui. Le sfil il corpetto e stette come in estasi a rimirarla. Lei che l'aveva attanagliato, strizzato, graffiato in una catena ininterrotta di Oh Jos! Oh Jos! tolse l'ultimo ostacolo e si offr famelica alla penetrazione.
Mentre si agitava su e gi come se qualcuno da un momento all'altro potesse togliergliela di sotto, in un raro impeto di altruismo, a lui poco congeniale in verit, la implor: La prossima volta ti carezzer, adesso fammi finire, che non ce la faccio pi! Ma ce la faceva eccome: Jos rimase lancia in resta per un tempo incalcolabile, facendola urlare di piacere, e meno male che la stanza si trovava da tutt'altra parte della casa. Era ancora l che si stava chiedendo se non l'avesse preso una paralisi, quando sent dei colpi prima timidi poi sempre pi audaci alla porta.
Jos! Jos! era Alekhine: Jos, presto,  passato il tempo, presto!
Si tir fuori lasciandola giusto a met di un orgasmo e raccolse alla bell'e meglio gli indumenti sparsi qua e l: si vest in un lampo, mancando un'asola del panciotto, e saltell verso la porta mentre cercava d'infilare una scarpa. Corsero verso il salone. Per sua fortuna Mr Horned se ne stava li buono buono davanti alla scacchiera in attesa dell'illuminato verdetto.
Capablanca che nel frattempo si era aggiustato come poteva i capelli non riusciva a nascondere l'ansito dell'amplesso e per mascherarlo fece finta di tossire. Si port alle spalle del suo benefattore per farsi notare il meno possibile e diede un'occhiata alla scacchiera.
Ah! Ah! C'era di meglio! sentenzi. Quel cavallo in ej non si salva pi dai pedoni e lascia un varco all'alfiere di re! Doveva salire con il suo d'alfiere! Guardi! -ed elabor le tre mosse successive dimostrando come sarebbero andate le cose.
S, tent timidamente di interferire Mr Horned, ma se io supportavo con la torre!
Le torri deve lasciarle li dove sono: quelle servono dopo. Insomma Mr Horned il concetto fondamentale  questo: bisogna impossessarsi quanto prima del centro, ecco il perch degli alfieri e dei cavalli sempre, ben inteso, difesi dai pedoni. Ora guardi, io le lascio questa situazione: provi a elaborare due o tre esiti; attento, deve mentalmente arrivare ad almeno tre mosse successive. Io vado: ho piantato li Steinitz in un punto cruciale e se non lo riprendo subito, me lo perdo.
Mr Horned non si chiese neppure il perch di questo andare e venire e dell'opportunit o meno che lui fosse assente alle sue mosse, tanto era preoccupato di far brutta figura davanti al suo idolo: si estrani dal mondo dei vivi per concentrarsi.
Io avrei mosso il cavallo e gli avrei mandato dietro la torre, sussurr ridacchiando Alekhine a Capablanca.
Fai poco lo spiritoso, e non ti venga pi in mente di interrompermi: preferisco essere scoperto piuttosto che soffrire cos.
E torn da Lucy. Lei lo aspettava nella stessa, identica posizione di prima, non si era mossa dal letto.
Ricominciarono e fu un amplesso pi calmo, ragionato; i sensi lasciarono spazio all'intelligenza e l'intelligenza chiam la fantasia in soccorso: trovarono il piacere all'unisono e si fermarono a respirare.
Capablanca si rivest con ordine e compiaciuta lentezza, prese il pettine dal taschino del gilet e rifece l'onda ai capelli, sorridendo nella specchiera. Aveva guadagnato qualche minuto e facendo un gesto che significava a dopo, usc fischiettando.
Trov Mr Horned e Alekhine che parlottavano.
Cosa fai, suggerisci? disse fulminando l'amico con lo sguardo.
No, no, maestro, Mr Horned mi ha solo chiesto quali siano, secondo me, i suoi punti deboli!
Non ne ho!
Non intendevo negli scacchi, intervenne il mecenate. Tutti hanno dei punti deboli nella vita!
I miei son tutti forti, anche i deboli.
Via, via, non mi dica che non beve ogni tanto, non fuma, non va a donne!
Qui Capablanca non fu all'altezza del suo sangue freddo:
Donne? No, grazie, io ho fatto voto di castit.
Alekhine non si tenne e scapp fuori dalla sala a ridere. Mr Horned, preso in contropiede, timidamente domand: E da quando? Non sa cosa si perde! Le donne sono le vere gioie della vita!
 una lunga storia che preferirei non raccontare: ormai sono anni che vi ho rinunciato.
Bene, bene, cos un giorno o l'altro potr farle conoscere mia moglie, sorrise, visto che vado sul sicuro... Anzi, vuole che la chiami adesso?
No, no, per carit, non mi rinnovi la sofferenza!
Perch, ci soffre?
Gioco a scacchi per dimenticare, per cancellare dalla mia mente l'unico grande amore della mia vita, colei che mi ha straziato il cuore!
Oh, non sapevo, accetti le mie scuse... Vuole, vuole ancora che continuiamo?
 la vita che continua, replic melodrammatico Capablanca, preoccupato della piega che stava prendendo la conversazione.
Dunque, vedo che la sua prima mossa  giusta. E la seconda? Ah, di bene in meglio: ha sicuramente previsto l'avanzata della regina. E... e la terza? Esatto, perfetto, il pedone di supporto. Sono molto soddisfatto e visto che comincia a prenderci la mano sa cosa facciamo? Lei ha qui due scacchiere, impostiamo due problemi diversi: le dar il doppio del tempo per risolverli e imparer pi in fretta, e cos dicendo accost il tavolino con la seconda scacchiera all'altro. Ecco, guardi bene: qui gioca col bianco, li col nero e... e queste che le sto sistemando sono le posizioni da cui deve partire.
Mezz'ora? Posso farcela prima.
Diciamo mezz'ora per sicurezza. Nei prossimi giorni si vedr.
A dopo -. E se ne usc proprio mentre Alekhine faceva il suo ingresso dall'altra parte della sala.
Vederla e sentirsi tornare addosso voglia di lei furono una cosa sola. Era stata in bagno, uscendone intrisa di profumi: volavano per la stanza il mughetto e l'ortensia. Non si era rivestita, perch sapeva che avevano appena cominciato, che il meglio doveva ancora arrivare. E quel meglio fu dedicato a lei. Jos provava pari intensit nel dare piacere e nel riceverlo, anzi ancor pi nel darlo, perch a quel modo sublimava il suo narcisismo: diventava padrone dei sensi altrui e ne dettava le risposte, come quando davanti a una scacchiera l'avversario capiva che era lui il pi forte. Non gli era mai piaciuta tanto la sua soddisfazione quanto la resa del partner, del competitore, e grazie a questo Lucy prov un mondo di brividi, e fu pronta a una nuova generosa corsa verso l'oblio. Fu un amore dilagante e tenero, fatto di intrecci e spasmi incontrollati, ma soprattutto di baci, interminabili baci tra due bocche furenti e assetate. Dopo il piacere, lei gli chiese di poterlo vestire, e poi lo baci ancora, sussurrandogli A domani.
And avanti cos per giorni e giorni, sembravan scene da commedia dell'arte: entrava, impostava uno, anzi due problemi, si ritirava, amava, tornava. Una volta, forse perch non riusc a ritrovare la cintura, o perch gli era saltato via qualche bottone nell'impeto, scaduto il tempo, gli capit persino di presentarsi a Mr Horned tenendosi i pantaloni con la mano sinistra.
Nel frattempo vinse il torneo di Londra con grande facilit, trionfando in undici partite. Alekhine arriv secondo.
Una sera di settembre Lucy, concluso il solito rendez-vous a spizzichi e bocconi, gli disse che l'indomani non ci sarebbe stata:
Ho accettato di insegnare al Conservatorio. Avr la solita spia di mio marito tra i piedi, ma meglio che vivere qui dentro come una reclusa ad aspettare le tue visite. Capiter due o tre volte la settimana, amore, ma negli altri giorni sar tutto come prima.
Capablanca nell'uscire avvert Mr Horned che il giorno seguente, per impegni presi in precedenza, non sarebbe venuto, poi si avvi per i meandri della casa in direzione del bagno, ma sbagli evidentemente porta. Una ragazza dai capelli d'oro, le lunghe gambe nude sul letto, lo osservava con divertita curiosit.
Ah, mi scusi, cercavo il bagno, disse Capablanca che aveva notato la bellezza mozzafiato della giovane. Non si lasci sfuggire l'occasione:
Sta forse male? Io sono un medico... Non mi guardi cos, sono un ospite di suo padre... E suo padre, vero, Mr Horned? Vuole che le dia un'occhiata per rassicurarla?
Voleva, ma non ce n'era il tempo. Capablanca si sent
come quando gli mancavano cinque mosse da fare in tre minuti. Ma lui era il pi abile, il pi bravo nel gioco-lampo, quella sfida dove non si pu pensare e in cui aveva ridicolizzato Nimzowitsch e Bernstein decine di volte. Rimandiamo a domani: domani porto gli strumenti e ci facciamo una bella ripassata generale, cantilen carezzandole la coscia e sentendola coperta di pelle d'oca.
Ho disdetto quell'impegno, disse Capablanca salutando l'ignaro padre. Domani ci sar.
Ora aveva due scacchiere, due giocattoli da alternare secondo la voglia e le circostanze, che da due divennero tre quando si aggiunse anche la governante di casa. Ormai non era pi un uomo ma un compilatore di orari ferroviari, dotato di una singolare maestria nell'incastrare appuntamenti, evitare sospetti, tacere all'una dell'altra, non sbagliare i nomignoli.
Finch quel balletto non si fece troppo rischioso e impegnativo. E anche Alekhine ne aveva avuto abbastanza e giustamente mordeva il freno.
Le salut tutt'e tre, una per una rigorosamente, con spudorate promesse di ritorni, poi una sera d'autunno se ne part per L'Avana.
Mr Horned scopr ogni cosa quando le tre donne presero ad azzuffarsi selvaggiamente. Come molti di quelli nati per esser comici, non cap a fondo il suo ruolo e volle inopinatamente cimentarsi col tragico: spar alla moglie e si uccise.
Ha passato il segno. Non pu andare avanti cos!
Sono d'accordo.
Qual  la cosa che pi di ogni altra pu distruggerlo?
Perdere. Perdere il campionato del mondo.
Pensaci tu.
Buenos Aires, 16 settembre 1927.
Non si erano pi visti per anni, ognuno per la sua strada a riempire i vuoti, a colmare le assenze. Alexander aveva cominciato a vivere la sfida con Capablanca come un'ossessione. Certo, le regole dettate dal cubano erano quasi proibitive, soprattutto quei diecimila dollari che non sapeva proprio dove andar a cercare.
Aveva studiato e ristudiato fino allo spasimo le partite del campione, e nel frattempo giocava e vinceva quasi dappertutto. Ma non lasciava l'impronta, il graffio, il segno: pesava su di lui una sorta di blocco intellettuale che gli opponevano i vecchi campioni, un'indifferenza tanto mortificante che si era deciso a scrivere un libro, perch qualcuno si rendesse finalmente conto di quanto valeva.
Il 29 novembre del '23 aveva anche preso il coraggio a due mani e scritto una lettera a Jos scongiurandolo di mettere in palio il titolo contro di lui, ch i diecimila dollari li aveva ormai trovati. Non aveva avuto risposta.
E gli anni erano passati: uno, due, tre, quattro anni.
Aveva vinto, rivinto, trionfato a Baden Baden lasciando a bocca asciutta Rubinstein, Smisch, Marshall, Rti; tutti si erano accorti di lui, e il grande Tartakower aveva addirittura detto: Capablanca detiene il titolo, ma Alekhine ha lo stile di un vero campione del mondo. Lettere e silenzi, preghiere e scuse.
Poi, quando nessuno pi se l'aspettava, Capablanca con uno dei suoi colpi di teatro era uscito dall'ombra. Dava appuntamento ai suoi possibili sfidanti a New York per il 19 febbraio di quell'anno, il 1927. Chi avesse vinto quel torneo o fosse arrivato alle sue spalle, avrebbe acquisito il diritto di combattere con lui per il titolo mondiale.
E proprio a New York, in quella occasione, l'aveva incontrato; ma il Capablanca che Alekhine aveva rivisto era un uomo del tutto trasformato, nel fisico e nella mente. Non mostrava pi quella spavalda sicurezza di altri giorni, il suo sorriso era spento, impalpabile, il passo incerto, opachi i bei capelli sotto la brillantina, trasandato il vestire, rare le battute e fiacche, scontate: nessun segno del passato, dei giorni vissuti insieme.
Aveva vinto lo stesso, ma non stupiva pi, non inventava, non passeggiava intorno al tavolo scherzando coi giudici, non aveva niente di quel guascone che Alekhine conosceva: cupo, ingobbito sulla sedia in un silenzio glaciale, senza la sgargiante cravatta che agitava avanti e indietro nella immediata ricerca di una mossa; al suo posto il colletto sbottonato e non pi candido come una volta.
Aveva vinto, ma ad Alekhine era parso la parodia di se stesso, un riassunto frettoloso per i non addetti, per chi non l'aveva mai visto: faceva l'essenziale, il minimo possibile, ripeteva continuamente lo stesso schema, senza variarlo, non azzardava, intruppava pezzi al centro e stava ad aspettare gli errori degli altri, fidandosi del fatto che lui non ne commetteva.
Aveva vinto si, ma Alekhine era arrivato secondo ed era questo che contava.
Si era aggiudicato il diritto di sfidarlo per il titolo.
E quel giorno era finalmente venuto.
Si cominci col bianco a Capablanca, e per un'ironia del destino Alekhine scelse proprio quella difesa francese che un giorno lontano a un lontano amico aveva giurato di non usare mai. Nessuno puntava su di lui: a parte Lasker erano tutti con il cubano, il genio indiscusso della scacchiera. Ma il genio non riusc a evitare che Alekhine si trovasse a parit di pezzi, con pi pedoni e in una posizione inattaccabile, e dovette dichiararsi battuto alla quarantatreesima mossa. Aveva aperto con e4, come suo solito: per le restanti partite non l'avrebbe fatto pi.
Alekhine si disse che forse aveva cominciato a vincere troppo presto, bisognava far le cose per gradi: bisognava
che Capablanca non se ne accorgesse, che cadesse nella trappola poco per volta, che ci arrivasse lucido e disperato, allo sgomento finale.
Per dieci partite cambi tattica, stette sulle sue, gioc da Alekhine. Ne patt sette e ne perse due. All'undicesima aveva il nero, ed era proprio col nero che doveva batterlo, l dove l'altro si sentiva sicuro, coccolato dal vantaggio di partire per primo e dettare la danza: non avrebbe accettato patte, da quel momento in poi c'era da snidargli il cuore, fargli perdere goccia a goccia l'adorazione di s.
Attacco Rubinstein, gambetto di donna rifiutato, alla trentottesima scambi gli alfieri e port la regina al centro: Capablanca lo par con la torre, e lui se la fece inseguire per liberare il pedone. Poi svicol e dando mostra di difenderlo assest il primo scacco al re in h2. Capablanca lo chiuse tra due pedoni, ma perse l'attimo e Alekhine promosse il suo, di pedone, in di e alla sessantaseiesima gli diede matto.
Allora Alekhine pens di forzare per studiare la reazione e col bianco s'intasc facilmente anche la successiva.
Capablanca non fece una piega. Sotto di 3 a 2 continu a giocare nello stesso modo, senza abbozzare un'altra strategia, testardo come sempre.
Intanto era arrivato ottobre. Cosa passa per la mente di uno scacchista tappato in una stanza, chiuso in una bolla impenetrabile al tempo? Mangia? Legge? Pensa? Telefona a qualcuno? Ricorda? No.
Per uno scacchista, per un grande maestro, il mondo  tutta quella roba inutile che c' intorno a una scacchiera: gli uomini, la natura, le idee sono per lui ombre della caverna, simulacri di verit: la sola, l'unica verit ce l'ha l, davanti a lui. Il mistero dell'armonia universale, l'infinit che i colori non possono raggiungere, l'assurdo dei numeri primi, son racchiusi li, concentrati in 64 caselle. L'antico e il nuovo delle domande, dei calcoli disperati dell'anima, l'universo che brucia e ripropone le stelle, gira intorno a se stesso e ti elude e lo riprendi, e ti illude e lo arresti, lo schiacci.
Gli scacchi non sono un gioco, ma un cimento, l'Iliade della mente, l'impresa epica di decifrare i simboli, ordinare il creato in una biblioteca colossale e pur transitabile, la battaglia che non ha fine dove i morti resuscitano e riprendono le armi sino a morire e riprenderle ancora dietro un oscuro ideale che da qualche parte deve pur esserci fino a esaurire tutte le possibilit che da qualche parte ci sia.
Niente come gli scacchi  cos vicino al Disegno di Dio: pi ingannevole e provocatorio delle presunte certezze. Si arriva a un passo dall'assoluto e si ricomincia. L'umanit si tramuta in metafora: vivere  attendere come l'uomo davanti alla caverna, davanti al guardiano di Kafka.
Ma per Alekhine, ora, era diverso. Passava il tempo, s'ingiallivano le foglie, cominciavano le piogge e in lui non c'era niente di epico. Lui non era epico. Lui doveva solo umiliare Capablanca proprio in nome di quel Disegno a cui tanto assomigliavano gli scacchi.
Inanell una serie di pareggi ben studiati, tanto per ridargli fiducia e prepararlo alla mazzata finale, poi, alla ventunesima partita si port sul 4 a 2, ancora col nero, per fargli pi dispetto. Capablanca assorb male: si era complicato il gioco con un attacco simultaneo a coppie di cavalli e alfieri, aveva sacrificato una torre, ma non gli era riuscito di occupare il centro e si trov schiacciato nell'angolo in inferiorit di pezzi: non pot fare altro che abbandonare.
Ma fu alla ventisettesima che Alekhine tir le fila. Non fece praticamente nulla di strano: fu il cubano a commettere un errore madornale, da principiante, quando aveva praticamente la partita in mano: fin in una patta, ma valse come la pi bruciante sconfitta.
In due mesi non si erano praticamente scambiati una parola. E ora ce l'aveva in pugno, ora gli faceva persino pena. Lo guard sorseggiare il suo t: gli tremava la mano,
faceva sforzi immensi per non farsene accorgere: arriv al punto di pregare il giudice perch spostasse i pezzi al posto suo, seguendo le sue indicazioni. Gli occhi, i begli occhi chiari che avevano incantato le donne sembravan persi nel nulla, acquosi e vitrei; il respiro gli si era fatto pesante, affannoso; scuoteva il capo e si passava le mani sul viso. S, adesso gli faceva veramente pena.
Decise di farsi battere alla ventinovesima: non gli andava di distruggerlo senza concedergli un ultimo sussulto d'orgoglio. Ma poi fu la fine: lo scherz col bianco alla trentaduesima e attese di avere ancora il bianco alla trentaquattresima per giocare al gatto col topo.
Capablanca scelse forse per disperazione una difesa un po' inusuale, ma Alekhine, Alekhine conosceva tutte le difese possibili e immaginabili e tutte le difese delle difese. Non gliela rese facile: evit volutamente di accelerare i tempi e di dargli il colpo di grazia subito: al contrario, con studiata, quasi sadica lentezza lo trascin nel baratro in ottantadue mosse interminabili, un'agonia estenuante e preannunciata.
Capablanca guard quell'unica torre che gli era rimasta e ci vide forse dentro tutti i pezzi di tutte le partite che aveva giocato fino ad allora, sogn per un attimo che quella torre nera potesse volare, saltare i pedoni, occupare ogni colonna, diventare invisibile, presentarsi al re bianco come un angelo vendicatore, ma per quanto cercasse e ricercasse non esisteva soluzione: l'universo si schiacciava, finiva l'Iliade e lui non era Achille, ma Ettore. Non disse nulla, non si dichiar nemmeno vinto, si alz, si sistem la giacca, guard Alekhine e incredibilmente rise di gioia.
Alekhine si sent battere sulla spalla. Era tornato in albergo, si era lavato e cambiato e stava per andare a cena. La missione era finita, poteva tornare a essere se stesso.
Si volt: Capablanca era l, pulito e ben rasato: spargeva tutt'intorno il suo famoso profumo.
Posso sedermi? gli chiese.
Certo, Jos, fa' pure. Niente donne stasera? rispose per attenuare la tensione.
Non ho amato pi, non ho cercato pi una donna da quella volta a Londra.
Alekhine non pot trattenersi dal sorridere, ricordando che proprio allora aveva detto, per salvarsi, di aver fatto voto di castit.
La tristezza, continu il cubano, non l'avevo mai conosciuta, non sapevo cos'era, non doveva interferire col mio destino. Ma da allora mi  piombata addosso e non mi ha abbandonato pi. E con la tristezza la noia di vivere. Ho perso qualsiasi interesse: col tempo anche gli scacchi sono tornati a essere quello che in realt sono, pezzi di legno, finzioni.
Alekhine lo guardava incerto se credergli o no:
Non vorrai dirmi che questo campionato non t'interessava?
Pi di ogni altra cosa al mondo, e tu lo sapevi bene. Vedi, nella futilit totale, al tramonto degli stimoli, dei desideri, le finzioni diventano l'unica ragione di vivere, e se sono ancora vivo, lo devo agli scacchi.
Aveva gi capito, aveva gi perduto, non c'era bisogno di dargli questa umiliazione, pens Alekhine.
Devo raccontarti una storia Alex. Quando la realt si confonde coi fantasmi, quando la mente non  pi capace di governarla, allora si sogna: e ti sembra una nuova verit. In questi anni ho imparato a sognare, non che non mi capitasse prima, ma non ci badavo. Sai invece quante volte quel che ho sognato m' parso vero o si  addirittura rivelato vero? Quasi sempre. Vaneggi, penserai: no, no Alex. Quel che appariva nel sonno, distorto, sfocato, sovrapposto, ma incredibilmente chiaro al risveglio, mi  accaduto, l'ho incontrato, pi volte. Non so come spiegarmelo: in principio mi terrorizzava, poi  diventato un conforto, una consolazione. Sai cos'ho sognato all'Avana, giusto due giorni prima di arrivare qui? Ho sognato un angelo: non aveva ali, aureola e stupidaggini simili, ma io sapevo che era un angelo. Mi ha trascinato per la stanza fino alla finestra e mi ha detto: Guarda l! e l davanti c'era quella casa di Londra, sfumata, distante, diversa, ma
io sapevo che era quella casa. Non hai lasciato niente li?, mi ha domandato, Non hai portato via niente da
l?, e poi in un lungo acuto sibilo che mi  parso d'intendere anche se non capivo: Aspettami: tra due giorni vengo a restituirti quel che hai lasciato e a riprendermi quel che hai portato via. Due giorni.  stato di parola. Non mi era pi venuto in mente, non ho pensato a lui fino alla ventunesima partita:  stato allora che mi sono chiesto: Ma come gioca Alex?, Non l'ho mai visto fare una difesa francese, attaccare in questo modo col nero che  la sua bestia!, e poi alla ventitreesima, alla ventiquattresima quelle incursioni di cavallo, l'indifferenza per gli arrocchi! Non sta seguendo nessuno dei controgiochi che gli conosco, non una combinazione di quelle che gli ho visto fare per anni, e io so chi  e come muove! Cos' che ci fa diversi l'uno dall'altro, Alex? La bravura? La forza? La fortuna? Oh, s, anche quelle, ma non bastano: ci fa diversi lo stile, il modo, il ritmo; lo stile  la firma che mettiamo sulle nostre azioni, sui nostri pensieri e non  il suo, ho pensato. Cos ho provato a variare: alla ventisettesima sai: ho provato a giocare come te perch conoscevo come ti saresti risposto e tu invece sei andato tutto da un'altra parte, sfuggente come un'anguilla e sicuro da far spavento fino... fino a quella mia sventurata mossa...
L ti sei mangiato la vittoria Jos, potevi ancora venirne fuori!
Potevo vincerla se avessi giocato come avevi fatto fino al mio 2 a 1, perch fin l eri tu, eri l'Alekhine che conoscevo, poi  stata tutta un'altra storia.
Cosa intendi dire?
Mi vuoi spiegare perch muovevi con la destra? Tu sei mancino Alex... o come devo chiamarti?
NOTA: Non risulta da nessuna parte che Alekhine fosse mancino. Si tratta di una finzione narrativa. FINE NOTA.
Scoperto. E adesso? Lascialo parlare: che sappia o non sappia, il tuo compito  finito. Questo si voleva, questo  accaduto, non si potr mai tornare indietro.
Io sono quell'angelo. Ti ho ridato quel che avevi lasciato e ti ho ripreso quel che avevi portato via.
Tu credi di avermi battuto, Alex, di avermi umiliato, di aver rimesso in sesto l'equilibrio cosmico o quel che cavolo ? Hai visto forse una sola volta in questi mesi il dolore, la rassegnazione, la disperazione nei miei occhi? Mi hai visto distrutto, inebetito, lasciare il campo a testa bassa? Ho riso, eccome se ho riso. Il mio tremore non era di rabbia, ma di emozione vivissima perch stavo facendo quello che io solo al mondo potevo fare e pure sognavo di fare: battermi, battermi da solo!
Tu non ti sei...
E invece s: oh certo, anche se avessi combattuto fino alla consunzione della mente, avrei perso comunque, perch non c'era gara, perch non c'era confronto possibile: tu sei di lass, tu conosci ogni mossa all'infinito e l'infinito di ogni mossa. Ma io ho dimenticato Capablanca, io mi sono trasformato in un allievo alle prime armi, in un dilettante qualsiasi e ho cominciato a sbagliare apposta per toglierti la soddisfazione di essermi continuamente un passo davanti: ti ho fatto credere di costringermi all'errore, di svergognarmi di fronte al mio genio, di ridicolizzarmi con la tua onniscienza. E invece hai battuto un bambino.
Ma quello strafalcione alla ventisettesima?
Oh, quello  stato il mio capolavoro e anche un po' una sfida: volevo vedere se ti accorgevi che ti stavo prendendo per i fondelli. Vedi, Alex, non c' nessuna differenza tra vincere e perdere, quel che conta  sceglierlo da soli. Di' a chi ti manda che  questo il vero scacco, che tutti quelli tuoi messi insieme non valgono la met del mio!
Cominci a tossire, non riusciva pi a smettere. Lo coricarono su di un sof, arriv il medico, fu trasportato all'ospedale dove gli diagnosticarono una grave anemia e lo riempirono di globuli rossi.
La locomotiva sbuffava. Capablanca a passo lento e malfermo raggiunse la sua vettura, trascinandosi una borsa che aveva visto giorni migliori. Alekhine gli era al fianco e gli portava la valigia.
C' il facchino, Alex, non preoccuparti, ci pensa lui.
E allora arrivederci... o devo dirti addio?
Dipender dai sogni: ora Alex mi sento veramente sfinito, ho un gran vuoto nella testa e non ho voglia di vedere nessuno. Passer, o forse no. Non ho pi tremiti, desideri. Il sangue mi scorre lento: sono una specie di fiume andato a seccarsi, a dimenticarsi in un deserto.
Calava la sera, un ambulante pass cercando di vendere le ultime bibite: da lontano giunse acuto il fischio del capostazione.
Una signora, elegantissima nel suo chiffon rosa, evidentemente in ritardo, arriv di corsa e mise il piede sul predellino. Capablanca la fiss e improvvisamente gli torn negli occhi un'antica luce; si fece da parte e togliendosi il cappello: Sono Capablanca, il campione di scacchi. Posso aver l'onore di darle una mano? E gliela diede proprio nel posto giusto.
Maledetto inguaribile bugiardo.
...
.
...
Voce 'E notte.
...
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...
Vorrei tanto sentire una bella storia d'amore.
Pronti. Ne volete una classica trita e ritrita o una moderna, magari poco conosciuta?
La moderna.
 un bel rischio, Signore.
E perch?
Perch io non ve la racconto come voi la sapete, ch gi la sapete, ma come l'ho vista io, laggi.
Teliq, a me le stelle stamani ( mattina?) girano cos. Voglio sentire una storia d'amore vera e senza brodaglie svenevoli, coltelli nell'ombra, o robaccia simile. Non chiedermi perch, dilla e basta: meglio poi se  una del tutto sconosciuta, che son le pi belle. Ho voglia di sentimenti: sai, quelle cose improbabili che manco mi ero immaginato nella Bibbia, ma che ci sono nei poeti.
Voi lo sapevate gi e non vale: era proprio di un poeta che vi volevo raccontare, per di un poeta particolare, uno che perfino voi conoscete a malapena, perch non  un grande.
S, quello l, quello l, disse battendo i piedi come un bambino che fa i capricci.
Faceva specie vederlo cos, vestito da chef internazionale, bianco immacolato, elettrizzarsi per una storia d'amore. Ma non era la storia a intrigarlo: lui voleva vedere come gliela metteva Teliqalipukt, al limite coglierlo in fallo se la stravolgeva. E quando faceva cos uno non poteva nemmeno prendersela con sua madre.
Poi tutto quell'ambaradan di sguatteri, valletti e compagnia cantante che s'era portato dietro! Apri i fornelli, accendi i barbecue, appronta i forni, pulisci i rombi, le spigole, le trote, spenna i fagiani e le pernici, metti 'sti milioni di pomodori a friggere, fai lievitare le torte, insomma...
Insomma! gli grid Teliqalipukt in aramaico. Possibile che non riusciate a star fermo un momento? Cos' tutto questo inventar sughi in frazioni di secondo? Mi avete chiesto o no una storia d'amore?
Scusa, scusa, Teliq... per sai benissimo che posso fare le due cose insieme!
Ma io no, e sinceramente ne ho abbastanza di questa vostra perfezione assoluta. Io sar anche limitato, ma voi, permettetemi Signore, siete piuttosto dissociato. Non dubito che vi debba venire un gran mal di testa a tenere insieme in un nanosecondo i secoli, le stelle, i pensieri, i quanti, il tempo e l'anticristo, che uno vi scappa di qua, l'altro di l, ma almeno ora che siete qui e fate il cuoco, perch vi vergognate di ascoltare da Dio le cose degli uomini, piantatela li e sorbitevi questa benedetta storia d'amore!
Va bene, va bene, sentiamola.
Sentiamola?
Per un momento Teliqalipukt credette che fossero arrivati gli Altri Due e si guard intorno. Poi si riprese:
Allora, questa storia comincia con una canzone...
Ah, che bello! E una lauda? Un inno? Un coro d'angeli?
Signore, no: non ditemi che non sapete cos' una canzone!
Ah, una canzonetta, volevi dire! rispose distratto mentre dava ordine di tenere il fuoco basso sotto i brasati.
Canzonetta? Signore, gli uomini cantano quel che non riescono a dire! E sapete, anche se vi sembrer strano, non  che  'ecantino sempre voi e le vostre lodi, cantano anche per s.
Lo so, e sinceramente faccio fatica a capire. Che bisogno hanno di cantare se possono parlarsi? Non si capiscono? Pfui. E la poesia? Quella s che avvicina a Dio!
Teliqalipukt cont fino a dieci, come aveva imparato tra gli uomini. Ma all'undici non gli era ancora passata.
Signore, sempre col vostro permesso, mi avete un tantino stufato con questa magnificenza. Qui per voi  tutto grande: immensi devono essere i pensieri, spropositati i sacrifici, e poi dgli sempre con la gioia dello spirito che nessuno sa cosa cavolo sia e tutti devono far riverenza! C' nel rimasuglio archivistico della vostra memoria una sottospecie di sospetto che gli uomini non vogliono essere perfetti come chiedete loro?
Lui fece un cenno agli sguatteri. Si ferm la cucina: torte e trote rimasero a met cottura.
Teliq, io tutto questo lo so, e nessuna perfezione ho mai chiesto agli uomini; comunque nascano e si perdano o si trovino, ci ha importanza solo per loro: io li battezzo tutti salvi.
Cos', una predica?
Teliq, con te  come cavar sangue dalle rape. Una predica?  la verit, tu lo sai benissimo e non farmi il finto tonto. Mi ci vedi a tenere un bel registro per contare quelli che i pretini chiamano peccati? Li faranno, li faranno sempre. Sai cos' un peccato?  come la perla per un'ostrica: Che vuole adesso 'sto granello di sabbia? Aspetta che l'aggiusto io! E una difesa, perch non sanno, non capiscono.
Mi fate il filosofo? Se non foste voi mi verrebbe da pensare Ma che razza di ipocrita! Non l'avete scovata voi 'sta differenza tra il bene e il male, delitto e castigo?
Teliq, ci mettiamo a farfugliare io e te di bene e di male che li conosciamo a menadito? Vuoi ricominciare la tiritera? E perch muoiono i bambini?, Perch si straziano di dolore i malati?, Perch vincono sempre i peggiori?,
Perch il mondo  pieno di affamati? e gi che ci sei mettici dentro anche le guerre, le stragi, le vendette. Tu, tu, proprio tu. Non me l'hai contata mai giusta: a furia di stare tra gli uomini ti sei fatto loico: io lo so, sotto sotto lo covi il sospetto che io voglia tutto questo e che magari mi diverta pure. E allora, visto che vuoi fare sul serio, anche se io sto cucinando souffl e tu mi parli di canzonette melense, ti rispondo per le rime. Se avessi voluto, avrei giocato a scacchi con tutti i pezzi, e avrei vinto ogni partita prima di cominciarla. E invece no: qualsiasi, dico qualsiasi mossa  loro, e non mi aspetto altro se non che siano come possono essere: il dolore, la paura, l'indifferenza, la rabbia, la morte sono catture subite, ripiegamenti; cos come la gioia, il sorriso, la vittoria sono la caduta di un pezzo dell'avversario, che non sono io di certo. Il Disegno, quello che ho per la testa,  talmente indecifrabile da mettere alla prova perfino le difese pi forti: le speranze, i sogni. Non potevo dare agli uomini, che poi sono io, io incarnato, un mondo di perpetue certezze e calme piatte esistenziali: sarebbe stata una morte da vivi, un aver finito prima di cominciare. Io conosco solo la retta che porta all'infinito, l'armonia ultima delle musiche che si van componendo: puoi forse misurare quella retta e capirne la direzione da un segmento? Puoi intendere la melodia finale da una, dieci, mille note sparse? Io non giudico. Mi hai mai visto giudicare? Dimmi, su, in tutti questi che tu chiami secoli mi hai mai visto giudicare? Giudicherei se fossi un Dio dei popoli, ma io non sono il Dio degli ebrei, della rivalsa musulmana, dell'eterno ritorno induista: io sono il Dio degli uomini, presi singolarmente uno per uno. Ti chiederai, lo so: E perch gli uomini? Perch li avete creati? Perch  stata l'idea pi meravigliosa che mi sia venuta in tanta immobilit, in tanta noiosa eternit. Volevo un riflesso, uno specchio, qualcosa, qualcuno che lentamente arrivasse a pensarmi, ad adorarmi, a rifiutarmi. Volevo le guerre di religione, gli atei, l'illuminismo: volevo i cattolici, volevo le riforme, volevo i ragazzi uniti a cento a mille leggermi nel Vangelo. Io volevo, ma son stati loro a fare tutto ci. Non sanno. Si fermano alle note, ai segmenti che son dolore, ingiustizia e morte, e credono di definire il tempo da un attimo avulso, staccato. Naufragano in una goccia d'acqua che non pu da sola spiegare cosa sia il mare. Io ti ho chiesto di parlarmi degli uomini, e precisamente di quelli che mi hanno sfidato e, secondo te, battuto: io, Teliq, non vinco mai con gli uomini, io permetto sempre di darmi scacco, perch siano loro a inventare la vita: perch questa  la loro libert.
Signore, piantiamola qui, perch se andiamo avanti si mette male.
Hai ragione, parlo come un cuoco, non come un Dio. Ma sai perch ti ho chiesto una storia d'amore? Perch ho paura dell'amore che ho dato agli uomini. E sai perch ne ho paura? Perch io sono cos dentro all'amore da non vedere altro, da non capire altro. E per loro forse  troppo... Basta, racconta!
All'inizio del Novecento conobbi a Napoli un uomo innamorato: si chiamava Eduardo Nicolardi. Abitava in due stanze al Pallonetto e non aveva una professione vera e propria: scriveva poesie per un giornale di quart'ordine, ma soprattutto componeva canzoni. Si alzava immancabilmente alle otto, indossava un completo rigoroso, si calcava in testa un cappello di paglia, afferrava il bastone e via per i quartieri a chiacchierare con tutti.
Napoli  un villaggio unico e irripetibile, cos bello che non ci si crede: basta un niente e si forma un capannello: spuntan fuori all'improvviso da una bottega o da un'altra come se lavorare fosse superfluo, discutere indispensabile. Eduardo era un maestro a formare capannelli e a parlare di tutto partendo dal niente, che s'era fatta l'una e nessuno se n'era accorto. Non era un grande poeta e neanche si sbatteva troppo: esser libero, questo contava.
Ora voi, Signore, sapete bene cosa fosse Napoli ai primi del Novecento. Quella era rimasta un regno, altro che i Savoia: caf-chantant, bordelli, fogli antisociali, Piedigrotta, popolo re. Nicolardi insisteva a far niente, l'aveva preso come un punto d'onore. Entrava nei circoli, sostava nei caff, chiacchierava, vaneggiava, accireva 'o tiempo, ch di ammazzarlo si trattava, mica (per carit) di perderlo. E quello era vivere perch il tempo a Napoli  il contrario del moto, come la verit il contrario della realt.
La sera si affacciava su via Tasso e respirava il mare tra le case che allora lasciavano spazio e c'era pure Capri illuminata. Quando passeggiava per la riviera di Chiaia salutava tutti levandosi il cappello e tutti lo riconoscevano e si davano di gomito: Chillo  Nicolardi, 'o poeta!, Beat'a lui, nun tiene che ff, Sta carico 'e rennari, Tene 'na villa.a Pusilleco, E n'ata a Pugliano, Beata a chi s'appigliato. Ma non c'era nessuna donna. Non che non gli piacessero, che di sguardi cortesi e compiaciuti ne riceveva e ne distribuiva, ma non erano lei, non erano quella che aspettava e cercava, qualcuna cio come una poesia incarnata, un carme d'occhi sublimi e sottili, la rima baciata di due labbra, una eterea visione magari preceduta da un coro angelico. Diciamocela tutta: era di gusti difficili.
Poi un giorno la incontr e fu l'inizio della fine. Timida, indifesa, piccina, cos diversa dalle donne carnali beffarde e risolute, dalle sciantose del Salone Margherita che aveva pur frequentato; gli sorrise appena. Eduardo controll e c'era tutto: il canto negli occhi, la rima sulle labbra, perfino il coro angelico.
Fu un amore cos, Signore, di quelli che nascono perch uno  uguale all'altra e non si sarebbero trovati a cercarsi una vita, ma tant', fu il caso, quello che voi tanto
amate, e meno male che c'. Camminarono vicini giorni, mesi, vergognosi e sinceramente un po' imbranati, scegliendo argomenti di una noia mortale come il tempo e le stelle e scambiandosi fazzoletti immacolati che nelle loro menti purissime dovevano significare baci. Finch un giorno, finiti i fazzoletti, prendendo il coraggio a due mani lui le sfior le dita e in uno scriteriato slancio di passione os tenerle la mano.
Cos Eduardo Nicolardi, poeta con un solo vestito, si trov a chieder udienza al padre di lei, un allevatore di cavalli che dei cavalli possedeva lo stesso grado di cultura e identiche maniere. Si present, ridicolo, nel suo giacchettino, con qualche rosolio di troppo addosso, giusto per farsi coraggio, che al momento gli confondeva tutto il discorso che si era ben ben preparato.
Giuvin, site venuto 'cc p'accatt nu cavallo? esord il padre. Inta a 'sta semmana dduie bestie de mie hanno vinciuto grandi corse!
Pe' dicere 'a verit io... balbett Eduardo. Aggio capito, forse vuie vulite nu staccone, nu puledro. Avite raggione, 'o pericolo ci sta, ma si  cose vanno bbuono, se fanno cchiu sorde. Tengo qua propetamente...
Pe' dicere 'a verit io... lo interruppe Eduardo che avrebbe voluto esser lontano mille miglia, 'a verit proprio, stong' cc pe' ve chiedere a mano da figlia vostra. Il padre lo guard come se fosse un animale raro, di quelli che non stanno neanche nei libri. Si vers un bicchierino e lo trangugi in un sorso.
'O vero? Ma vuie chi site? Che mestiere facite? Quanta sord' tenite?
Io songo nu poeta, riusc a dire, ed era gi sulla porta, per strada, a casa: fine della storia.
D'amore? interfer Dio mentre infilava le noci moscate nei tacchini da farcire. Ma che razza di storia d'amore  mai questa?
C' un seguito e c' una fine. Certo che  impossibile raccontare a voi le cose come succedessero una dopo l'altra, ma dovete adattarvi. Se siete l a preparar tacchini coi pinoli vi sar pur chiaro il concetto di tempo di cottura: tempo, Signore, fatevi entrare in testa questa parola; voi ora, qui con me, non siete l'imperturbabile, l'inimitabile, l'eterno.
Il tempo?
Gli uomini non fanno tutte le cose contemporaneamente, se per caso non ve ne foste accorto.
Non sono qui per ascoltare le tue battute sarcastiche,  che devo farci l'abitudine. Ma cosa ti parlo a fare? Basta, torniamo al tuo poeta.
Niente. Anna, questo era il nome della ragazza, pianse tutte le sue lacrime, o almeno cos credette, perch ne ripianse altrettante quando il padre la costrinse a sposare uno che teneva la posizione, tal Pompeo Corbera proprietario di terre a Ischia e chiss dove ancora. Non ci fu niente da fare, dovette dire s e divent una brutta donna e una moglie triste.
Eduardo cominci a scrivere sul Don Marzio, quotidiano molto popolare. Ogni mattina, per la verit con pochissima voglia in corpo, si presentava in redazione e ogni maledetta sera passava per via Santa Teresa, sotto casa di lei, e di lui, e se ne stava ritto e secco come un torsolo a fissare la loro finestra illuminata. Guardava e s'immaginava lei tra le braccia di un altro. Appoggiato a un lampione si accendeva l'unico sigaro della giornata, strizzava il cappello tra le mani e si accorgeva di non aver quasi niente da concedere ai ricordi, se non un pianoforte
ascoltato confusamente insieme, qualche bancarella d'estate a Forcella, le esclamazioni davanti ai presepi, gi nei quartieri spagnoli. E cos cap che, quanto le parole, a far nostalgia erano le cose viste insieme o sognate appena, e che la nostalgia era perfino pi forte dell'amore e per niente al mondo l'avrebbe scacciata da s. E giur di non dimenticare mai.
Ma in una di quelle notti, chiss quale, chiss quando, a Eduardo parve che lei, Anna, si affacciasse alla finestra e accennasse un saluto, come se avesse sempre saputo che lui era l ad aspettare senza speranza. Eduardo sent i brividi per tutto il corpo: corse al Gambrinus, che era poi il caff degli intellettuali, ordin un anice e sul tovagliolo scrisse di getto una grande poesia d'addio, che dico poesia, un poema da teatro: ferm la nostalgia, la mise al muro e se la infil per sempre nel cuore come una maniera di vivere.
Io ve la posso dire solo in napoletano, Signore, ma se volete ve la traduco in aramaico.
No, va bene cos: io fingo di essere un cuoco internazionale, ma in realt sono di Sorrento.
Meglio, mi resta pi facile: Si 'sta voce te sceta 'int' 'a nuttata, mentre t'astrigne 'o sposo tuio vicino, statte scetata si vuo' sta scetata, ma fa ved ca duorme a suonno chino. No, cos non funziona. Prima devo assolutamente cantarcela, altrimenti si perde il senso.
E gliela cant. Dio ascoltava in religioso (sic) silenzio senza perdersi un passaggio della melodia, e allo stesso
tempo i serafini, i cherubini, i troni e le dominazioni, messi gi mestoli e attrezzi vari, seguirono come rapiti. Alla fine nessuno fiat, forse avrebbero anche pianto se avessero potuto.
Ecco, Signore, cos' una canzone. Cosa vi avevo detto? Gli uomini cantano quando le parole non bastano, quando non riescono a dirle, forse perch da sole sarebbero persino ridicole. Provate un po' a immaginarvelo questo torsolo d'uomo, solo sulla via, che canta per la sua donna nelle braccia di un altro, e in una fantasia sperduta e impossibile la fa sua complice, le chiede di fingere un sonno che invece  una veglia disperata; lui diventa lei, suo 
lo strazio, l'inganno di quel sonno mascherato, la menzogna che si racconta per rendere vero il desiderio; ora  tardi,  presto, gli anni sono coriandoli buttati via, il tempo  fermo su tutti gli orologi, le stelle hanno visto, e come sempre non parlano, non lo diranno a nessuno; questo  il patto che hanno con gli innamorati.
Ora io, Signore, ne ho incontrati di poeti e ne ho letti di versi! Io so come raccontano il dolore, il distacco, la fine. Li ho visti modellare le loro parole sulle lacrime e dominare le albe e i tramonti per dar senso a un buio improvviso, inspiegabile al cuore; poeti immensi che nemmeno se li sogna questo piccolo Eduardo Nicolardi; ma c' una differenza che  cruciale: di quelli riconosco l'altezza sublime, con lui piango, perch io posso ancora farlo.
Nun gghi vicino 'e llastre pe' ff 'a spia pecch nun pu' sbagli: sta voce  'a mia! E 'a stessa voce 'e quanno tutt'e dduie scumuse, nce parlavamo c' 'o vuie! Sicuro che non devo tradurre? Perch qui  impossibile capire se non in napoletano.
Ho capito, ho capito: Non andare alla finestra per guardare fuori, perch non ti puoi sbagliare, questa voce  la mia, eccetera eccetera...
Oddio, Signore, non avete capito niente. Lei non  dietro quella finestra:  lui che immagina, che sogna cos. Si crede per fede, Signore, devo proprio insegnarlo a voi? Per fede diventa vero anche quello che non lo . Cos' la disperazione se non l'altra faccia della fede? Girala ed ecco la verit.
Dille decussi: Chi canta int' 'a sta via,
o sarr pazzo o more 'e ggelusia.
Starr chiagnenno quacche 'nfamit.
Canta isso su lo... Ma che canta a ff?
Lui, l'uomo di Anna, si  svegliato. L'ha vista alla finestra. Che fai? le ha chiesto. Chi c' l sotto? Ed  Eduardo a muovere la scena, a suggerire le parti: Fa' finta di niente, Anna, fa' finta di non avermi visto, digli che sulla strada c' un pazzo che sbraita per chiss cosa, forse per un torto, per un dolore e piange li da solo. Ma che piange a fare? Mancava solo che parlasse per lei, che parlasse con la sua voce: c'era questo piccolo spazio dimenticato da riafferrare per la memoria; ora la storia  tutta dentro i suoi margini e non ne uscir pi. Sar identica a se stessa ogni sera che verr e sar la sola, non ne esisteranno altre. Diverso sar nei giorni il modo di affrontarla, di interpretarla, come quando si rilegge un poema, si osserva ripetutamente un capolavoro, si china il capo domenica per domenica all'elevazione, si bacia le infinite volte lo stesso bacio. Non c' se non quel momento che  continuamente nuovo: ora la trasformazione  completa e questo canto  per sempre.
Benissimo, Teliq, mi hai quasi commosso, ma cosa ha a che fare tutto ci col tuo tanto sbandierato scacco a Dio? Non sei un po' fuori tema?
Fuori tema? Aspettate a sentire il resto.
Lo conosco.
Lo so che lo conoscete, ma non come me. Questo  uno scacco al tempo e a voi che l'avete inventato.  un'irriducibile attesa senza la minima speranza,  una cocciutaggine del cuore che non vuole arrendersi alla linea del destino.
A un fiume che corre verso il mare tutto pu accadere: pu seccarsi, straripare, cercarsi un altro letto, o un'altra foce, ma mai e poi mai pu invertire direzione e tornare alla sorgente. E allora, prima di criticare, ascoltate, perch passano gli anni e Nicolardi diventa sempre pi piccolo nell'unico vestito che ha, la sua paglietta si sdrucisce, il bastone non l'accompagna, lo sostiene. La gente ancora lo indica: Chillo  Nicolardi, 'o poeta!, e poi: Chillo  scritto Voce 'e notte, perch Voce 'e notte  un successo, anche se qualcuno, molto pi furbo di lui, che ci voleva poco, gli ha portato via tutti i diritti. Passano gli anni e al Gambrinus, quando entra, le persone si alzano in piedi, lo salutano, gli cedono il posto, ma lui ha il suo solito angolo, il suo solito caff all'anice. Ma gli anni non contano, non esistono, quando la sera lui si ferma in via Santa Teresa a guardare lass, a quella finestra accesa, certo che dietro le tende tirate ci sia quell'ombra, ci sia lei, sveglia di notte pe' ff 'a spia.
Passano gli anni tra le poesie rifiutate, gli articoli dimezzati, le passeggiate a capo chino fra il centro e Mergellina, tra casa sua e piazza del Plebiscito, tra casa sua e met strada, tra casa sua e casa sua. E vecchio, sa di essere vecchio. Non ha pi nemmeno la forza di andarci l ad aspettare: a volte ci arriva col fiato rotto e le gambe che gli tremano, ma ci arriva. La vita  passata come un corteo di figure inutili, a parte il tempo di quella finestra:  celebre e non ha un soldo, ha sognato troppo per vivere veramente.
Poi Pompeo Corbera muore. Eduardo lo viene a sapere. Rispetta il tempo del lutto senza farsi vedere e sentire e, scaduto il termine, si agghinda col completo che si  fatto stringere, si mette in testa una paglietta nuova e col respiro corto arriva a bussare in via Santa Teresa al 33. Sale i gradini fermandosi a ogni pianerottolo per riprendere fiato. A volte si leva le lenti e preme i pollici sugli occhi per mandare via i piccoli punti luminosi che gli si affollano dentro le palpebre. Riprende a salire e non c' stanchezza in quelle gambe che trascina, solo fretta, smania di arrivare e un formicolio diffuso, quasi un'inaspettata giovinezza del sangue che ora scorre veloce.
E poi arriva,  davanti a quella porta, bussa, attende. Lei apre, lei  l sulla soglia, bella come a vent'anni, sempre la stessa, le due guance di rosa che non ha mai dimenticato: non c' stupore nei suoi occhi, quasi che vederlo sia una cosa normale, abitudinaria, un ritorno a casa quotidiano. Eduardo la guarda negli occhi profondi ed  lei a rompere il silenzio:
Trase, Edu, vieni dentro.
Lui entra e nella penombra la prima cosa che vede  l'altra faccia di quella finestra che aveva spiato immobile per tanto tempo. Lentamente si sfila il cappotto e non sa dove appenderlo, cos lo tiene sul braccio un po' impacciato per l'emozione.
M'aspettave? le chiede.
T'aspettave, gli risponde, e m' paruta n'eternit fin'a mmo, e mmo me pare n'attimo, nu volo 'e palumma.
"Un volo di farfalla, pensa Eduardo, lei  pi poeta di me", e improvvisamente la timidezza di quello "scurnuse, nce parlavame c' 'o vuie" svanisce: le prende la mano e la tiene fra le sue, cos fredde in quella mattina di gennaio.
Assettate, Edu, te prepare nu caf.
Fanne doje Annar, mo voglio bevere nzieme a tte.
E poi come se il tempo fosse un'illusione e tutto fosse tornato al suo posto, o meglio, fosse sempre stato al suo posto:
E dimmane t' preparo io 'o caf, appena ce scetamme.
Teliqalipukt alz lo sguardo e non vide Dio da nessuna parte. Poi avvert il profumo, ed eccolo poco pi in l, Dio, che cantava felice sfornando in un attimo milioni di pizze al pomodoro e basilico; milioni di pizze con un solo pomodoro e un solo ramo di basilico.
NOTA: A Napoli Eduardo Nicolardi  una leggenda. In realt l'autore di Voce 'e notte non dovette attendere cos tanto. Il marito di Anna mor quasi subito e lui la spos che era ancora giovane ed ebbe da lei parecchi figli. Ma ai napoletani piace raccontarla cos. FINE NOTA.
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L'incognita di Galois.
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Per per per... brontolava tra s e s Teliqalipukt, mica troppo convinto, queste verit assolute, quando me le comunica luce-controluce-scintilla col sistema io-so-che-tu-sai, sembrano cristalline come una coppa di Boemia. Ma quando  costretto a usare parole e ragionamenti mica ci prende tanto. Cos' 'sta storia del "caso" che  una sua "distrazione" e cos, arimortis, si  tutti pi liberi? Balle. Certe cose succedono "per caso" solo perch gli uomini non ne conoscono ancora la causa. E questa trovata di farsi dare scacco? Certo che se lo fa dare, ma poi si sturba e non poco; si, se lo fa dare, ma non  mai un "matto": quello  privilegio suo. Per non parlare della pretesa che gli uomini non si debbano fermare ai punti, ai segmenti, alle note e sappiano per scienza infusa che c' un'armonia pi alta a cui guardare, una retta infinita da seguire fino allo strabismo della coscienza!
Teliqalipukt non pensava per s: lui conosceva il perch di tutto questo: ma gli uomini no, n potevano nascere imparati.
Quei disgraziati laggi non comunicano a scintille, ma hanno proposizioni e periodi e neanche tutti i verbi giusti per intendersi: e lui che fa? Come un animatore da villaggio turistico, se gli sfugge la situazione, si  scherzato, dice, e tutti a fare il bagno.
Ormai parlava ad alta voce come se ce l'avesse davanti: Diciamocela tutta, 'sto concetto di libert non vi  uscito poi tanto bene: siete stato li a mischiare bianco e
nero, che tanto vien fuori un grigio e chi si  visto si  visto; manco a parlarne, il nero nero resta e gli uomini il bianco se lo sognano! Voi dite: io so, ma non interferisco. E la mela? Se proprio dovevate proibirgli qualcosa non eran meglio le ostriche o il torcicollo? Forse, state ad ascoltare uno stupido, era meglio non sapere e interferire: non vi trovereste ora in questo cul-de-sac e vi basterebbero due Tavor al giorno.
Lui era solo un ragazzo, un ragazzo di vent'anni. Ed era il pi grande matematico vivente, altro che Jacobi, Gauss, Cauchy.
Arrivai di corsa col fiato in mano e i polmoni per l'aria a quella radura fuori Parigi, sperando di essere ancora in tempo, ma in tempo non ero.
L'aurora cedeva all'alba e il rosa si voltava in viola contorto e macilento sotto i raggi che si spezzavano e rifiutavano di uscire, tornavano indietro. Lo scorsi gi da lontano: un fantoccio gettato contro un albero di fico all'intersezione di due sentieri, e l, proprio l, indicavano che fosse, volando basso e impennandosi, le allodole di maggio.
Il suo biglietto mi era arrivato a notte fonda: due carrettieri di passaggio mi avevano tirato gi dal letto per consegnarmelo.
Auguste Chevalier?
Sono io, avevo risposto dalla finestra.
 urgente!
Lo avevo aperto col cuore in gola.
Conteneva una summa di tutti i suoi studi sulle equazioni primitive risolubili per radicali, sugli integrali, sulla teoria generale dei numeri; qualcosa che il mondo nemmeno si era immaginato prima di allora, qualcosa che i grandi come Gauss e Cauchy avevano snobbato e spernacchiato dall'alto della loro altezzosa presunzione. Non c'era altro: non un rigo, non un messaggio che spiegasse il gesto.
Ma quella lettera parlava forte e chiaro. In mezzo all'interminabile sequela di numeri e segni c'erano frasi non dette, c'era la sua passione di rivoluzionario, il suo La Fayette, la guardia repubblicana: c'era, tagliente come una lama, l'odio per Luigi Filippo di Borbone, l'amore acerbo e mai consumato per ve Sorel, il carcere, il sogno, il rifiuto.
In mezzo a quelle formule che avrebbero cambiato la matematica, c'era un viso di ragazza, e subito la nausea per averla persa prima di averla: la realt che gli si era presentata con nome e cognome.
Lo sapevo, io ero Auguste Chevalier, il suo pi caro amico, ma ero e sono Teliqalipukt, e sapevo: la donna era stata una trappola dei realisti. Lo aveva abbordato alla clinica di rue de l'Oursine, riempito di sguardi e promesse; si era lasciata corteggiare nelle passeggiate di un tiepido aprile per poi rifiutarlo, rivelandogli d'essere gi fidanzata con un altro. Preso dalla rabbia e dallo sconforto Evariste l'aveva insultata, le aveva dato della puttana. Tutto preordinato, previsto.
Il giorno dopo il fidanzato di lei, spia dei Borboni, gli si era presentato a casa insieme al padrino e l'aveva sfidato a duello: Domani, alle cinque.
Lui, come niente fosse. Aveva scritto per tredici ore filate quel messaggio senza il minimo accenno a s, alla sua vita, senza un rimpianto, una giustificazione, solo numeri e simboli, solo la sua eredit di scienziato, arida e nel contempo magnifica, simile a una pietra tombale eretta a sfidare il cielo, senza un epitaffio che spiegasse il perch.
Si era alzato, l'aveva consegnata ai carrettieri, era passato a raccattare un padrino improvvisato e un'improbabile pistola. Era giunto puntuale all'appuntamento, appena in tempo per incrociare il decollo di dieci splendidi aironi cenerini.
Non aveva mai sparato in vita sua e non spar nemmeno allora.
M'inginocchiai su di lui: era ancora vivo. Il sangue gli inzuppava la camicia e se lo beveva la terra tutt'intorno. Udii una campana di lontano. Lo sollevai.
Evariste! Evariste! Perch?
Nessuna risposta, solo un mormorio vago, un rantolo. Lo tenni abbracciato forte al petto e ne avvertii la magrezza, le sporgenze acute delle costole. Il suo bel ciuffo di capelli neri gli si era appiccicato sulla fronte, gli occhi guardavano senza vedere. All'improvviso, prima di perdere di nuovo i sensi mormor:
Libert...
 la sua vita, pensai, l'ha riassunta in una parola.
Lo portai via di l con l'aiuto di un contadino. Mor il giorno dopo alle dieci del mattino all'ospedale Cochin di Parigi.
Perch? mi chiesi, rileggendo la sua astrusa lettera. Perch?
Non era stata la caduta dei suoi ideali rivoluzionari, Evariste non si sarebbe mai piegato per questo. E non era stata quella donna: l'amore ormai, a inganno svelato, si era ben tramutato in disprezzo. Evariste non si cullava nella passione fragile e svenevole di un romantico; era, la sua, la tensione certa e invincibile di un illuminato, di un razionalista. E allora perch? Cosa avrebbe mai potuto spingerlo ad accettare quel duello che suonava comunque come un suicidio annunciato? Se non per l'amore, la patria, la ragione, se non per la sua matematica, per che cosa infine? Quale certezza spaventosa, definitiva di non ritorno lo aveva a tal punto sfinito nell'animo?
Due giorni dopo trovai quel che cercavo. Era nascosto nella sua falsa uniforme da militante nella guardia nazionale.
La porta!
Teliqalipukt si adatt alla solita sceneggiata. Dio reggeva a due mani un tavolinetto di legno per la verit piuttosto sgangherato. Non era solo: lo seguiva un figuro pallido e scheletrico che pareva un tossico all'ultimo stadio.
Ti ho sentito, esord Dio. Ti ho sentito, e non credere che me ne stia con le mani in mano. D'altronde che di te c' poco da fidarsi  da mo che lo penso.
Appoggi il tavolinetto e fece cenno al figuro di accomodarsi: parevano i fratelli De Rege. Teliqalipukt si aspett che gli dicesse Vieni avanti, cretino.
E cos tu dubiti, eh? riprese l'onnipotente. Tu sospetti che io giochi con la libert degli uomini, che gliela metta l come una pallina al gatto e all'ultimo istante, zac, gliela sfili sotto il naso?
No, Signore, non sono io a dubitare.
Come se manco l'avesse sentito, lui tir dritto:
Non eri stato tu a far lo spiritoso col gioco delle tre carte, proprio al nostro primo incontro? Eccoti accontentato, e cos dicendo tir fuori da una giacca svolazzante un mazzo bisunto e lo appoggi sul tavolino. Ora proviamo a intenderci su questo equivoco... Ah, quasi dimenticavo, mi sono portato un... ehm, aiutante, piuttosto abile nel settore.
Teliqalipukt, che aveva visto Dio nei giorni della sua gloria pi fulgente, domand con una certa titubanza:
Chi , Signore?
Si chiama Giuda, e oltre che da aiutante mi far da testimone.
 attendibile?
 falso come se stesso, ma davanti a me non sgarra... Facciamo presto perch ha un permesso breve, poi deve tornarsene all'Inferno. Dunque, Giuda, rispondi al signore qui presente, non metterti in soggezione: ti ho forse suggerito, imposto, o costretto io a tradire mio figlio?
Giuda, che si guardava attorno con l'aria di chi non gli passa neanche per la capa, rispose distrattamente:
Dipende.
Dipende da cosa? replic Dio. Non  che tomo tomo stai chiedendo soldi pure a me?
No, no, dipende da quanto star fuori dall'Inferno.
Dio lo aggred col ruggito di una belva:
Sta' a sentire, razza di un verme, o rispondi e subito o all'Inferno ti ci ritrovi in un amen.
Io, io, ho deciso io da solo!
Sentito, caro il mio san Tommaso, gongol il creatore. Ti serve altro?
Teliqalipukt tent di ribattere:
A me non serve niente Signore, gi lo so. Sono gli uomini ad avere dei dubbi. E gi che ci siamo permettetemi un appunto da niente: se non c'era il qui presente a tradire vostro figlio, tutta la bella messinscena dei pani e dei pesci, delle botte da orbi e del sepolcro vuoto, andava a carte quarantotto. Per salvare il mondo era necessario che qualcuno Cristo lo tradisse e voi, non nascondetevi dietro un dito, lo sapevate bene e con largo anticipo.
Oh bella, ma saperlo non significa determinarlo: cosa mi tiri in ballo, Teliq? Certo che lo sapevo. Vuoi vedere adesso che il ragazzo mi stava per trentatre anni in giro a lavar peccati e a farsi lavare i piedi e poi sul pi bello ecco che non si presenta il traditore! E dove andavo a pescarlo all'ultimo momento? Mi sono portato un po' avanti col lavoro: ma d'altronde mica sapevo solo di Giuda. E quell'imbecille di procuratore romano dove lo metti? E Pietro col suo maledetto gallo? Sapevo, sapevo.
Aggiungerei Anna e Caifa. Bella figura davvero con gli ebrei!
Teliq, tu stai a guardare il capello! D'altronde anche questa, pur in negativo,  una bella dimostrazione di libert di scelta. Ma vedo che sei ancora perplesso, non ti  bastato Giuda. Avevo previsto anche questo, e nel parlare tir fuori tre carte dal mazzo. Guarda qua: una donna e due sette. Tu devi tener d'occhio la donna.
Teliqalipukt non si chiese nemmeno dove volesse andare a parare: gli parve conveniente stare al gioco. Dio pass le tre carte a Giuda. L'Iscariota le prese in mano, le mischi tra loro con una rapidit sbalorditiva e le lasci cadere coperte sul tavolo.
Dov' la donna? chiese a Teliqalipukt.
E quella a destra, rispose l'immortale senza esitazioni.
S'intromise Dio:
E perch?
Perch l'ho seguita benissimo, mentre quello l armeggiava e a un certo punto, fingendo di mandarla a sinistra, l'ha fatta scivolare a destra.
Questo  quel che credi di aver visto, ridacchi Dio, caro il mio signor so-tutto-io. La verit  che io, solo io, so sempre benissimo dov' (e non te lo dico) e che tu, solo tu, scegli liberamente quella che vuoi e puoi azzeccarla come ciccarla. Scoprila, Giuda.
Era un sette.
Visto cos' la libert? Sei stato tu a scegliere tra vero e falso, bene e male.
Signore, replic Teliqalipukt un po' piccato, a me pare che il gioco delle tre carte lo stiate facendo voi con le parole! Tanto per cominciare se una  il bene, l'altra il male, la terza cos'? Il benino? Il maluccio? Col fischio che  una libera scelta: lo sarebbe se questo tossico, e indic Giuda, mettesse semplicemente gi le carte senza pasticciarle e palleggiarle con l'evidente scopo di trarmi in inganno, facendomi apparire come pi probabile quella sbagliata!
Ma  qui, proprio qui, si agit Dio, cieco che sei, il cimento! Qui sta il merito o il demerito della scelta! Queste tre carte sono o no le strade della vita? E come nella vita quella pi ovvia, quella pi facile,  anche quella sbagliata. Se Giuda ti avesse solo poggiato le carte sul tavolo, qualsiasi tua decisione sarebbe stata neutra, aleatoria. Cos no. Cos la ragione ti fa scartare l'inganno e il cuore ti fa scegliere tra le due che restano!
Teliqalipukt prov a rifare mentalmente il ragionamento di Dio per capire dove stava la falla. Non la trov, eppure era convinto che ci fosse. Probabilmente era l'esempio in s a far acqua da tutte le parti. Si sent come Pinocchio fra il gatto e la volpe e sinceramente non gli andava di dargliela vinta cos, soprattutto al tossico che se la rideva come un ebete.
E fu allora che tir fuori l'asso di briscola:
Evariste Galois, disse parendo di non parere.
Cosa? fece Dio, preso in contropiede.
Voi sapete benissimo di chi parlo. S.
E sapete anche perch scelse di farsi uccidere in un duello.
A Dio pass di colpo tutta la voglia di scherzare. Prese Giuda per la collottola e lo sbatt fuori.
Evariste Galois riprese Teliqalipukt come a rigirare il coltello nella piaga credeva ciecamente nell'infallibilit della logica, della sua logica. Nessuno  stato pi grande di lui, nessuno cos facilmente dimenticato. E voi sapete bene perch...
S, lo so, ma...
Lasciate che vi rinfreschi la memoria, anche se non serve; diciamo che lo faccio per sfogarmi, diciamo che parlo con me stesso o a un muro. Io non sono onniveggente e onnisciente, o meglio, lo sono quando e se voi volete. Solo io e voi sappiamo perch Galois, ancora ragazzo, ha voluto abbandonare la vita. Io ero allora Auguste Chevalier, il suo pi caro amico e non credetti nemmeno per un istante che l'avesse fatto per una delusione qualunque. Io ero Chevalier e ho trovato quell'ultimo suo scritto, quel suo teorema che dimostrava oltre ogni dubbio l'impossibilit per gli uomini di essere liberi. Ed  questo che non  riuscito a sopportare: che gli fosse precluso di decidere.
Dio accenn una risposta. Teliqalipukt lo ferm con un gesto:
Lasciatemi finire: credete forse che io sia felice a sapere che voi fate i salti mortali per nascondere questo disastro?
Il vero disastro sarebbe stato che fosse venuto alla luce quel teorema!
Perch?
Perch  perfetto: esclude la libera scelta con la potenza di un assioma. Certo, conoscendo velocit, massa, posizione di ogni atomo, di ogni particella dell'universo... anche l'anima... concatenazione micromillimetrica... nessuna via di fuga... Se gli uomini sapessero di essere segnati da un destino a senso unico fin dall'atto della creazione, se fossero convinti di questo... sarebbe l'inferno in terra... Ecco perch non si doveva...
Signore, qui  come nel vostro gioco delle tre carte: un errore ci deve essere, un errore Galois lo deve aver fatto da qualche parte... Io non ho mai dubitato di questo, nemmeno mentre lo tenevo fra le braccia. Ma vi prego, ditemelo Signore, dov' che ha sbagliato? Perch ha sbagliato, vero? Non tiratemi uno scherzo simile!
Dio sorrise. Quando Dio sorride, da uomo s'intende, gli cogli un piccolo arcobaleno fra i denti e due anse di fiume agli angoli delle labbra. Quando Dio sorride tutto torna al suo posto, niente fa pi paura. Quando. Quando e se sorride.
Io presumo, Teliq, disse rimettendo le tre carte coperte sul tavolo, che questa definizione ultima di Evariste Galois, questa negazione inconfutabile del libero arbitrio, si attenga a ogni universo possibile e, per traslato, a me.
Credo sia corretto metterla cos, Signore. E allora?
Oh, certo, il teorema non ha punti deboli, siamo d'accordo...
E quindi  vero che...?
No.  perfetto, ma non tiene in considerazione un'incognita fondamentale.
E cio?
Che io, per autodefinizione, sono contemporaneamente anche il contrario di me stesso.
E allora?
Allora Galois doveva moltiplicare il risultato finale per [-1].
Il che vuol dire...
Vuol dire che la non libert  libert.
Volt le tre carte: le donne erano due, il sette uno solo.
...
.
...
Uccellacci e uccellini.
...
.
...
Tieni gi l'astore, Gaspare, urlava Federico a cavallo del suo Dragone, non vedi che non si becca fico coi falchi a volo basso? Alzate la poiana, ch qui  tutto un andare e venire di allodole e beccaccini: volete lasciarceli scappare da sotto il naso? Incompetenti che non siete altro: falconieri voi? Buoni per i polli siete, ed  gi tanto! E cos dicendo teneva alta sulla mano destra la sua aquila reale che solo a lui spettava, imperatore del Sacro Romano Impero e gran figlio di puttana.
La campagna intorno ad Andria era tutta un piano, dallo scintillio del mare a lontani invisibili monti: pruni e ulivi, florescenze improvvise si alzavano a riparare il sole: infiniti minuscoli fiori eran tappeto al suolo, celavano il verde, battevano la sabbia, chiamavano il vento a bearsi, facevano estate sotto gli zoccoli dei puledri arabi e normanni, irrequieti per la corsa negata.
Federico stava al centro della radura: ai quattro lati, pronti al suo cenno, i suoi falconieri, ciascuno con il proprio gioiello in mano: chi un lunario bianco e grigio dalla testa tozza, chi un falcone bruno, re della picchiata, chi una poiana dalla coda rossa, imbattibile al suolo, chi l'astore agile come un passero e fulmineo come una saetta. Intorno facevano corona armigeri, paggi, eunuchi, saltimbanchi, connestabili e gran dottori, perch ovunque andasse, di qualsiasi cosa si trattasse, l'imperatore trascinava con s la sua corte, la voleva vicino.
In pi largo circolo sedevano le dame belle di sete persiche e monili egizi, intente a consumare olive e capperi o sorbetti di frutta, mentre si scambiavano competenti pareri sui giovani cavalieri e confessavano tradimenti pi sognati che vissuti. Altre, pi temerarie, seguivan da presso la caccia, cavalcando puledre e portandosi di tanto in tanto la mano sulla fronte a mo' di visiera ch non sfuggisse un improvviso segno nel campo del cielo.
Al comando di Federico, l'astore spicc il volo e la sua aquila gli fu alle penne. La nube di migratori, tardivi al ritorno, oscur per un attimo il sole, poi si rituff nell'azzurro: intuirono il pericolo, lo videro, ma la pur rapida sterzata non sort effetto: i predatori piombarono come fiondate, implacabili, leoni su un gregge: colpirono, si riavvitarono, colpirono ancora, zigzagando senza posa. Lo stormo si sfald, si disperse, seminando gracidi di terrore: cinque, sei prede caddero a piombo sul suolo, l dove, sfrenati, gi correvano i cani, fino ad allora tenuti a fatica per i collari.
Si alzarono grida di meraviglia, voci giubilanti: il falco e l'aquila in rapida picchiata tornarono ciascuno dal suo padrone, sistemandosi docili sulla mano protesa. Le dame sedute a chiacchierare provarono un lungo brivido segreto come s'immaginassero prede a loro volta, catturate e vinte da un maschio vorace e sublime.
Scese il tramonto per il tavoliere: un rosso minio di raggi spezzati, brillio di ultima fiamma. I falconieri rimisero i cappucci ai loro predatori, i palafrenieri corsero qua e l a occuparsi dei cavalli, Federico scese dal suo affidandolo alla striglia. L'oceano divent fiume: il gran pubblico sfoll compattando le fila.
L'imperatore si tolse il guanto di cuoio e si avvi a piedi verso il suo padiglione: c'era quella gran seccatura. Dov' il messo
papale? domand ai suoi uomini. L, gli fu risposto. Federico strizz gli occhi, miope qual era, per mettere a fuoco il punto indicato, ma vide solo un gran drappo teso tra due alberi. L dietro? chiese. S, gli fu risposto,  gi la decima volta che va a orinare, Altezza, dev'essere incontinente -. Preceduto da pretini azzimati e sfioriti, il messo riguadagn lentamente il padiglione.
Vi siete divertito? esord l'imperatore.
Nemmeno un po', Altezza, e poi con questo disturbo... comunque la caccia non fa per me.
Si accomodarono all'interno: l'ombra fu subito protettiva. Federico batt le mani e ordin di portare vino e formaggi, tergendosi la fronte e levandosi il corsetto. Poi prese in mano un attrezzo di cuoio imbottito e palleggiandolo si rivolse al prelato:
Sapete cos' questo? E un logoro e serve per l'addestramento dei rapaci. Il falcone  una creatura sensibilissima, l'istinto della caccia ce l'ha dentro e se lo vive da gran egoista; tutto quello che fa, lo fa per s. Poi arriva un uomo e gli insegna docilmente, ma con fermezza, a essere suo amico, si, ho detto proprio amico, non servo: non  il cibo che riceve in cambio a mutare il falco: il cibo, potrebbe trovarselo da solo.  lo stare insieme, ore e ore da soli, la sottile gioia di partecipare a un'impresa comune, la condivisione delle albe, la malinconia dei tramonti. Perch la falconeria  un'arte: l'uomo dimentica fame, sete, sonno, impara a essere padrone di s, affina intelligenza, memoria, coraggio, tenacia, e tutto questo solo per amore della sua arte. Sapete che io, con la mia aquila, ci parlo? E lei capisce. Sapete che quando siedo sul trono lei mi sta accanto su un piccolo seggio regale che le ho fatto costruire? E che si addormenta con me e mi saluta al risveglio?
Maest, io m'intendo di anime e poco capisco di volatili.
Di anime e di molto altro. A proposito, come sta il buon Fieschi?
Nota: Sinibaldo Fieschi dei Conti di Lavagna, cio papa Innocenzo quarto. FINE NOTA.
L'ho visto male in arnese l'ultima volta a Roma, ma ne  passato di tempo.  ancora furibondo per le mie bagatelle? Medita qualche altra scomunica?
Io non ci scherzerei tanto, Signore. Avete gi fatto morire di crepacuore Gregorio IX con quella pagliacciata a Gerusalemme: comprare il Santo Sepolcro! Che vergogna! Cinque crociate, migliaia di morti per ristabilire la fede con le spade di Cristo e voi a contrattare sul prezzo
col vostro amico al-Malik al-Kamil!
 costato poco, sapete? Quasi una svendita. Insomma, l'avete avuto o no? E allora?
S, ma il modo! Bagatelle le chiamate? V'inviterei a tenere per voi le vostre battute e a indirizzare questo colloquio su toni pi seri. Vogliamo parlare dei vostri intrighi coi Da Romano? Dei feudatari che avete assalito e depredato? Delle chiese distrutte? Delle promesse mai mantenute? Delle terre che vi siete accaparrato?
Era mio diritto: quelle terre sono mie.
E quel povero conte di Bojano messo alla berlina, le trame ereditarie in Sardegna, il meschino trucco di far prigionieri quei cardinali che avrebbero confermato la vostra scomunica, mettendo di mezzo i pisani! Per non parlare dell'orribile beffa del Carroccio. Come vi  venuto in mente di portarlo via a quei poveracci di lombardi e regalarlo al papa? Un insulto!
Questa  preistoria, carissimo: dimenticate forse che sono stato io a rimettere Gregorio sul soglio, quando se l' fatta sotto filandosela in Umbria?
E perch l'avete fatto? Un gesto ipocrita, un pietoso tentativo di rabbonire tutta la Chiesa che per anni avete vilipeso, tradito, contrastato in ogni modo con quella vostra balzana idea di unire il regno di Germania e Sicilia cos che noi ci saremmo trovati in mezzo schiacciati come una noce tra le vostre mascelle! Ma siete finito ormai, Federico, rendetevene conto: con papa Innocenzo IV avete trovato pane per i vostri denti. Non  pi tempo di smancerie e indulti: la Chiesa, questa luce divina sulla terra,
questa eredit di Cristo che vigila e combatte per il trionfo della verit, non pu permettersi che un uomo, sia pur l'imperatore, la manovri e la governi a suo esclusivo piacimento. I figli della terra vogliono un segnale, un faro, una guida che permetta e prometta loro di essere figli del cielo, e nessuna potenza temporale potr mai avere il sopravvento su di noi. Il concilio di Lione ha confermato in aeternum la vostra scomunica, ha liberato i vostri vassalli e valvassori dall'obbligo di fedelt, ha sollevato i grandi elettori di Germania contro di voi, ha proposto e incoronato un nuovo imperatore, Raspe, che voi ben conoscete perch a Nidda ha fatto a pezzi l'esercito di Corrado, quel disgraziato di vostro figlio.
Raspe  morto, i vassalli sono ancora quasi tutti dalla mia parte e Corrado si  appena preso la rivincita, e che rivincita, su quel fantoccio di Guglielmo d'Olanda che avevate in fretta e furia messo apposto di Raspe! L'avete ben leccato il culo agli elettori tedeschi!
Moderate il linguaggio, sapete o no di chi siete in presenza? Io rappresento il papa, la cristianit, Dio sulla terra! Piangete piuttosto voi stesso: questo  il risultato dei vostri tira e molla, delle promesse mancate, dei falsi atti di contrizione: la vostra fine era gi nel principio, credevate di prendervi gioco di noi e di fare il bello e brutto tempo in forza di quei quattro adulatori che vi stavan dietro quando splendeva la stella: castelli qua, castelli l, castelli su e gi, un'inutile corte spropositata a farvi il verso docile e remissiva, a seguirvi adorante ovunque, un esercito di bifolchi raffazzonati a spillarvi prede e onorificenze. Dov' finito ora tutto questo? Sparito, cancellato, spazzato via. Persino quel Pier delle Vigne, il vostro incorruttibile consigliere, v'ha fatto le scarpe, dopo aver visto l'abisso del vostro cuore: aveva buoni occhi e l'avete accecato. Divertitevi, divertitevi pure coi vostri stupidi falconi, che altro non vi resta da fare. Provate a chiederlo a loro se siete ancora l'imperatore del
Sacro Romano Impero: non avete detto che ci parlate insieme?
Il messo fece una pausa. Federico, impassibile, giocava coi bottoni della sua guarnacca. Fu distratto da un calabrone che gli ronzava intorno alla testa, un tempo rosseggiante di folti capelli.
Il messo riattacc:
Ma io non sono che un ambasciatore, io vi anticipo solo quel che accadr, vi metto sull'avviso. Altri, tra breve, si presenteranno dopo di me qui, a Castel del Monte, a chiedervi una resa che si concili con la piet che abbiamo sempre avuto verso gli sconfitti. Avete poco tempo: cominciate a cercare tra le vostre misere ragioni, ad annotare le risposte da dare alla delegazione di vescovi che verr a comunicarvi un insindacabile verdetto: e questi, caro Signore, son vescovi che non potete far rinchiudere. Io, da parte mia, vi consiglio caldamente un totale atto di pentimento. Chiedete perdono di ogni vostro delitto contro la Chiesa e otterrete clemenza. Addio.
Proprio in quell'istante una folata di vento violentissima e improvvisa scoperchi completamente il padiglione.
Come il vostro impero, rise il messo, sic transit gloria mundi.
E corse via in tutta fretta per andare a pisciare.
Turoldo! Turoldo! Razza di uno sfaticato che non sei altro, dove ti sei cacciato? Turoldo!
Federico secondo urlava agitandosi come un tarantolato nelle cucine di Castel del Monte, tirava calci a pentole, pignatte, vasi di coccio, otri, giare, mandando in pezzi quel che gli capitava.
Il messo pontificio se n'era partito da poco, congedandosi con quel sorrisetto ipocrita e conciliante che Federico ben conosceva. Se ne andassero in malora, lui, la sua vescica, i vescovi, lo stramaledetto papa. Cercava Turoldo, il cuoco palermitano che lo serviva da anni, l'unico in grado di capirlo fra quella marmaglia di finti tonti, untuosi decerebrati che gli strisciavano intorno.
Eccomi, eccomi Maest, arriv ciabattando e brandendo un coltello sporco di sangue, eccomi, stavo pulendo le sue anguille.
Vedere il cuoco e sentir parlare d'anguille fu come se si fosse improvvisamente riaperto il cielo: in un sic, cambi completamente umore.
E come le fai? Marinate? O scottate?
Marinate come piace a vossia, rimescolate nell'aceto e conservate in gelatina.
Sono almeno giovani, tenere? s'inform.
Volete mettere, Maest, vengon dirette dai canneti di San Severo, e pi dolci e frolle non ce n'. E poi ho pensato anche alla razza. Ne hanno pescata una stamane che ruba gioia agli occhi solo a vederla: femmina, s'intende -. Poi, lanciando sguardi tutto intorno e preoccupato non poco: Gesummaria ma cosa avete combinato, Eccellenza? Voi non dovete lasciarvi andare a questi sfoghi di rabbia: pensate al vostro intestino, sono mesi che vi fa impazzire; hanno ben ragione quei dottori di Salerno, non c'entra il cibo,  tutta colpa della melancolia e degli umori neri.
Fine della ricreazione. Federico sent tornargli addosso l'ira, la frustrazione, l'impotenza tutte d'un botto.
Sono loro, che Dio se li porti, quei corvi vestiti da santi, quelle volpi subdole e traditrici, quelle serpi maligne e striscianti, sono loro ad avermi ridotto cos: Buono Federico, che ti diamo questo, ti lasciamo quello: buono che erediterai quest'altro. E io a crederci come un pollo fino a che, perch c' un limite, ah se c' un limite, fino a che non ce l'ho fatta pi, e allora gi scomuniche, un papa dopo l'altro. Erano stati eletti si e no da un minuto che chiedevano in giro: Bene, cosa c' da fare?, Prima di tutto scomunicare l'imperatore, rispondevano; e loro: Scomunichiamolo, tanto, male non gli fa. Perch, ti
chiedi? Per niente. Mi vedi come sono messo ora? Un esercito di figli pi o meno deficienti in giro qua e l a cercar alleanze con chi pi conviene, e figlie che se ne fosse salvata una, tutte brutte come le madri, spose di Cristo, che altri non ne trovavano. Giro per questo castello con le stanze tutte uguali, che se lo scovo impicco quell'architetto che ci ha la mania degli ottagoni; giro, dico, tenendomi la pancia e t'incrocio una corte di smidollati e incapaci raffazzonati chiss dove dalla mia diletta Bianca e Pier delle Vigne.
Nota:  Bianca Lanza, madre di Manfredi, figlio prediletto di Federico. FINE NOTA.
Soldati che gli tremano le gambe, capitani che guardano a Oriente quando il nemico  a Occidente, amministratori che non c' mai un soldo, cerusici che amputano le gambe sbagliate, dispensieri che si fottono le provviste per rivenderle ai villani, massari rubicondi e panciuti che si strozzano con le mie olive, politici che non sanno nemmeno che esiste la Francia... Vuoi saperne una? Uno un giorno mi fa: Ma  vostra la Borgogna, Maest? Certo che  mia, gli rispondo,  mia da sempre. Ops, mi ribatte, sono anni che da li ci arrivano le decime e io credendo che si sbaglino gliele rimando indietro, e ride. Il minchione ride. E gli intellettuali? Ah Palermo, Palermo, come ti rimpiango! Guido e le sue stelle, Michele Scoto, Salomon Cohen, Teodoro, e i miei poeti poi, i primi, dico i primi a trobar volgare: Jacopo da Len-tini, Odo delle Colonne, Rinaldo d'Aquino, altro che scopiazzare dai provenzali o da quei testoni di Minnesanger: poesia nostra era, amore e dulcedo, fior di pensiero a chiosar la virt. E chi ho ora intorno? Cialtroni, buoni a nulla, pecore belanti come Puccio da Foggia, senti qua:
Amor che corri innanzi lo mio core ah, meno male che mi sei davante se stavi retro no, non ti vedevo.
La rima, gli dico, vuoi metterci almeno la rima? E che cos' questa arima? mi fa. Calci, calci nel culo gli ho dato finch non gli  venuta.
Vedendolo rosso congestionato in viso, Turoldo ebbe uno slancio di piet e corse a versargli una tazza di vino fresco. Federico, stralunato e sbracato sul seggio a gambe divaricate, bevve d'un fiato.
Io avevo sognato un mondo, Turoldo, in cui papa e imperatore se ne stessero in santa grazia, uno occupandosi del cielo, l'altro della terra: ci si sarebbe incontrati a mezza strada ogni tanto per scambiar le idee tra lieti conversari o pi profonde chiose. Ma a quelli, Turoldo, non gli basta il cielo: la terra vogliono, e anche tutta. Se ne stanno cupi, misteriosi, uno appiccicato all'altro, stretti stretti in quelle loro stanze, in quei loro templi dove ogni voce rimbomba e spaventa come fosse Satana a sussurrare e non Dio. Ma  gi da un bel po', Turoldo, che mi frulla per la testa un'idea straordinaria, qualcosa che pu essere l'alba di una nuova era. Abbiamo guardato in una direzione sbagliata, per anni, noi tutti accecati come eravamo: loro dall'ingordigia, dalla protervia; io dalla mia fallibilit e dalla speranza che prima o poi cambiassero e tornassero a parlare di Dio. Non lo faranno mai, non lo faranno pi. Non  Dio che manca, sono loro a non ripeterne la voce. Ho un progetto per la mente, Turoldo, ma mi resta poco tempo, e prima di metterlo in atto devo sapere, devo essere certo di non sbagliare. Fossi quello di una volta non ci penserei su un solo istante, ma allora mi accendevo come paglia al sole di ferragosto e non stavo a sentir ragioni. La vecchiaia sopisce gli slanci, ogni gran fiamma par solo una candela. Ho bisogno di trovare un uomo che poco o nulla sappia di Chiesa e Stato, che non s'intenda di brighe e tranelli, guerre e politica, che viva faccia a faccia col suo creatore e solo Lui ascolti, solo Lui respiri, puro nell'animo come un bambino incontaminato e incolpevole. Ho bisogno di parlare con un uomo, se ce n' uno, che non confonda i
segni della verit, perch nella verit vive, e nella verit non sa mentire. Ho mandato in giro messaggeri, araldi, spie: sono tutti tornati senza una risposta. Non mi interessano catari, valdesi, flagellanti, visionari. Non voglio maniaci invasati che mi guardano con occhi da pazzi promettendomi l'apocalisse o profetizzandomi la fine del mondo. Io devo trovare un uomo che abbia Dio nel cuore. Poi non chieder pi niente, far quel che devo fare e me ne andr in pace.
Turoldo, che aveva seguito le consuete rimostranze del padrone capendoci un'acca come sempre, a quelle ultime parole si era andato sempre pi illuminando in viso; di colpo si fece avanti e disse d'un fiato:
Maest, voi sapete che io sono umbro, vengo da quella terra che pi volte vi contendeste voi e il papa. Sembra un segno del cielo. Maest, io quell'uomo lo conosco.
Il cameriere imperiale si esib in uno sgraziato inchino e annunci:
 arrivato, Signore. Solo che... devo far entrare anche gli uccellini?
Federico credette di non aver capito bene:
Gli uccellini? Quali uccellini?
Be', quelli che gli stan tutt'intorno: passeri, fringuelli, mi sembra.
Federico sospir: l'et giocava brutti scherzi a quel cameriere fedele, che era gi al servizio di suo padre, e forse addirittura del Barbarossa.
S, s, fai entrare tutti, disse scuotendo la mano come se la cosa fosse normale.
Ma l'apparizione fu scioccante. Avanzava un ammasso vociante e saltellante d'indefinibile forma e in mezzo a quello un piccolo uomo curvo, scheletrico, esitante, che si guardava attorno frastornato e per giunta aveva preso a dirigersi da tutt'altra parte come se non avesse visto dov'era il trono.
Ehi, ehi, buon uomo, da questa parte, sono qui! -disse Federico.
L'uomo, che era un frate, o almeno cos pareva dal saio abbrunito che portava addosso, mosse di scatto il capo al richiamo e prese a muoversi verso il seggio dove l'imperatore se ne stava spaparanzato con l'aquila in mano, e gli sarebbe anche andato a sbattere addosso se Federico non gli avesse urlato: Ferma, ferma, sono qui, non mi vedi? Non appena ficc gli occhi nei suoi, Federico rest di pietra. Sul momento non cap, gli gir la testa e fece per distogliere lo sguardo tanto lo trov forte, invadente; poi si lasci andare a quella specie di malia, non fece nulla per sottrarsi. Tent di inquadrarlo meglio in quel nugolo di uccellini che gli svolazzavano intorno, e sopra due spallucce cadenti fiss una piccola testa a triangolo, un naso minuto e adunco, due orecchie a vela e una tonsura che lasciava poco spazio ai radi capelli rossastri.
Sei tu Francesco di Pietro Bernardone d'Assisi?
Sono io, al vostro servizio, Maest, rispose con voce soave.
Hai fatto un lungo viaggio e sarai stanco. Si stanno occupando del tuo bagaglio e del tuo cavallo?
Signore, io non porto bagaglio se non il mio crocifisso e per non stancare un cavallo sono venuto a piedi.
A piedi? Da Assisi?
Io non posseggo nulla,  la nostra regola che ce lo impone, ma  mio il cielo, il seme della terra, mie le creature di Dio.
Vedo vedo, e a proposito, potresti chiedere ai tuoi ehm... compagni di star fermi un attimo?
A un cenno del frate gli uccellini volarono ai suoi piedi buoni buoni. Federico ebbe l'impressione che lo guardassero.
Francesco, dunque, sai tu il motivo per cui ti ho mandato a chiamare?
In verit non lo conosco, Signore, abbiate la compiacenza di spiegarmelo.
Lo far, ma prima dovr porti qualche domanda. So che vivi piuttosto ritirato con pochi fratelli. Ora, in tutta sincerit, cosa conosci del mondo?
Sul viso del frate apparve un sorriso cos smagliante che sembr irradiarsi per tutta la sala.
Oh, Signore, da giovane ho girato in lungo e in largo, non ho vissuto chiuso nella Porziuncola. Ho predicato ovunque, perch noi minori non dobbiamo esiliarci, ma servire il prossimo con tutto l'amore possibile. In ci siamo diversi da qualsiasi ordine: non preghiamo e meditiamo soltanto, ma facciamo della nostra vita un'avventura di carit. E ci siamo voluti chiamare minori come i poveri per tale ragione e per correre dove ce ne sia bisogno. Ho conosciuto signori e straccioni, sono stato davanti a papa Innocenzo III e alla sua corte, ho seguito la quinta crociata in Terrasanta dove a lungo mi confrontai col sultano tentando inutilmente di avvicinarlo a Dio: e proprio il Signore Iddio con la sua luce, parlando attraverso la mia voce, ha convertito un intero paese in un giorno solo e ha riconciliato parenti di nobile stirpe che si combattevano fra loro da anni. Oh si, Maest, io conosco il mondo, vedo chiaramente i colori del bene e del male negli occhi degli uomini, conosco le tentazioni del corpo, lo sottometto all'anima, ma non lo mortifico come fanno i puri francesi, n come loro ho in odio santa madre Chiesa ma ai suoi principi mi attengo e ai vicari di Cristo rendo obbedienza.
Tu credi dunque che la Chiesa operi per il bene degli uomini e che i suoi ministri siano integri?
Non di questo mondo  la perfezione, Maest, per s, lo credo.
Bene, Francesco, allora se hai la bont di seguirmi ti far fare un giro per il castello: penso che lo troverai molto interessante. Ti chiedo solo di non stupirti, qualsiasi cosa tu veda, e di non esprimere commenti: li farai alla fine.
Pos l'aquila sul suo piccolo seggio e si alz indicando a Francesco di seguirlo. Percorsero il corridoio ottagonale che serviva le sale del primo piano. Giunti davanti a una porta, Federico sollev un piccolo spioncino, e rivolto al frate:
Guarda, gli disse.
Francesco ci vedeva poco, ma la scena che gli si present non poteva dar luogo a equivoci: due forme umane nude e sgraziate stavano muovendosi freneticamente sopra una terza, pi piccola, che pareva soddisfare a pieno i loro sforzi. Ebbe un gesto di ripulsa: si ritrasse inorridito.
Ma cosa mi fate guardare? disse coprendosi gli occhi con entrambe le mani.
Visto bene? Vuoi dare un'altra sbirciata? Cos, magari avessi confuso...
No, no, via, via, andiamo via, Signore!
Ma non avevi detto di conoscerlo il mondo?
S, ma...
Vieni, vieni, incalz Federico prendendolo delicatamente per un braccio, cambiamo scena. Considerala un po' come una via crucis. Eccoci a un'altra stanza. Bene, bene, cos'abbiamo qui? apr lo spioncino.
Signore, volete davvero...?
Un'occhiata, un'occhiata sola sar pi che sufficiente.
Questa volta le ombre erano soltanto due. Quella di sopra, nuda e rotonda, imperversava sull'altra pi esile, messa carponi, a mo' di pecora, con un gonnellino svolazzante.
Ma, ma  la stessa cosa!
T'inganni, buon Francesco, qui c' una variante, e per di pi succosa. Quello sotto  un ragazzo vestito da donna: una delizia! Ma resta qui, dove scappi? disse trattenendolo per un polso. Non  come pensi, non mi sto prendendo gioco di te. Tutto ci che hai visto e vedrai  necessario e ha le sue ragioni, credimi. Lo capirai a suo tempo e mi perdonerai.
Davanti alla terza stanza Francesco percep grida, risate, voci che si accavallavano sguaiate. Messo l'occhio nel forellino vide e sent distintamente. Erano in quattro e giocavano a dadi, eccitati e rubizzi: tracannavano vino da enormi boccali e si versavan da bere tra lazzi e bestemmie:
Per Dio, che gran culo da scrofa che hai!
Senti chi parla, lui che lo lecca tutti i giorni al Fieschi!
La volete piantare, per la Madonna? Ho perso gi due terre nel Piceno e di qui non si va via finch non me le riprendo!
Dodici! Tocca a te domani far la signorina!
Allibito per quella ridda di epiteti rivolti a suo Signore, Francesco si gir verso Federico con aria interrogativa: ma non riusc a porre quella domanda.
Bene, ora fammi la cortesia di seguirmi nelle segrete per l'ultima tappa, o quasi -. Scesero un lungo scalone che gradino dopo gradino si faceva sempre pi stretto e maleodorante. Si fermarono davanti a una grata di ferro: Federico tolse dalla palandrana un gran mazzo di chiavi, ne scelse una e apr. Dopo pochi passi nello stretto budello sotterraneo, cominciarono ad avvertire l'eco dei primi urli, sempre pi lancinanti a mano a mano che procedevano. Furono davanti a una massiccia porta di quercia: gli urli si erano fatti insopportabili. Francesco non arrivava allo spioncino: Federico gli fu dietro, lo prese per la vita e lo sollev. La scena era chiara: lingue di luce saettavano da torce sul muro e spietate rimandavano l'immagine di due uomini barbuti, sudati e ansanti, chini su di un vecchio recalcitrante, inorridito e indifeso: uno dei carnefici gli stringeva la lingua tra le tenaglie, l'altro, con in mano una torcia, gli bruciava i testicoli. Impettita, solenne in disparte una terza figura gridava ordini e Francesco riconobbe la veste: si trattava di un cardinale.
Fine della prima parte, sentenzi l'imperatore, rimettendolo a terra.
Uscirono dalle segrete. Il frate segu Federico come un
cagnolino giudizioso, ma non appena imboccarono la scala sbott:
Ma  inaudito...  insopportabile... ministri di Dio dediti a tali bassezze! Quale nefasto esempio! Bisogna fermarli, bisogna parlare con qualcuno!
Parlare? sghignazz Federico all'indignazione del frate. Tu non hai capito, Francesco, con quelli l non si parla! Ti vuoi mettere nella testa o no che sono tutti cos dal primo all'ultimo? Tu hai visto solo qualche vescovo e un paio di cardinali sollazzarsi coi loro vizi privati, ma ne ho ventiquattro di stanze, e tutte piene, tutte uguali: vuoi che continuiamo il giro? E fossero piene solo le mie stanze! No, Francesco, tutto l'impero  pervaso di questi orrori!
Ma sono uomini di Dio! Sono tra noi per parlarci di Dio!
Quale Dio? Qui bisogna che c'intendiamo, Francesco: tu non hai capito che il tuo Dio non  il loro, non  lo stesso! Ma seguimi: non bisogna cambiare Dio, perch quello uno ; bisogna fermare chi lo commercia, lo degrada, lo insozza ogni giorno.
Allora, comment Francesco, hanno ragione quei puri, quei francesi.
Catari, Francesco, si chiamano cos; no, quelli sono dei pazzi frenetici perch non  il corpo, come sostengono, a essere il colpevole di ogni bassezza, non  la carne a peccare. Il corpo  natura e bellezza; l'amore, la procreazione sono doni di Dio. Ma questi qua, questi che tu chiami ministri di Dio, lo usano per procurarsi un piacere sadico, possessivo, vendicativo, maligno e trionfante, sentendosi cos al di fuori e al di sopra di tutto, garantiti da una veste, da un patto che  diventato scempio e che d loro l'immunit. Questo, Francesco,  il potere, questo  il demonio.
Ma... la loro coscienza?
Ti faccio un esempio, chios Federico fermandosi davanti alla stanza del trono. Tu regali a dei bambini archi e frecce, cos per giocare, raccomandandoti di cacciare solo animali nocivi o, meglio, limitarsi a un innocuo tiro a segno; poi te ne vai e li lasci soli. Dopo un po' queste regole del gioco vengono loro a noia e quasi inconsapevolmente i bambini cominciano a cercare prede diverse, a colpirle, dapprima solo per prova, poi per diletto, infine come necessit. Nessuno  tornato a sgridarli, e le tue parole di allora sono vaghe ombre nella memoria. Quell'arco li ha resi padroni del loro piccolo mondo e non c' pi modo di fermarli.
Francesco meditava. A capo chino, perso nei suoi pensieri, pareva ancor pi piccolo e fragile di quando era apparso coi suoi uccellini. All'improvviso, cogliendo impreparato Federico, si sdrai, schiena al pavimento, e alzate le braccia al cielo prese a intonare:
Signore, padrone di ogni laude e benedictione,
apri gli occhi a lo tuo indegno servo
fa' che lo lome fera lo mio core
scacci la nocte de li miei peccata:
sordo fui per lo munno et orbo al male
concederne veder s'anco ti degni
su quei ponesti la tua dura croce.
Federico dopo un attimo di sconcerto si chin e tent di smuoverlo prendendolo per una spalla, ma il suo corpo era come pietra e per quanti sforzi facesse non ci riusciva. Lo sgomentavano quegli occhi fissi, glaciali, fuori dalle orbite, ma molto di pi il fatto che parlava e le labbra restavano immobili.
Ci prov e riprov, ma niente. E cos si sedette pazientemente ad aspettare. La cosa fu lunga, da riempir pagine; batterono ottava e nona, cambi la guardia, si oscur il cielo.
Poi, di colpo, all'Amen, Francesco si rialz fresco come una rosa, riassett il saio e sorrise come niente fosse.
Cosa... cosa ti  successo? balbett Federico.
Ero col Signore, ho parlato con lui.
Era vero. Federico nella sua vita aveva avuto a che fare con decine di pazzi visionari, di falsi profeti, di mentitori rapiti in improbabili estasi e mai aveva creduto alle loro farneticazioni. Quell'uomo non mentiva. Lentamente tese la mano verso il suo viso, ma appena lo sfior dovette ritrarla. Prov un calore intenso, come se l'avesse infilata in una fornace per il pane. Fu Francesco a toglierlo dall'imbarazzo, tornando al discorso interrotto.
Ma che ci fanno qui, Signore, cos tanti prelati? Che avete voi da spartire con loro? domand.
Federico, tutto intento a soffiarsi sulle dita, non raccolse subito. Appena si riprese parl:
Io non sono pi imperatore, Francesco. Ho perso il mio titolo nei campi di battaglia e nei corridoi del regno pontificio. Mi restano pochi mesi, settimane forse, per far fagotto delle mie cose e ritirarmi dove loro vorranno. Quei signori che hai test colto in pose e atteggiamenti a loro consoni sono della commissione pontificia che dovr, al pi tardi domani o dopodomani, stabilire il mio destino. Perch, ti chiederai, permetto loro nel mio castello tali ignominie? Perch sono stanco, debole e malato, e vorrei trascorrere gli ultimi anni in guisa degna del mio passato. Loro mi hanno chiesto quei sollazzi promettendomi clemenza di giudizio e io glieli ho concessi. Ma francamente speravo che tu arrivassi in tempo per vederli.
Francesco ebbe un'illuminazione:
Ma, il papa? Perch non riferire tutto questo al papa?
Vieni con me, disse Federico aprendo la porta della sala del trono con un triste sorriso sulle labbra.
La sala era vuota. Un alto fuoco scoppiettava nel camino di pietra: gli uccellini se ne stavano tutti appollaiati sulla base di un bovindo.
Ora assisterai esord Federico a qualcosa che neppure puoi immaginarti, ma dovrai farlo di nascosto, per
ragioni che comprenderai facilmente. Ti prego di tenere per te ogni cosa che vedrai e sentirai qui dentro, e altres ti prego di mandare i tuoi piccoli amici a fare ricreazione, perch non possono fermarsi qui... Basta aprire quelle vetrate, ecco, si, cos: torneranno quando avremo finito.
Partiti gli uccelli, Federico indic un tramezzo di damasco nell'angolo della sala:
L, mettiti l dietro e non proferire parola, non emettere alcun suono che sia tosse o meraviglia: chi sar qui non dovr sospettare della tua presenza,  assolutamente indispensabile che sia cos.
Il frate obbed e si nascose dove indicato. Federico raggiunse la porta, chiam il cameriere imperiale e diede un ordine: poi, lentamente, torn indietro e and a sistemarsi sul trono.
Il visitatore fece tre passi nella sala. Il cameriere dietro di lui, non sapendo chi annunciare, si esibiva in ridicoli gesti come a dire  qui, eccolo,  lui, quasi che Federico non lo vedesse da s. L'uomo, infagottato in un enorme mantello nero, teneva il capo celato sotto un cappuccio che gli arrivava fin sugli occhi. Uscito il cameriere, avanz. A pochi passi da Federico lev il cappuccio. Folti capelli bianchi gli coprivano il capo; la barba, incolta e cespugliosa, faceva contrasto col viso olivastro e solcato da rughe prepotenti; un naso adunco e smagliato sovrastava due labbra sottili, appena socchiuse su una cerchia di denti abbruniti e storti.
Non pensare neppure per un momento esord che io sia venuto fin qua per farti una qualsiasi concessione o tributarti qualche specie di omaggio, e poi ridendo, levatelo dalla testa.
S, lo so, rispose l'imperatore, non mi aspettavo niente di tutto questo.
Un attimo di silenzio.
Sono venuto a casa tua per ridere di te tra le tue mura, tue per poco, ch mi dovrai restituire tutto quel che m'hai tolto con i dovuti interessi: e alzati da quel cazzo di seggio mentre ti parlo!
Federico obbed e prese posto su di una panca a lato del trono. L'ospite incalz:
Stupor mundi ti chiamano: ma quale stupori Tu sei lo stupidus mundi. Credevi di scorrazzare in lungo e in largo abituato com'eri con quel buono a nulla di Ugolino? Oh, lo so cosa pensavi: I Fieschi son ghibellini e li avr sempre al mio servizio. Ti ho creduto da cardinale, mi son fatto abbindolare da te e dalle tue promesse, ho persino pensato di venire fino a Narni per ascoltare le tue ragioni, ma era una trappola, tanto che su quella galea per Genova a momenti mi becca il crepacuore.
NOTA: Federico invit il pontefice a Narni per discutere della propria scomunica e dei territori da restituire. Innocenzo quarto fu avvisato che si trattava di un'imboscata e scapp a Civitavecchia imbarcandosi per Genova, ma in viaggio cominci a star male e una volta sbarcato dovette restare alcuni mesi a riposo. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: di l a poco convoc il concilio di Lione per detronizzare l'imperatore. FINE NOTA.
Due volte, dico due, ti ho dovuto scomunicare, ma alla fine a Lione t'han conosciuto tutti per quel che sei. Ho pianto davanti ai grandi elettori per te, che credevo un fratello. Chi ti  rimasto dei grandi amici di allora di cui portavi vanto? Tutti via, tutti dietro il vento che cambiava, a parte il tuo Ezzelino a dar botte ai lombardi. Ma lo capisci o no che io sono ogni cosa, che io voglio ogni cosa? Il cielo, quello ce l'abbiamo gi, ma di chi  la terra? Io non posso salvare le anime, e manco so se lo voglio, se prima non possiedo i corpi. Io non posso predicare puro spirito: chi se lo beve pi, chi se lo mangia? Io devo essere padrone della materia, delle cose, e prometterle al volgo senza dargliele mai e prometterle ai potenti per dargliele quando mi conviene. La Chiesa non  una fabbrica dell'aldil: che preghino, che preghino per questo; noi dobbiamo garantire che nulla cambi, che il mondo resti com', e per farlo lo dobbiamo avere nelle nostre mani. Ora basta, mi hai stufato. Ecco cosa voglio da te, pena la morte. Che tu restituisca tutte le terre portate via a Roma e vi si insedino di nuovo gli antichi proprietari, ovviamente guelfi. Che tu ceda ogni castello, ogni rocca, ogni citt fortificata, salvo tenerti una e una sola dimora per continuare a fare il cretino coi falconi. Che consegni al nuovo imperatore armi e armigeri in tuo possesso, tranne, diciamo, una trentina di anime giusto per scorrazzar alla ricerca di pulzelle da inforcare. Hai sentito bene? Ma non finisce qui. Al pi tardi tra un mese dovranno arrivare a Roma cento sacchi di augustali d'oro, e non mandarmi tari o biglioni che non so che farmene, svalutati come sono. Anzi, facciamo cos: cambiali in livres francesi, ma non in tornesi, che sei capace di tutto. I tornesi tienli per la mancia ai tuoi bifolchi. Non voglio pi sentir parlare di te. Salutami Bianca Lanza e dille che l'ho sempre nelle mie preghiere, che Dio solo sa come ha fatto a unirsi con un essere come te.
Si cal il cappuccio sul viso e a passo sicuro guadagn la porta, che si richiuse dietro.
Francesco, che non aveva perso una parola di quell'estenuante monologo, usc circospetto dal suo nascondiglio con un'espressione d'incredulit in viso. Guard Federico e si stup non poco di vederlo ridere dopo una tale infamante requisitoria.
Il papa... il papa qui? mormor.
S, rispose Federico smontando dalla panca e risistemandosi sul trono, e per l'ultima volta, credo.
Calava la sera, venivan dal mare nuvole scure e irrequiete ad annunciare pioggia. Federico carezz con un dito il capo della sua aquila reale.
Ora s, disse all'improvviso, ora posso dirti perch ti ho mandato a chiamare. Ti devo chiedere un grande favore, Francesco, che  pi di un consiglio: ma non ti preoccupare, qualsiasi cosa mi risponderai, io agir di mia esclusiva volont. Voglio solo un cenno, un riscontro che
mi rassicuri di non essere pazzo, di non essere io a stravolgere le cose. Ho qui due volumi, entrambi in latino, lingua che tu conosci bene. Sono tradotti da eminenti filologi della scuola siciliana e sulla loro buona fede non nutro dubbio alcuno. Il primo  la Bibbia, il secondo  il Corano, il libro sacro dei musulmani. Presumo che tu non conosca il Corano, vero?
No, Signore. In Terra santa ho avuto si modo di scambiare delle opinioni con gli infedeli, ma non l'ho mai letto. Come d'altronde mi  poco familiare la Bibbia, a parte i suoi cantici sublimi: io conosco soltanto i Vangeli di nostro Signore.
Era questo che volevo, queste le condizioni necessarie. Ora stammi a sentire, e ti prego, ti prego Francesco, non prevenirmi, non interpretare male: ascolta e basta. Io te li consegno con la preghiera di leggerli anche se non per intero: ho segnato i punti che mi premono. Avrei potuto chiederlo a studiosi arabi e cristiani, a insigni docenti della mia universit di Napoli, a esegeti sottili e capaci di tagliare in due un capello, a intelletti che racchiudono in s ogni scibile. Ma  proprio questo che non voglio. Deve leggerli un uomo che abbia Dio, solo Dio nel cuore, e non conosca, non abbia idea di come certi uomini o certi altri l'abbiano raccontato questo Dio. Tu sei quello: tu devi porti, promettimelo, con anima scevra da ogni preconcetto, far tabula rasa di qualsiasi catechismo, insegnamento, dogma che incrosta la libert del pensiero. Devi tornar bambino, essere come un selvaggio ignaro di tutto. Guardami Francesco: bambino nell'anima tu lo sei gi, ma io allo stupore, alla meraviglia che hai per il creato, ti chiedo di aggiungere un giudizio: non gi se sia meglio questo o quel Dio, che poco m'interessa, e la tua scelta l'hai fatta; no, il punto  un altro. Io ti chiedo, ascoltami bene, se sia pi credibile, umanamente intendo, pi concreto, pi accettabile il Dio descritto dai primi o quello degli altri. Voglio sapere, insomma, quale di questi due racconti parla a tutti gli uomini e quale solo ad alcuni, sempre che sia cos; dove c' pi invenzione, favola, e dove pi realt; dove pi passione, dove pi interesse; dove coraggio, dove paura; dove menzogna, dove lealt. Ma, Francesco, potrebbe anche succedere che, scaduto questo mese di lettura e meditazione, tu mi venga a dire che non ti senti capace di scegliere, che ti sembrano coerenti e sinceri entrambi, che potrebbero benissimo tutti e due dare un senso alla vita o non darlo. Mi andrebbe bene anche cos: questa non  una gara, non  una guerra: io devo sapere se nel crocevia del cielo c' una sola via da dover prendere, o una strada valga l'altra. Eccoli qua, va' pure: ti ho fatto approntare una stanza tutta tua, ben lontana da quelle che abbiamo visitato. Ti voglio qui tra un mese esatto e allora mi darai la tua risposta. Hai capito bene?
Ho inteso perfettamente, Signore, disse il frate. Si inchin, si mosse incontro alla finestra, l'apr, la scavalc e usc a richiamare i suoi uccellini.
Da uno dei torrioni di Castel del Monte Federico guardava l'alba. Ne ricordava tante e mai una uguale. A volte il sole si preannunciava con un solo raggio verde in trasparenza; a volte era uno spicchio d'arancia, un'unghia di smalto appena appena visibile, incerta a mostrarsi; a volte ancora era sfavillio bruciante, luce dal nulla, silenzio cieco di creazione.
Guardava l'alba e tornava ragazzo a Palermo, quando dovevano picchiarlo per farlo star fermo e il sole s'alzava da dietro le Eolie, scoprendole a una a una come gemme di uno scrigno, e lui s'innamorava di quel mare, perch non era tedesco, ma siciliano. Di quella conca fra gli aranci portava ovunque andasse l'odore aspro nelle narici, perch a Palermo anche l'aria pesa ed  fatica, quasi che il sole lass abbia un bastone per percuoterti il dorso da quando ti svegli nel suo affocante, profumato giardino. Ma la
sua memoria era intrisa solo di giorni che nascevano, non di tramonti: lui non aveva mai immaginato o messo in conto la morte.
Un volo di folaghe lo riport alla realt. I commendevoli prelati se n'erano partiti da giorni: per primi avevano fatto i bagagli il vescovo di Capua e quello di Melfi; poi, via via, con studiata indolenza, era venuto il turno di tutti gli altri. Ultimo ad andarsene, commosso alle lacrime, l'ufficiale dell'Inquisizione.
I suoi giudici non avevano che confermato le parole di Innocenzo IV: spogliato di ogni bene, privato di terre e castelli, costretto ad abdicare, si sarebbe trasferito a Melfi, dove l'aria era pi sottile e la calura pi sopportabile. Un mese. Un mese gli avevano dato per i preparativi e nel frattempo stava scadendo quello che aveva concesso a Francesco.
Da lass, da quella torre dove ogni mattina saliva a contemplare l'alba, lo vedeva eccome, Francesco. Il frate se ne usciva che faceva ancora notte circondato dai suoi passeri e girava per boschi e radure, contemplando questo e quello, soffermandosi e ripartendo, curioso di tutto. Da lass, dalla sua trre, era un puntino bruno, un chicco di grano saltellante e gioioso, sperso nei campi. Lo vedeva e lo sentiva cantare, non smetteva mai di cantare. Erano arie semplici e sublimi, preghiere modulate cui facevano eco le fronde e gli scogli, propagandole intorno cos che terra e cielo se ne riempivano fino al sorgere del sole. Federico pi volte si trov a immaginare che il sole nasceva proprio perch era lui, il frate, a invitarlo a uscire con la sua voce.
Sent Turoldo che lo chiamava alle sue spalle:
Signore, scusate il disturbo, ma non ho trovato fagiani. Nessuno va pi a caccia con questa calura. Dovrete accontentarvi di fave e formaggio, di prima qualit s'intende, ricotte fresche che sanno ancora di mammelle!
Era una specie di rito che andava avanti da un po'. Federico non aveva pi niente di cui occuparsi e tentava di
dare importanza alle cose pi futili, come il cibo ad esempio. Ma quel mattino non ne aveva voglia.
Vieni avanti. Oh Turoldo, ti ricordi Palermo?
E come posso dimenticarmela, Maest? Ero un ragazzo quando vostro padre Enrico mi prese al suo servizio, gi al Castello della Favara, al mare, e vi ho visto venir su e farvi uomo. Che diavolo eravate, Eccellenza, e quante me ne avete fatte passare prima da ragazzo e poi con quella vostra mania segreta che conoscevamo solo io e vossia.
Si, ma anche quella  finita.
Vi siete dovuto scoprire, Signore, per salvare la vita ai vostri amici. Ma cosa ci trovavate di cos eccitante in quelle mascherate?
NOTA: Non esistono prove certe della mania di Federico secondo di camuffarsi e girare in incognito tra il popolo, ma la leggenda  assai diffusa. FINE NOTA
Cosa potevano mai interessarvi quei quattro straccioni, che dico, quei tagliaborse, quei marrani, da farvi uscire quatto quatto ogni notte per anni e incontrarli in incognito per gozzovigliare, immagino, tra rutti e bestemmie fino all'alba? Scappavate dalla porticina che dava sul campo di prezzemolo, tutto ingobbito, col mio cappello bucato in testa, che non vi avrebbe riconosciuto neppure vostra madre. Quante volte vi ho coperto quando di notte vi venivano a cercare: Dorme, dicevo, Sua Eccellenza ha dato ordine di non disturbarlo, e invece eravate gi agli Schiavoni, nei quartieri del porto, a fare il conto delle bettole con i vostri compagni notturni, a giocarvi quattro sudici tari, e a tastare, mi si permetta Signore, il culo alle popolane. Fino a quella notte. Ve la siete vista brutta quella notte voi e i vostri amichetti, eh, Signore?
Se l'erano vista brutta.
Custantinu, squagghitilla, ca ci sunu i sbirri!
Basti, iu cc banna tu dda banna; u primu c'arriva a vecchia Khalesa aspetta all'autri.
Unni si Raf?
cc, cc'arreri a tia!
Di dd, di dd, prestu!
I chiappamu, i chiappamu, l'avermi nte manu!
Vattinni, vattinni, ci dugnu mmastu iu a 'sti quattru!
Ah, u cuteddu teni?
Curriti, curriti, mi pigghiaru!
L'autri, l'autri n'e lassati jri, acchinunu ammeri Sant'Orsola!
Capitanu, sunu futtuti, a strata nun esci!
Lassimi sbirru, o ti sventro comu n'porcu!
I ngagghiamu, i ngagghiamu!
A jamma, a jamma!
'N-terra, fitenti, 'n-terra!
NOTA:  siciliano di oggi. Non mi ci metto nemmeno a pensare come si parlasse nel Duecento. Traduzione:
Costantino, scappa, scappa, che ci son le guardie!
Bastiano, tu di l io di qua: il primo che arriva alla vecchia Khalesa aspetta gli altri!
Dove sei Raf?
Qui, qui, dietro di te!
Di l, di l, presto!
Ce li abbiamo, ce li abbiamo, sono nostri!
Via, via! Ci penso io a 'sti quattro!
Ah, il coltello tieni?
Correte, correte, m'hanno beccato!
Gli altri, gli altri, non mollateli: van su per Sant'Orsola!
Capitano, son belli e che fottuti: la strada  chiusa!
Lasciami sbirro o ti sbudello come un maiale!
Presi, presi!
La gamba, la gamba!
A terra fetenti, tutti a terra!
Khalesa  il vecchio quartiere arabo. La traduzione in siciliano  a cura di Mariolina Castorina e Giuseppe Stagnitta. FINE NOTA.
Li avevano sbattuti in una cella stretta e piena di topi, lui, Bastiano, Raf. Bastiano sanguinava dal ginocchio, Raf era pieno di lividi. S'era messo a gridare che venisse qualcuno, che portasse delle bende, non si staccava un attimo dalle sbarre e le scuoteva, le percuoteva per farsi sentire: solo dopo un tempo infinito si era presentato quel capitano, alto, tronfio come se avesse catturato una galea turca e non tre poveri disgraziati dei bassifondi.
Raffaele di Carmine e Bastiano Chiomonte siete accusati di vagabondaggio, rapina e tentato omicidio. Adesso vi spolveriamo per bene la schiena e poi vi mettiamo ai ferri al carcere maggiore. Fortunati come sempre: l topi non ce ne stanno, solo scarafaggi, cos non morirete di fame, e gi una risata convulsa, subito imitata dagli scherani alle sue spalle.
E tu? Tu chi sei?
Federico era rimasto in silenzio, testa bassa.
Vuoi parlare? O vuoi che ti sciolga io la lingua a suon di calci?
Silenzio. Il capitano si era fatto avanti con furia omicida e gli aveva tirato un cazzotto sul labbro.
Federico aveva sentito il sangue colargli sul collo, riempirgli la bocca di sale.
Costantino, Costantino Altavilla, aveva sciorinato.
NOTA: Costantino (d'Altavilla)  il nome che sua madre Costanza gli impose battezzandolo nella cattedrale (vedi il caso) di Assisi. Fu poi Enrico Sesto, il padre, a mutarglielo in Federico (come Barbarossa, il nonno), Ruggero (come il re di Sicilia, l'altro nonno), Costantino (per omaggio alla Chiesa).
Ah, ah, che bel cognome nobile che s' scelto il signore! E dove te lo sei andato a pescare, figlio di una cagna? Era evidente che voleva pavoneggiarsi, farsi bello coi suoi soldati. E chi sarebbe tua madre? Non dirmi quella gran puttana della regina Costanza! Sei un suo bastardo?
Le risate si erano moltiplicate. Pur brancolando tra pensieri contrastanti lui aveva tenuto duro il possibile, ma la nausea davanti a quella bestia infoiata, la rabbia, i lamenti del compagno ferito, avevano rotto gli argini del silenzio. Si era tolto il cappello gettandolo in un angolo e passando sopra i topi si era piantato davanti al carceriere con le mani sui fianchi e due occhi in fiamme:
Fuori di qui! gli aveva intimato. Fuori di qui e subito!
Il capitano che tutto si aspettava tranne una cosa del genere, ci aveva messo un po' a riprendersi dalla sorpresa.
Poi gli era saltato al collo, scuotendogli la testa avanti e indietro.
Tu fuori di qui a me? E chi sei tu piccolo verme strisciante per parlarmi cos?
Sono il tuo imperatore: sono Federico secondo di Hohenstaufen!
Quella notte tutto era finito. Aveva smesso di mischiarsi con la gente, con la sua gente, mascherato da popolano; non l'avrebbe pi sentita parlare di donne, balzelli, tradimenti, miserie, pane scarso, fede e carit. Non sarebbe pi stato Costantino Altavilla, ma sempre e solo Federico, senza ritorno. Perch l'aveva fatto? Lo sapeva benissimo, ma era inutile rispondere a Turoldo: non avrebbe capito. Dio come gli era piaciuto, per anni, essere anche un altro, vivere una seconda vita, e Dio, quant'era diverso il popolo dai nobili!
Mi divertivo, Turoldo: non c'era mai niente da fare a Palazzo e mi andava di ridere alle spalle dei bifolchi.
Ment, che tanto dire la verit non sarebbe servito a niente, non avrebbe cambiato niente su quella terra dove neanche Dio era pi lui.
Scese dalla torre e si avvi verso le sue stanze: sent il silenzio, vide la desolazione. Le guardie non si davano ormai pi il cambio, i camerieri, i sarti, i musici, i consiglieri, i filosofi, i poeti, chi se n'era gi andato da un bel po', chi stava serrato nella propria stanza da mattina a sera preoccupandosi solo del cibo e della paga.
Aveva riso tutta la vita e non gli parve il caso di cominciare a piangere, anche se quelle fitte dentro l'intestino non lo lasciavano in pace un istante: gli avevan pure suggerito
di spostarsi al Palatium di Foggia, o a Castel Fiorentino, perch l potevano curarlo meglio. Lo assal un pensiero, un lampo nella memoria: qualcuno, un tempo, forse un mago, gli aveva predetto una morte sub flora e per questo non era mai stato a Firenze. Che questo flora indicasse Fiorentino d'Apulia? Lo scacci subito quel pensiero, ridendoci su.
Passando davanti alla stanza della servit, vide due ragazzi, probabilmente una sguattera e un aiuto-cuoco, che si baciavano, convinti di esser lontani da occhi indiscreti. Sorrise e tir avanti. Aveva mai veramente amato? Bianca, pens, Bianca era stata l'unico amore della sua vita. Le altre erano fragili voli, incolori farfalle, rami di fiume che s'insabbia. Bianca no, Bianca era un raggio di sole, un mattino di primavera: con lei soltanto aveva avvertito quel brivido che scarmiglia i sensi e perfora l'anima, aveva maledetto le attese e sperato i ritorni. Bianca era la parola di conforto, la dolcezza, la tenerezza antica di madre, era il suo sostegno, il sorso d'acqua dolce, la stella che illumina la via, ed era l'orgoglio di darsi e di averla. Gli venne improvvisamente voglia di bussare alla sua porta, che da tanto non accadeva e ne provava ora nostalgia e bisogno.
E stava gi avviandosi con un nuovo insperato ardore addosso che, girato l'angolo, incroci Francesco.
Il frate lo guard con la sua disarmante serenit in volto.
Scusatemi, Signore, venivo a cercarvi, disse. Sono pronto.
Tir fuori il rotolo con l'intestazione imperiale e lo spian sullo scrittoio d'acero rosso: controll l'inchiostro di seppia e la forza della fiamma per la ceralacca del sigillo. Avrebbe dovuto fare tutto da solo, perch nessuno scrivano poteva sapere, nessun segretario privato minimamente sospettare. Avrebbe scritto e consegnato lui stesso il plico il giorno dopo al messo imperiale con l'ordine d'imbarcarsi a Otranto per Gerusalemme.
Quella notte avrebbe cambiato il mondo, Federico lo sapeva, era perfettamente conscio di quel che stava per fare. Quella notte avrebbe chiamato a raccolta le nuvole pi nere su nel cielo dell'intolleranza, della protervia, della superbia d'Occidente e avrebbe liberato l'uragano.
Non v'era altra strada, non v'era pi scampo.
Fece un rapido esame di coscienza: le aveva provate tutte, aveva tentato di fermarli in ogni modo quei mercanti d'anime, quei padroni del destino, senza riuscirci. Si doveva ricominciare da capo: distruggere per ricostruire con altri uomini, altre speranze. Non tradiva Dio, Dio era uno solo, stava solo cercando un modo diverso di guardarlo. E poi forse era Dio stesso a volere cos, si disse, e non per trovare giustificazioni, che non ne aveva bisogno, ma in una sorta di disperata certezza. Avrebbe rivoltato il mondo, non il cielo, lo avrebbe messo nelle mani di chi possedeva ancora una fede incrollabile o solo una fede o comunque un'altra fede.
Si costru mentalmente una traccia per l'epistola. Doveva essere fermo, categorico: rassicurare senz'ombra di dubbi il sultano della sua totale collaborazione e della facilit della conquista. Palermo era gi stata araba, tutto il Meridione risentiva di quel vento, ma poi era arrivato Roberto il Guiscardo e aveva vinto e cacciato i musulmani: il mondo cristiano si era sovrapposto come un coperchio alla loro radiosa civilt. Ovunque brulicavano ancora i segni, nei palazzi, nei muri.
Una scintilla e gli antichi ardori sarebbero tornati: non avrebbero mai perso una simile occasione: cancellare una volta e per sempre il mondo cristiano dalla storia.
O era lui quello fuori dalla storia? Era lui l'illuso, il folle? E se, accecato di rabbia, stesse sfidando invece l'impossibile, remando controcorrente in un fiume di eventi che andavano ormai da tutt'altra parte?
No, non poteva sbagliarsi: dietro i saraceni scalpitava un universo nascente e sarebbe bastato un segno per scatenare l'impresa, per vederli correre a frotte a impadronirsi dell'Occidente, perch l'imperatore in persona li chiamava a raccolta, li implorava di consumare una vendetta.
Avrebbe garantito al sultano che tutta la costa dell'Apulia da Foggia in gi era pronta a non opporre resistenza. Da l il cammino per gli Appennini e Roma: tutte le milizie ancora ai suoi ordini si sarebbero unite a quell'orda: non serviva un comando, tanto era l'odio che avevano accumulato per i papalini, cos forte la sete di rivincita. Quanto ai capitani dissidenti, ci avrebbe pensato lui. Gi li sentiva quei suoi strateghi da quattro soldi chiedersi perch. Perch? avrebbe loro risposto. Perch noi lasceremo sbarcare gli infedeli tranquilli tranquilli senza subire una perdita e quando avranno abbandonato la costa incendieremo le loro navi e cos si troveranno come dei merli con i soldati del papa di fronte e noi alle spalle, nel bel mezzo di una tenaglia. Geniale, Signore, avrebbero balbettato, perch non c' venuto in mente prima?
Quel dolore alle viscere stava diventando insopportabile, ma doveva convincere il sultano, doveva spiegargli il perch di quella decisione improvvisa, motivarla con qualcosa di apocalittico e allo stesso tempo credibile: una conversione, una folgorazione. Nessun problema: lo chiamavano o no il musulmano battezzato? S, avrebbe innalzato uno sperticato elogio, un canto strappalacrime che unito all'odio per il papa avrebbe inorgoglito il sultano, scatenato un popolo, mettendo il vento alle poppe delle loro temutissime, fatali navi da guerra.
S, quella notte sarebbe cambiato il mondo.
Ripet ogni cosa, punto per punto; elabor dettagliatamente la missiva. Il giorno dopo sarebbe partita per Gerusalemme.
Ma non part mai.
All'alba delirava. Lo trasportarono in gran fretta a Fiorentino dove, dopo sette giorni d'agonia, mor.
Il tempo per un immortale  uno spazio elastico: pu manovrarlo a suo piacimento, percorrerlo in avanti, tornare indietro; pu sovrapporlo, dimezzarlo, e infine pu anche arrestarlo e rientrare nell'eternit, come un delfino, che dopo aver danzato tra le navi fiutando i venti, si rituffi e ridiscenda nel silenzio del suo mare.
Teliqalipukt aveva vissuto nel tempo, per lunghi periodi, in momenti diversi, e ancora del tempo si era servito per istruire i piccoli allievi che in quella missione l'avrebbero sostituito. Perch questo era il destino degli immortali: esserci, essere l sulla terra in carne e ossa nelle svolte cruciali della Storia o di una storia. Non conosceva immortali imperturbabili: tutti, chi pi chi meno, s'eran presi le loro belle batoste affettive, ch a stare tra gli uomini non si fa l'abitudine,  un continuo di balzi e sobbalzi, a imitazione dei delfini appunto. Cos era stato per lui, cos pensava che fosse, ora, per i suoi ragazzi: raggiunta la pienezza eran tutti laggi sulla terra, chi qua, chi l, a muoversi come aveva loro insegnato. Quando riandava a quel tempo, Misha, Minbar, Puna, gli parevano ancora l con gli occhioni spalancati a sprizzar meraviglia per le sue parole mentre il giorno umano simulato li coglieva al tramonto tutti eccitati per quel che avevano scoperto.
Aveva dovuto farli innamorare degli uomini, perch insegnassero loro a credere: nel seme delle piante, nella parola dell'amico, nell'attrazione del mare, nella lucidit della ragione, nell'astrusit del cuore, nella bellezza di un verso e di un colore, nei giorni di festa, nelle notti di dolore: credere  svegliarsi, credere  stendersi a dormire. Quanto avrebbe voluto vederli ancora.
La porta! Era Lui.
Signore, vi ho gi detto che...
E io ti ho gi detto di far finta di chiuderla: non so, mi d una qual sicurezza; non vorrei ci fossero in giro orecchie indiscrete. Devo dire che gi mi sento meglio, sai che funzionano queste sedute? Ieri in particolare. Mi ha fatto pensare a lungo quel tuo Francesco. Tu eri l, ma quel colloquio non l'hai sentito, o sbaglio, Turoldo?
Non l'ho ascoltato con le mie orecchie, ma ho elaborato cinque possibili risposte:
Uno. La Bibbia  piena di fandonie, il Corano  un'unica grande fandonia dall'inizio alla fine.
Due. Sono due libri sinceri e ispirati, credibili allo stesso modo.
Tre. Sono due libri sinceri e ispirati, ma io preferisco il Vangelo.
Quattro. Non c' paragone, la Bibbia  scritta per un solo popolo, il Corano mi pare un tantino pi universale. Cinque. La Bibbia  pi vera.
Ora escludo subito quest'ultima, perch in tal caso Federico non si sarebbe lanciato in quell'insensata avventura: voleva fare di testa sua, si, ma se Francesco fosse stato cos categorico...
Trovo improbabile anche la quarta: non me lo vedo Francesco a far l'antisemita; e per ragioni simili la prima: Francesco credeva anche agli asini che volano. Sono incerto tra la seconda e la terza. Qual  quella giusta?
Nessuna delle cinque, provaci ancora.
Nessuna delle cinque? E cosa pu avergli risposto? Che non sapeva leggere? Che si era preso l'influenza? Che preferiva un test con le crocette?
Acqua, acqua, sei lontano; eppure  semplice, o meglio, lo sarebbe se tu non fossi l'ignorante che sei!
Ditemi, vi prego!
Quello non era Francesco d'Assisi: Francesco nel 1250 era gi morto da ventiquattro anni.
Oh Dio, che topica! Non era Francesco! E chi diavolo era?
Uno psicopatico ammaestratore di uccellini, un millantatore itinerante. E bravo il mio Turoldo, non avevi detto di essere umbro e conoscerlo benissimo?
Che figura Signore!
Consolati, ci ho pensato io a chiudere la pratica.
Ma allora?
Allora cosa?
La risposta. Che risposta ha dato il millantatore?
Non ha importanza, piuttosto  lo svevo che ha sbagliato: i musulmani non sarebbero stati meglio, oh, non lo dico per me, per farmi bello, Dio  uno solo, ma i fedeli, che credano a Bubba o al grande Smeraldo, son tutti uguali. La salvezza non  nella fede, troppo facile caro Agostino, la salvezza  nel dubbio. La fede  come osservare una lastra riuscita male e vedere nella vaghezza delle ombre un volto nitido che non c': il dubbio  non guardarla nemmeno, la foto, e andar a cercare la persona del ritratto per vederla dal vero.
Gli uomini devono credere a qualcosa!
Pi che giusto, ma credere non  chiudere gli occhi,  aprirli. Tu me lo insegni, tu l'hai insegnato per secoli ai tuoi allievi: non  che io ti ho mandato, o mando loro gi, perch gli uomini trovino la pappa pronta: no, no, devono spaccarsi la testa e il cuore prima di intravedere una luce, ch son pi le volte che van dietro alla fiammella di un cerino. Tu l'hai insegnato cos' credere: mai risposte uniche, definitive, sempre accenni, allusioni, come legna al fuoco della curiosit che diventi entusiasmo e quindi amore, e salutamelo l'amore quando tutto  spento, la stanza  bell'e riscaldata e si va a letto con la pancia piena.
Bel discorso, anche se fa un po' specie sentirvelo fare con quel costume addosso. A proposito, vi spiacerebbe dirmi chi ho davanti? Cosa mi rappresenta questa calzamaglia blu con mantellina rossa che cos arditamente sfoggiate? Per me potreste essere chiunque, non esclusi Batman e Arsenio Lupin.
Sono un trapezista.
Ah, e il perch di questa scelta singolare?
L'avventura, la libert, lo sprezzo del pericolo, la sfida al cielo; insomma,  bello sentirsi trapezista, e poi si vola!
Ma voi non volate gi?
Volare? No, no, io me ne sto in una stanza bell'e riscaldata, a letto e con la pancia piena.
...
.
...
La conversione di padre Brown.
...
.
...
Dentro non c'era nessuno. Fiss a lungo un san Sebastiano e non riusc a capire perch con tante frecce in corpo non era ancora morto. Qualcosa si mosse, volteggi, scese sul reliquiario ai suoi piedi. Guard a destra, guard a sinistra: come ci era arrivato l?
Fece il giro completo di se stesso: la basilica era grande, sorniona, e quando si rese conto del silenzio, dell'immobilit, percep crocifissi ovunque, che i cristiani dovevano averci un'ossessione e un bel po' di masochismo innato.
Comunque era l. Gli studios avevano chiuso mezz'ora prima: avrebbe potuto andarsene a un pub o giocare a dama con Peter Finch, che in fondo era il meglio dei peggio da frequentare. Avrebbe potuto: e invece si era messo a girare senza scopo, senza meta, in quel pomeriggio di Londra, con quel grande peso che teneva dentro. Del film, della sua vita, delle sue idee, non gli importava quasi niente.
Non credeva: scettico, agnostico, indifferente. Non c'entravano le Scritture: non ce l'aveva affatto con un Dio biblico che faceva da apripista a un solo popolo, n con un Messia cristiano che andava a morire con un coup de thtre, non credeva e basta.
Scorse la sgangherata cantoria sopra l'altare, si chiese il perch di tanti cori se nessuno li ascolta. Rise. Poi di colpo pens a Paul, che non c'era pi tempo, che i medici l'avevano preso in disparte, che la stanza era troppo bianca, e lui, il ragazzo, aveva i capelli a onda mentre fuori, gli altri, giocavano a pallone. Ripercorse il soffitto, l'altare, il silenzio delle navate: non c'era mai stato in una chiesa e la riconobbe per quel che gli sembr: una perfetta fabbrica di illusioni. O speranze? Quali speranze? Si chiese perch era entrato l; per curiosit? Non ricordava, o forse dovevano essere stati tutti quei gin, che andavan gi troppo in fretta.
Improvvisamente si vide riflesso nel vetro di un'effigie e si accorse che era uscito dagli studios con ancora indosso l'abito talare. Ora me ne vado, pens, non  posto per me. Si finge a scrivere, si finge a dipingere, a recitare, si finge sempre. Sarebbe inopportuno sir Alee Guinness, che ti mettessi a credere, ora, in una verit. Fece tre passi indietro, si volt e percorse il corridoio tra i banchi vuoti fino all'uscita.
La voce gli arriv da un punto imprecisato:
Diceva?
Lui si volt, cerc, non trov.
Diceva? sent pi vicino.
Scusi, balbett inquadrando finalmente la figura, lei mi ha sentito: io non volevo...
Anche lei  un prete cattolico?
No, no, io non sono affatto un prete.
Ma... il vestito...
C' un equivoco, voglio dire: io non sono Un prete vero, anzi, non sono nemmeno credente.
Erano faccia a faccia: l'altro avvert il forte odore di alcool.
Lei  un prete finto, ateo e visibilmente alticcio. Mi sa dire cosa ci fa qui?
Adesso le spiego: io sono Alec Guinness, un attore, e sto interpretando un film(1) su padre Brown, l'investigatore di Chesterton, lo conosce?
NOTA: Si tratta di Uno strano detective, padre Brown del 1954, regia di Robert Hamer. FINE NOTA.
Un prete finto che fa l'investigatore?
No, no, padre Brown  un uomo di Dio davvero, cio, anche se di fantasia,  solo che io recito nei suoi panni, a due isolati da qui, negli studi della Columbia Pictures. C' stata una pausa nella lavorazione e sono uscito cos, senza cambiarmi. Non so dirle perch sia entrato qui; vede, io non ho mai creduto...  stato per istinto, l'ho fatto senza pensarci.
Be', escludiamo senz'altro che sia per gli arazzi sontuosi e gli affreschi rinascimentali. Mi par pi probabile che abbia scambiato la chiesa per un pub.
Apprezzo il suo umorismo consolatorio, ma non credo sia giornata.
Facciamo cos: si sieda e proviamoci in due: quando ha sentito questo istinto? All'uscita dei, come si chiamano... Studios? Per strada? Qui davanti? Cerchi di ricordare, torni indietro.
S. C' quella stanza bianca, poi le mie battute fuori tempo, Hamer, il regista, che urla Rifare! Rifare!, c' il bar, ci sono i medici al bar, no, quelli non ci sono l, c'erano prima, poi, poi, il vecchio che tira le freccette e grida Per Dio! Per Dio!
Andiamo oltre...
No, no, aspetti,  proprio quel Per Dio!: mi si rimescola con tutto il gin che ho in corpo e mi si piazza nel cervello. Provaci, mi dice, provaci. Rido, poi sento le lacrime... ecco com' andata: esco dal bar e ci ripenso, sbaglio strada;  stato un attimo: ci si confonde, ci si cancella, ma qualcosa, un barlume resta e arrivo qui. E so perch. Sono qui per un tentativo senza senso, ma non mi resta altro.
Un tentativo? Quale tentativo?
Devo chiedere una cosa a Dio.
Ma se lei  ateo!
Essere ateo non significa che lui non c', ma solo che tu non ci credi.
E allora chieda.
 per mio figlio, Paul. Sta morendo.
Un miracolo? Ma sa lei cos' un miracolo? E uno sconvolgimento dello spazio e del tempo. Dio non ama mettersi a pasticciare con la Storia, ce l'ha data e ce la dobbiamo sciroppare noi...
Ma io ho sentito... ho letto che succedono.
Guardi, i miracoli sono, se va bene, farneticazioni di folli o allucinazioni collettive: s'immagini che in Connecticut  venuta fuori una frittella con l'immagine di Ges: fotografata e surgelata. A Norcia, in Italia, l'anno scorso un asino del presepe vivente si  messo a parlare...
E cosa ha detto?
Nessuno ha capito, parlava in latino. Lei crederebbe a un san Cristoforo che orina tutti i giorni alle quattro in punto e non sgarra mai?
Lei sta giocando coi paradossi. Il vostro Vangelo  pieno di miracoli.
Nemmeno la met son veri: cronisti fantasiosi e parecchio di parte.
Lazzaro, allora? Questo lo so, perch ce l'ho in copione per padre Brown. Lui non gli ha forse detto Alzati e cammina!, che era l che puzzava da quattro giorni?
Intanto non gli ha mai detto Alzati e cammina, ma  Oqo eo, e cio Vieni qua fuori perch sapeva che era vivo, e poi cosa vuole che sia puzzare a Betania, un paese dove i tre quarti degli abitanti sono capre?
NOTA: Giovanni 11, 43 FINE NOTA.
Lazzaro era vivo?
Faccio per dire,  un ragionevole dubbio, ma certo s, sto giocando coi paradossi. Il fatto  che non si pu chiedere un miracolo se non si ha fede. Lo dice anche Giovanni: Se non vedete segni e prodigi, voi non credete.
NOTA: Giovanni 4, 48 FINE NOTA.
Ma mi permetta di farle un esempio laico e un po' os: lei sposerebbe una donna che non ha mai visto n sentito col rischio che sia uno scorfano? Per far l'amore bisogna prima amare.
Sir Alec si tolse il collarino e lo appoggi sul banco. L'effetto dei gin stava passando, ma avvertiva ancora nella testa una caligine ovattata che gli rallentava i pensieri. Cerc di raccapezzarsi: come si era messo in una situazione simile?  tutto inutile e io sono ridicolo. Gli venne voglia di alzarsi e andarsene e si guard intorno: niente e nessuno. Solo lui e quel prete un po' sfocato, indistinto: giovane? E chi lo capiva. L'altezza delle navate gli metteva ansia, la profondit dell'abside senso di vuoto. Non c'era ragione di restare: strinse gli occhi e rivide la stanza bianca. Rest.
S, lo so, riprese deciso,  giusto quel che dice,  giusto per tutti, forse, ma non per me. Io ho bisogno di quel segno perch non sto vivendo la gioia di un'attesa, non ho una fede che mi assicuri di essere perlomeno ascoltato: sono immerso in una disperazione che deve trasformarsi in qualcos'altro. Io so di essere a un passo da quel salto:  come se una gran massa d'acqua premesse contro un forellino per venir fuori senza riuscirci. Qualcuno deve allargarlo. Io credo meno di lei ai miracoli, anzi, non ci credo affatto. Ma questa  una sfida senza ritorno: Dio, se mi vuoi, se vuoi che io ti veda, devi muovere tu per primo.
Ma benedetto uomo, cosa ne pu sapere lei di quel che passa nella mente di Dio? Pu darsi benissimo che sia un'altra la strada, un'altra la meta, che lei non riesce a vedere perch il dolore di oggi, di questo istante la rende cieco: ma domani? Navighiamo a vista e crediamo un porto l'ansa di una palude. Pensa di essere il solo con questa smania addosso? Mi ascolti: Dio non desidera, non vuole...
Cos' che potrebbe tormentare Dio?
Tormentare Dio?
S, cos' che lui non potrebbe sopportare da un essere umano, da me?
Il prete ci pens su e rispose:
Che lei rifiuti l'amore, rifiuti di darlo e riceverlo.
E sar cos, non amer pi.
Via! Sa benissimo che non  possibile!
Pensa che sia cos difficile? Lei, padre, mi ha parlato di un mio giorno, di un mio attimo di strazio minuscolo nell'infinito, qualcosa che acceca, che non fa guardare oltre, al senso segreto; ma sa cosa le dico? Non me ne frega niente di quel che potr essere il senso: per me, per chi mi sta intorno o per chi soffre e nemmeno conosco: io voglio una vita senza senso con mio figlio vivo. Crede che m'importi di morire? Neanche un po', e penso sia ben poco da togliere a Dio. C' qualcosa di pi tremendo e insostituibile che posso mettere sul piatto, e non  la vita, ma quello che ho vissuto e che vivr. Lei mi parla d'amore, mi dice che Dio non pu starne senza, ma sa cos' veramente l'amore? Altro che preghiere, canti, lodi, penitenze, fede, resurrezione, eternit; l'amore  quello che ci tiene avvinghiati alle cose che abbiamo fatto noi, con le nostre mani, gli occhi, la stretta al cuore di provare prima, di ricordare poi, le albe, i giorni a scuola, l'aquilone che, maledetto, finalmente si alza e vola; gli amici che te li scegli e ci ridi, ci piangi, ti ci sbronzi assieme; le sere che tuo padre torna,  con te; il filo di seta che sta tra le labbra del primo bacio e l'assalto strozzato dei sensi, il corpo su di lei per spiegarsi la gioia, e poi la fine di tua madre, cos piccola, cos indifesa, colpita nel silenzio di un passero che cade: e poi mare, e poi sole, e figli, e teatro, quella scatola d'oro che hai visto da bambino e ti sei chiesto Cosa c' l dentro? e ti han risposto Non aprirla mai, fuggirebbe la vita e non potremmo inventarla come ogni sera!: oh, questo e tanto altro ancora  quel che intendo amore ed  ben valso la pena delle rabbie, delle illusioni, delle attese infinite: sei un uomo non perch sei stato creato, ma perch hai scelto, hai vissuto. L'anima che ho addosso non vale una goccia del mio sudore, delle mie lacrime. Questo  l'amore che mi tolgo e gli tolgo, questo  l'amore a cui rinuncio, come se nulla fosse mai accaduto, come
non fossi mai nato: via, riprenditelo, fanne quel che vuoi, non m'appartiene, dallo a un altro, uno che capisca il senso e navighi nella tua luce, io resto al buio. Io canceller i ricordi, m'impedir le speranze, non avr pi niente dietro di me, niente davanti, se perdo mio figlio.
Ma questo  una specie di ricatto.
Allora mettiamola cos, padre, facciamolo diventare un patto. Tutto quel che ho vissuto e dovrei vivere lo offro a Dio per mio figlio.
Ma riuscirebbe a mantenerlo? Non aver mai sognato, creduto? Non avere mai amato?
Lei sa benissimo che  cos, padre, ma ho bisogno di una risposta, subito, adesso.
Il prete si guard le mani in silenzio e se le sent piene come di batuffoli di sangue. Il tempo stava per scadere, e non ci sarebbe stata un'altra opportunit: quello era l'unico incontro concesso. Meccanicamente guard in alto e rivide quell'orribile soffitto scrostato che non valeva neanche la pena di restaurare: ma sopra, oltre, immagin le stelle che brillavano anche se ormai spente da millenni.
S, una risposta c', disse. In Giovanni 4, 46, e seguenti naturalmente.
NOTA: And dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re che aveva un figlio malato a Cafarnao. Costui, udito che Ges era venuto dalla Giudea in Galilea, si rec da lui e lo preg di scendere a guarire suo figlio, perch stava per morire. Ges gli disse: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete". Ma il funzionario del re insistette: "Signore, scendi prima che il mio bambino muoia!" Ges gli rispose: "Va', tuo figlio vive". FINE NOTA.
Giovanni? E dove...?
Guardi in uno dei Vangeli su quel banco.
L'attore si mosse, sollev un libretto e si volt sventolandolo per chiedere se era quello giusto. Ma intorno non vide pi nessuno.
Sir Alec Guinness divent cristiano nell'ottobre del 1954.
NOTA:  Il fatto miracoloso avvenne per la verit durante la lavorazione del Prigioniero (1955). FINE NOTA.
Dio si aggiust una piega sulla calzamaglia da trapezista.
Bella figura che mi hai fatto fare!
Ma Signore, mi avevate mandato voi l, e pensavo...
Pensavi male, non ti avevo mica detto di promettere miracoli a destra e manca, che gi ci ho quelli di Lourdes che mi stan col fiato sul collo.
Signore, se voi non volevate...
Non volevate, non volevate! Ma se mi hai perfino citato Giovanni, che io glielo avevo pur detto a Giovanni Un servo ho guarito, non un figlio!: gli altri tre mi hanno ascoltato, lui, testone, no. Mi hai messo davanti al fatto compiuto, Teliq, cos'altro potevo fare?
Signore, voi adesso fate l'offeso, ma non m'incantate; avevate gi deciso tutto prima, perch quando ho guardato su, ho visto che il miracolo c'era gi stato.
Miracolo, miracolo... che parola grossa: il ragazzo sarebbe guarito lo stesso; ho solo accelerato un po' i tempi per salvarti la faccia! Avevo gi previsto che ti saresti lasciato andare a promesse da marinaio!
Storie! Perch l'avete fatto?
S, e adesso vengo a dirlo a te! Io sono imperscrutabile: o te lo sei dimenticato?
Voi siete un libro stampato, Signore, altro che imperscrutabile! Non ve n' fregato niente del piagnisteo di sir Alec: voi volevate lui!
S, volevo l'uomo, perch era lui a volere me e non riusciva ad ammetterlo. Ci sono delle anime che mi attirano in modo speciale, perch ci leggo la possibilit che ne convincano altre.
Come quella chicca della pecorella smarrita?
S, e a proposito non permetterti mai pi, tanto per intortare un non credente, di screditare mio figlio!
Screditare? Ma se io...
Tu hai reso la resurrezione di Lazzaro una scena da cabaret. Ges davanti agli amici perdeva il senso della misura e non potevo mai dirgli no. Lui amava tanto Marta e Maria da sentire come un obbligo la resurrezione del fratello e questo  un pensare da uomini,  lasciarsi prendere dalle emozioni.
Come lo capisco!
Lo capisco anch'io, ma la missione era un'altra. Se cominciamo a far giochi di prestigio, allora il Disegno ci sfugge: questo  il regno dei cieli, mica un teatro di variet.
A proposito, vi sta proprio bene il costume da trapezista, per, se mi permettete un consiglio, eviterei la mantellina, potrebbe impacciarvi nei movimenti. Pensate che scena: triplo volteggio, andate a cercar l'attrezzo, trovate l'aria e gi come un fico.
Io non cado mai, io non sono un trapezista qualsiasi, ma Cesare Togni, il pi grande che sia esistito. Vuoi un assaggio?
Sal sul trapezio, cos distante che Teliqalipukt lo intravedeva appena, prese a dondolarsi sempre pi veloce e infine si stacc; per aria costru qualche migliaia di cestini di vimini e pregiati orcioletti sardi: alla quarta giravolta si blocc come in un film al rallentatore e si mise a palleggiare con calici consacrati senza versare una goccia; poi, volteggiando fino a diventare incandescente, plan sul trapezio d'arrivo. Forse si aspettava anche un applauso, perch rest dritto e impettito un bel po'. Discese alquanto deluso.
Devo migliorare la seconda fase. E poi ho bisogno di
una partner, mi sto annoiando a saltar di qua e di l da solo.
Santa Rita? butt l Teliqalipukt.
Carina, ma un po' inadatta con quella spina sulla fronte.
NOTA:  la spina della corona di Ges che la sera di un venerd santo le si conficc in fronte. FINE NOTA.
No, ce ne vorrebbe una che sapesse levitare, santa Teresa per esempio... Be', come ti sono parso?
Signore, siete un gran esibizionista. Io mi ero chiesto tante volte: ma perch ha fatto tutte quelle stelle? Se  vero che ha creato l'universo per gli uomini, manco in milioni di anni gli uomini potranno raggiungerle. E allora? E allora le avete fatte per voi, per dirvi quanto sono bravo; non nascondetevi dietro un dito!
Ma tu vuoi mettere quando gli uomini guardano il cielo in una notte d'estate? Son l a bocca aperta: esiste forse uno spettacolo pi grande?
S, s, la girate come vi pare e non c' modo di smentirvi, fate venire la depressione... oh, pardon, come state col vostro problema?
Meglio, ma non ci siamo ancora: ho come un groppo qui, come se dovessi buttar fuori qualcosa e non ci riuscissi.
Ah, ho la soluzione. Proviamo con le libere associazioni.
Freud? Quel ciarlatano senza Dio? Quello che spiegava i sogni che neanch'io so cosa caspita sono?
Calma, calma, Signore, le associazioni servono.
E a cosa servono?
A tirar fuori qualcosa che si  rimosso, che non si vuol ricordare o desideri illeciti come ammazzare il padre e accoppiarsi con la madre...
Il caso mio preciso preciso...
Era per fare un esempio, non prendetelo alla lettera. Su, cominciamo; sapete, no, come funziona?
Certo che lo so.
Allora: fede!
Cioccolato al latte fondente.
Uno solo dei due.
Fondente.
Intelligenza!
Dimetilchetone.
Universale!
Palio degli asini ad Alba.
Infinito!
Le monadi di Leibniz, Questa poi!
Cosa c'?
Be', pi chiuse di cos!
Taci e continua.
La Maja desnuda!
Fiorin Fiorello.
Van Gogh!
Un'orata al cartoccio.
Contingente!
Palio degli asini ad Alba.
Ancora? Ma se  il contrario di prima!
Hai finito?
Pu bastare.
Come sto? Cos'ho? Mi manca il super ego? Sono un altro e non so di esserlo?
Siete Dio, ma rispondete come lo scemo del villaggio.
...
.
...
Velut prati ultimi flos.
...
.
...
NOTA: Tutte le traduzioni, da Catullo ai poeti alessandrini a Cicerone, sono mie. La Pro Caelio non  seguita alla lettera: ho saltato delle parti, ho fato riassunti e parafrasi di altre. Ma sono stato anche spesso aderente al testo. FINE NOTA.
...
.
...
Ho gli occhi perduti fra le sue gambe.
Sono qui, da quanto non so, incantato, stregato, nascosto dietro la porta socchiusa e non riesco a staccarle lo sguardo di dosso. Io ho ventidue anni.
Lei  l nella sala grande, sdraiata accanto a mio padre e suo marito, Metello Celere, annoiata, come assente, presa dai suoi pensieri: alza il capo, lo abbassa, dice s, dice no. Mio padre e suo marito parlano, s'infervorano, gesticolano, si alzano, tornano a sedersi, poi si alzano ancora, sfumano, scompaiono alla mia vista, non ci sono pi.
Ma lei  l: da dove sono posso sentirne il calore, il profumo. Ho le tempie che pulsano, il sangue corre impazzito, mi gira la testa, comincio a sudare e so che la mia erezione  al limite, che non posso trattenermi oltre. M'imbevo allora della sua immagine, come se mi riempissi di fiato per andar sott'acqua; me la imprimo nella mente cos com': supina, discinta, indifesa; poi corro, corro sul letto a masturbarmi pi che posso: la immagino sopra di me, ancorata a me, eccola che si muove, si srotola, sale e discende, mi porta in mare e in cielo e poi ancora in mare, urla, si arrovescia, mi si getta addosso, mi stritola, mi spreme, mi uccide; vedo il mio albero in lei fare germogli e foglie, fiori e chiome, avverto il mio lamento, sempre pi alto, poi il grido che freno con la mano sulla bocca, e poi spuma, spuma ovunque, getti e zampilli, fontana viva, e il letto  un lago tormentato dal vento,  il Benaco quando le onde si alzano e dardeggiano scintillando di mille lame alla luce lunare.
Il foro era una bolgia gi dalle prime ore del mattino, il cielo anche peggio: non diceva aprile, non parlava di primavera.
Zoppi, mendicanti, venditori di budella, lenoni di chiara fama, meretrici, sofisti, poeti e poetastri d'ogni rango s'accalcavano alla ricerca di un posto: ovunque un trambusto da baccanali. Gli urli, i saluti a distanza, i ci sei anche tu, gli odori sgradevoli, il chiasso, il pianto dei bimbi, il latrare dei cani; poi subito lo sconcerto per i tempi processuali, dubbi, recriminazioni, Luperci e Pontifices a darsi addosso, i centumviri completamente spiazzati.
Lo si vedeva bene: celebrare un processo (e che processo!) durante i ludi megalenses era un'assurdit.
Nessun tempo rispettato, confusione ovunque, e poi la decisione di discutere a quattro camere riunite prima rigettata, in seguito accettata, in definitiva cassata. Si poteva arrivare a un senatus consultum ultimum? Cosa c'era veramente in gioco? Cosa sarebbe successo quella mattina d'aprile dell'anno 698 ab urbe condita? Perch tanta folla? E tutti quei bambini? Erano tutti l per Pompeo? Per Cesare? Per Crasso? No, non erano l per sapere come li avrebbero stritolati quei tre dopo gli accordi di Lucca. Erano l per il gossip. Il testa a testa fra un cavaliere che aspirava a diventare nobile, Celio Rufo, e una nobile che si era fatta plebea, Clodia.
Solo, in un angolo, si guardava attorno come infastidito Licinio Calvo, poeta, oratore, avvocato insigne. Calvo non capiva pi la sua gente. Si alzava, si sedeva, guardava a destra e a sinistra, cercando se in mezzo alla folla ci fosse qualcuno che valesse la pena. E alla fine, tra il bailamme degli urli senza senso e delle frasi fatte, la processione di ottimati in ghingheri e di etere aggiustate alla meglio, incroci lo sguardo di Ortensio Ortalo. Si fece largo nella calca e lo raggiunse, lo abbracci, gli si sedette al fianco.
Cosa ne pensi, Ortensio, di questa storia? gli chiese.
 una buffonata politica, Calvo, e il risultato  certo: finir tutto in una bolla di sapone!
Ma  un'accusa de vi, l'assassinio di un diplomatico!
Non c' uno straccio di prova, Calvo. L'imputato principale  gi stato assolto! Si, certo, ora ci danno in pasto Celio, ma anche lui finora si  ben discolpato...
Ma cos' successo veramente? Quali sono i fatti?
Ti riassumo. Pompeo appoggia Tolomeo Aulete, corso a Roma a frignare, e lo rivuole a tutti i costi sul trono d'Egitto, perso per una sollevazione popolare. Ma contemporaneamente ecco che ti arriva un'ambasceria dei dissidenti con a capo Dione, il filosofo, a perorare i propri diritti: fraternit, galit e quant'altro. Apriti cielo! Pompeo vede rosso e tira fuori dalla manica Celio Rufo. Tolomeo stia tranquillo: di riffa o di raffa Dione sar eliminato. Celio  l'uomo giusto: catilinario pentito, affabulatore nato, macchinatore perfetto. E che ti fa Celio? Si procura i fondi, pare dalla sua amante, paga i sicari, ma gli va buca: Dione, ospite di Lucio Lucceio, la scampa. Mai dire mai. Celio ingaggia un certo Asinio e la seconda  buona: Asinio fa centro, Dione tira le cuoia, bye bye ambasceria.
Asinio  gi stato processato e prosciolto, per.
Eh si, Calvo, ci resta Celio. Ma a tutto quel che gli si imputa non c' riscontro: nessuno sa, nessuna prova. E d'altronde Celio, in prima istanza, difeso da Crasso, si  gi disfatto in quattro e quattr'otto delle supposizioni dell'accusa, troppo labili, troppo fragili.
E Clodia? Adesso  il turno di Clodia, con altre pi
pesanti accuse. Clodia giura di aver dato a Celio l'oro per pagare i sicari, e quel che  peggio, giura, con tanto di testimoni, che Celio ha tentato di avvelenarla per farla tacere!
Che donna, Calvo, che donna! Sinceramente sembra un uomo, e dei peggiori. Cosa darei per averla cavalcata almeno una volta! Dicono sia inimitabile. Ci sbava dietro mezza Roma. Celio aveva perso la testa per lei!
Non ha limiti, Ortensio, non ha freni, si fa d'amore dalla mattina alla sera, schiaccia uomini come noci. Credi a me, meglio perderla che trovarla. Si vocifera che si sbatta anche il fratello e Cicerone questo lo sa bene e vedrai se non l'user in qualche modo!
Cicerone?
Certo, il nostro Marco Tullio.  lui il difensore di Celio, non lo sai?
No, Calvo, son stato fuori, ero all'oscuro di questa ghiottoneria. Gran Giove, se ne preparano delle belle: adesso capisco il perch di tutto questo affollamento! Cicerone!
Il brusio si stava acquietando. I giudici erano ormai tutti ai loro posti. Il capo dei centumviri chiese il silenzio assoluto.
Calvo sussurr all'amico:
Chi vincer, Cesare o Pompeo?
So chi perder. Perder comunque la repubblica, anzi, ha gi perso. Non sappiamo pi decidere per maggioranza, abbiamo bisogno di qualcuno che decida per noi. Vedi tutta questa gente? Pecore, seguaci, disillusi, mediocri, clienti: Roma muore se non si fa avanti qualcuno che ci dica a cosa credere.
Finalmente entrarono i due contendenti: Erennio Balbo per il collegio d'accusa, Marco Tullio Cicerone per la difesa di Celio Rufo.
Ortensio Ortalo si sporse dal seggio. Non amava Cicerone; non lo amava per le idee, per il genere di vita, per i
suoi principi oratori. Ortensio era scarno, sintetico, separava nettamente verit e menzogna con la spada della parola; Cicerone tutto il contrario, girava intorno ai fatti con larghe parentesi e ritorni e riprese, tendeva sempre e comunque a stupire. Ortensio accertava, rassicurava giudici e platea; Cicerone incantava, ipnotizzava, soggiogava.
Da difensore di Celio, Cicerone chiese cinque clessidre di tempo.
NOTA: Ogni difensore, secondo la complessit della sua perorazione, poteva chiedere un tempo corrispondente a un numero di clessidre (venti minuti a clessidra). FINE NOTA.
Sapeva di non averne bisogno di pi: Crasso, prima di lui, aveva gi largamente demolito la tesi di correit di Celio per l'attentato all'ambasciatore alessandrino.
Gli restava da dimostrare la totale estraneit ai fatti del suo pupillo, l'infondatezza delle accuse di Clodia, pi subdole e perverse perch mettevano oltretutto in dubbio la moralit pubblica del suo assistito. Bene, avrebbe preso due piccioni con una fava: sbugiardare, ridicolizzare lei, e vendicarsi di Clodio Pulcro, suo fratello, che lo aveva fatto mandare in esilio.
Quando Cicerone apparve, cos pieno di s, austero in volto e nel portamento, sicuro nei gesti e nei movimenti, cadde un improvviso silenzio d'attesa. Quello era l'uomo che aveva combattuto fino allo spasimo per tornare a Roma, farsi ridare le sue case, rialzare il capo nel foro. Non era di nessuno: n Cesare n Pompeo potevano comprarselo. Era la repubblica e, ironia della sorte, solo lui non s'accorgeva che la repubblica non c'era pi.
Antipatico, altezzoso, irritante, schifato di tutto, portava scritto sulla fronte il mos maiorum, ma era capace di cancellare anche quello per opportunit processuale. Non sopportava di esser contestato, messo in discussione, smentito: aveva sempre ragione e basta.
Dolce, per, dolcissimo negli affetti, e dominato da una moglie pi forte di lui.
Balbo non ebbe niente in contrario sul tempo richiesto. Non immaginava nemmeno lontanamente cosa aveva in testa Cicerone per farlo a pezzi. Si credeva in una botte di ferro, invece la botte era d'argilla.
Lei  seduta su un treppiedi a gambe larghe, provocatoria, da lontano arriva l'eco della voce di mio padre e di suo marito. Le vado incontro. Lei mi guarda passandosi la lingua sui denti.
Nascosto, l'ho vista entrare nella casa dei Valeri strascicando un passo che era armonia di natiche e gloria; l'ho vista sdraiarsi sul triclinio senza allungare la tunica per coprirsi. Nascosto, ho imparato le sue gambe dure, la sua larga bocca, testimone di gioia, di vita da vivere.
Mio padre e Metello Celere parlano del trionfale ritorno di Pompeo dall'Oriente.
Incrocio i suoi occhi: Io scrivo, butto l come se mi rivolgessi a qualcun altro e non a lei. Solleva le sopracciglia, si stringe la fronte su su fino alla chioma di riccioli scuri tenuti insieme da un nastro persico: Un poeta? ride pipiando come un passero. E che poeta sei?
Di piccole, grandi cose, le rispondo pronto, di bellezze sublimi e segrete, e di quel che passa nell'animo.
Ah, quindi sei uno di quei poeti nuovi che gironzolano per Roma! Sei mai stato a Roma?
Certo, ne torno ora, e li conosco molto bene: i vecchi, Valerio Catone, Lutazio Catulo, Bibaculo, e i pi giovani Calvo, Ticida, Cornificio. Son quasi tutti di qua, tutti transpadani come me.
Dicono che siete emuli degli alessandrini, ma cosa significa?
Mi siedo accanto a lei, mi fa spazio, poco spazio, i nostri corpi si toccano.
Ascolta; ti rispondo con i versi di Callimaco:
Odio il poema epico e non amo la strada che chi qua chi l tutti percorrono: odio l'amante infedele e alla fontana di tutti non bevo: mi fanno schifo le scelte della gente comune.
NOTA: Callimaco, Antologia Palatina, 12, 43. FINE NOTA.
Noi non crediamo pi al mito, alle favole prolisse e astruse di divinit invincibili. Basta con la letteratura dei grandi atti eroici, delle conquiste sanguinose, delle irraggiungibili statue degli immortali. La nostra poesia  celebrazione di attimi presi e vissuti per se stessi, a uno a uno, non l'epica di un'eternit cos lontana dalle nostre emozioni. Noi odiamo l'ovvio, tutto ci che  scontato, banale: l'amore eterno, morire per la patria. Noi collezioniamo miti piccoli, labirintici, ignoti, rivelatori: errori, sconfitte, paure, inganni di di minori, di grandi uomini incerti e balbettanti davanti al divino. In pochissimi versi scandiamo e lampeggiamo questo divino cercando la bellezza ovunque essa sia, a costo di perderci dentro.
Le piccole fiaccole dell'atrio tremano al vento che spira dal Benaco e porta odore d'acanto e di eucalipto: rosseggiano le pareti, mentre lingue d'ombra salgono al soffitto, si dividono, si confondono. Lei si morsica di nuovo il labbro: ha poggiato il gomito su una gamba e sorregge il mento col pugno chiuso. Io lo sento il suo calore al contatto delle nostre gambe, dei nostri fianchi. E come se ci fossimo solo noi due, noi due in un piccolo universo pauroso ed esclusivo.
Sai, riprende dopo un interminabile silenzio, la poesia non  la sola cosa che sta cambiando a Roma.
Non so niente di politica. Cesare  amico di mio padre, passa spesso di qui.
Si alza. Mi acceca di biancore, in controluce sotto il lino intravedo le forme. E felina, animale, vagano le sue pupille per la stanza, tintinnano i pendagli siriaci alle sue orecchie.
A Roma c' chi si sta battendo per un'altra repubblica... Catullo... Ti chiami cos? Sono tempi difficili, pericolosi. Questo Pompeo  folle e incapace, una belva furiosa. Noi dobbiamo fermarlo. Vedi, io mi chiamo Claudia, mio fratello  Claudio, Claudie le mie sorelle, un nome nobile, antico. Ma durer poco: noi rinunceremo a questo nome, a questo privilegio, a questa muffa del passato. Chiederemo di chiamarci pi semplicemente Clodi, di abbandonare per sempre la schiera degli ottimati, per schierarci coi popolari.
Come Cesare? la interrompo d'istinto.
A parole, Cesare  grande a parole. Certo, lo appoggiamo, ma diffidiamo di tutti. Cesare finch serve: non  di un dittatore che ha bisogno Roma, ma di un popolo nuovo, con un futuro nuovo. 
Mette la sua mano sulla mia.
C' un ragazzo, riprende, un garzone di tonsore che ora mi fa da spia, vede per i miei occhi nei quartieri pi poveri. Un giorno mi  corso incontro e mi ha detto: Signora, noi conquistiamo l'Oriente e l'Africa, ma qui non c' pane. Da allora, ad ogni alba, arriva un carretto di pane alla Suburra, uno al Celio, uno ancora dietro le mura serviane. Ecco cosa voglio: voglio non mandarlo pi quel pane.
Pendo dalle sue labbra.
Mai, prima d'ora mai, ho incontrato una donna simile, forte e decisa come un uomo, luminosa e ridente come una dea: una docta puella, immagine riflessa di me, il sogno. Ed  qui, Catullo, che comincia il sogno.
Penso a suo marito di l, che la possiede, che ce l'ha al fianco ogni giorno. Penso che io tra di loro sono come un intruso, un escluso, un lampo serale. Sto male, sudo, mi si ferma il sangue nelle vene. Immediatamente traduco nella mia testa l'endecasillabo di Saffo: Ille mi par esse deo videtur(4).
NOTA: Primo verso del carme 51, famosa parafrasi della pi nota lirica di Saffo. FINE NOTA.
S,  simile a un dio chi ha il privilegio di sederti di fronte ogni  giorno, guardarti, sentirti ridere.
Vuoi uscire? mi dice stringendomi il braccio. Facciamo due passi nel giardino? Si alza, cammina, incede lieve, mi guida tra le siepi di rose e l'asfodelo, si siede sopra un muretto, sotto la luna. Mi guarda e schiude le labbra, mi guarda e mi chiama. L'abbraccio, le affondo i denti sui seni, la sollevo quel poco che mi permetta di penetrarla, la sento in un bagno, la prendo con desiderio insaziabile, non come in sogno, pi dolce, pi bello, pi vero del sogno; lei risponde ai colpi cantando un gemito soave: tutta la rabbia, tutta la violenza di prima da solo, diventano qui difesa, passione, possesso tenero del cuore. Non c' pi spazio, non c' pi tempo, solo questo prenderci che si fa infinito: la mia anima  piantata in lei,  nebbia e notte, notte di stelle nella mia mente, non vedo, non sento, mi si svuota il cervello, Catullo  l, solo l, tutto l nella sua piccola stanza, nella sua casa; risponde, mi morde il collo, mi graffia la schiena: si mischiano i profumi del muschio e della pelle; passano per la mia testa mille versi; ed ecco, in lontananza, l'urlo dei miei cani, lo seguo, li imito, ormai incosciente, senza freni, finisco in un grido animale, lei pure, in un paradiso di simultanea intesa. Lesbia. Ecco come ti chiamer.
Se qualcuno, o giudici, arrivasse qui senza saper niente di leggi e procedure, non esiterebbe a pensare: Caspita, questo processo dev'essere ben importante per celebrarsi durante i Giochi pubblici! Questo imputato deve averne fatte di tutti i colori per essere processato proprio oggi! Ha ucciso? Stuprato? Ha corrotto magistrati? Ha congiurato contro la repubblica? Be', se  cos,  anche giusto, per tali crimini, interrompere i Giochi! Ma poi
questo qualcuno viene a sapere che l'imputato  un giovane di splendido ingegno, che non ha attentato a nessuno, a nessuno ha fatto violenza, e che nel precedente dibattimento ha gi fugato i sospetti, ma  qui per il rancore del figlio di un tale che l'imputato aveva mandato a giudizio tre volte e per le paturnie mestruali di una ben nota puttana...
Ci va gi duro, sussurr Calvo.
Ed  furbo, come sempre, replic Ortensio. Sa benissimo che i giudici vorrebbero essere ai Giochi, e invece son costretti a star qui.
... Via via, si  fatto un gran parlare dei costumi morali, delle debolezze, dei falli giovanili di Celio Rufo, fino a dipingerlo come un mostro.  ora di fare chiarezza. Intanto il padre: chi ha mai detto che Celio l'avrebbe straziato, abbandonato, tradito? Voci, solo voci: sentirete direttamente da questo vegliardo come stanno le cose: mai figlio fu pi amato dal padre, mai padre dal figlio. O forse non lo ritenete credibile perch appartiene all'ordine equestre, perch non  un nobile?
Stoccata sublime, comment Ortensio, quasi tutti i giudici appartengono all'ordine equestre. Non c' che dire,  in gran forma.
... I suoi conterranei, proprio loro, gli han sempre tributato alti onori fino a eleggerlo tra i decurioni e, badate bene, Celio non aveva mai chiesto nulla. Si  parlato di offese al pudore. Dove? Quando? Con chi? Vengano fuori dalle loro tane i conigli che mormorano per invidia. Altro  accusare, altro  far maldicenza. La maldicenza offende: quando  esagerata la chiamo villania, se contenuta furbizia. La verit va e viene e, ahim,  pi credibile se mormorata, perch pi subdola. Un argomento su tutti: posso essere io, io in persona, il garante di Marco Celio Rufo, perch suo padre a me lo affid non appena ebbe indosso la toga virile. Ma scorgo negli occhi di tutti una domanda: E Catilina?: assurdo. L'avete visto con lui, coi suoi amici: bene, chi lo nega? C' un'et in cui il diverso appare comunque meraviglioso, ma fin l. Mai, negli anni a seguire Celio ebbe a che fare con Catilina. Catilina fu processato per concussione? Celio era con me. Catilina chiese il consolato? Anch'io lo chiesi e Celio era con me, non si allontan mai da me. Certo, certo, c' una parentesi, un temporaneo sbandamento: pi avanti parteggi per lui, un breve periodo. Un'infatuazione, una fiamma nana che si accende, avvampa e muore: fu cos per molti. Perch? vi chiederete? Perch Catilina allora non aveva in mente di sovvertire la repubblica, perch c'erano in lui diversi segni, nascosti, mal espressi, di grandi capacit. Era s sedotto dal vizio, ma nessuno come lui attivo e tenace; si perdeva nei bordelli, ma adorava la disciplina militare: era una mescolanza irrisolta di passioni uguali e contrarie, ma erano comunque passioni, e le mostrava senza coprirsi il capo. Toglieva e donava, prendeva e spartiva con gli altri: sapeva farsi gli amici, sapeva conservarli; soccorreva i bisogni, non tradiva la fiducia e avrebbe dato la vita per chi credeva in lui. Era allegro con gli spensierati, pensoso coi vecchi, compagnone con i giovani, audace con i facinorosi, lascivo con i lussuriosi. Non  assolutamente strano che nella sua rete cadessero, anche per poco, insieme a sbandati d'ogni tipo, giovani onesti e idealisti, confusi dalle apparenze. Fu quando tutte le stranezze, le iperboli di Catilina si trasformarono in furore distruttivo, che i migliori cedettero il passo e lo abbandonarono. Quindi la familiarit con Catilina non costituisca motivo d'accusa. Lo potrebbe essere per molti e anche insospettabili. Io, ecco, io vi dico, persino io a momenti ne fui attratto, vedendolo cos sincero nell'amicizia, cos esemplare come cittadino. Se Celio gli ha per un attimo creduto, l'importante  che se ne sia tirato fuori al momento giusto, come ho saputo fare anch'io...
Questa poi! sbott Ortensio. Marco Tullio un fan di Catilina!
Incredibile! fece eco Calvo. Con che faccia! Addirittura il panegirico di Catilina! Dov' finito il quousque tandem?
NOTA: E l'incipit della famosa orazione di Cicerone contro Catilina in Senato: Fino a quando Catilina ti farai beffe della nostra pazienza? FINE NOTA.
Niente, ha superato se stesso! Non son degno di far l'avvocato, non potr mai arrivare a tali vette d'ipocrisia e finzione. E un genio!
Licinio Calvo port la mano alla bocca e cominci a ridere tanto forte che si voltarono per farlo tacere. Allora tutta la sua ilarit si tramut prima in sconcerto, poi in nausea e disgusto: ebbe un moto di ripulsa, sent di aver bisogno d'aria; chiese scusa a Ortensio, si alz e usc silenziosamente dall'aula. Prov vergogna di s e di tutti; era vero, aveva sbagliato. Non c'era da ridere, ma da piangere.
Lei  mia, Lesbia  mia. Da quella notte a Sirmione che mi ricord Saffo, Lesbia nasconde Clodia, il suo vero nome.
La casa di Allio, sul Palatino,  un labirinto di giardini che si incrociano, una selva che nasconde radure e anfratti, piccoli rilievi, rocce da cui scaturiscono acque limpide, bolle di spuma; intorno ciliegi rossi, bianchi mandorli e rincosperno selvaggio a nascondere piccole ma ospitali grotte nel tufo, dove ridendo a mo' di bambini ci andiamo a chiudere e provochiamo l'amore con la finta paura del buio, che  luce in noi, notte di sole.
Allio ci presta i suoi Lari, un campo d'immaginarie battaglie dove studiamo le fughe, inventiamo gli assalti, scompariamo alla vista l'uno dell'altro, dandoci la voce da lontano come indizio per ritrovarci e fare ancora l'amore.
Lesbia  mia,  mia, ma non mi nascondo dietro il dito della pudicizia.
Lesbia ha con me un foedus, un patto d'amore speciale: speciale perch unico. Io, solo io, conosco la sua anima, altri conoscano pure la sua vulva. Il nostro patto si regge su di una fides, una fiducia cieca, incrollabile. Con me  se stessa per intero, con gli altri si sdoppia: lascia a casa la sua mente, il suo pensiero, e concede la veste, il corpo. Anzi no, non concede, si appropria; si appropria di questo o quel tanghero, per un immediato, istantaneo piacere. Prendere un uomo le viene istintivo, non c' riflessione, non sa nemmeno a chi si d,  per lei come l'improvvisa pulsione a odorare un fiore o scoprire il seno per rinfrescarlo al vento.
A volte li conduce alle soglie dell'estasi, questi babbei, impalati e impotenti, per poi sfilarsi via, scappare ridendo, nel momento finale. A volte li provoca e li irride o li graffia, li picchia o li esaurisce, li sfinisce in assalti multipli, lasciandoli esanimi, senza fiato.
Lesbia si vendica: non ha modi, non ha mezzi in un mondo di passive matrone lanifiche, domisede, univire, per far ascoltare il suo pensiero, la sua splendente cultura.
NOTA: Che stan tutto il tempo a filar la lana, a pulir la casa, e non tradiscono il marito. FINE NOTA.
Non pu sottomettere questi maschi ignoranti, questi arroganti caproni, al lume della parola, della bellezza: li svergogna, li umilia, li degrada imprigionandoli al suo corpo.
Ma solo io, io solo, posso starle davanti quando nelle fuggevoli sere il passero, il suo piccolo uccello domestico, le danza sulle ginocchia, sale sulle sue spalle e con la delicatezza di una piuma va a mordicchiarle le labbra. Solo Catullo pu vedere il passero, ad altri non  concesso. Solo Catullo pu usare su di lei le labbra e baciarle le guance, la fronte, la bocca, piccolo fiore, una, cento, mille volte, fino a mischiarli e confonderli quei baci, perch nessun vecchio invidioso li possa contare, conoscerne il numero esatto e portare male al nostro amore.
Nessun altro la bacia. Nessun altro sa che quando si spegne l'ultima lucerna e nel buio bruciano le gemme dei
suoi occhi irrequieti, sempre in giro per la stanza, noi viviamo ogni atto d'amore come l'ultimo, come se appena dopo potesse ghermirci quell'unica notte senza fine, quel vuoto da cui non si torna pi indietro.
Allora il cuore di Catullo si fa eterno. Allora sui muri spogli sfarfallano, ecco, li vedo, i capelli di Berenice; NOTA: Riferimento al carme 66, in cui Catullo traduce la chioma di Berenice di Callimaco. FINE NOTA.
Il ricciolo che diventa costellazione celeste, e poi, subito, Attis frenetico, assalito dai boschi e dalle ombre, inseguito dalle Galle ululanti, e poi terrore e sangue su quel pino: Finir? mi grido addosso, finir? e allora si ecco Laodamia, il pianto dirotto, il letto vuoto, Protesilao amato invano e caduto per primo sulla spiaggia di Ilio. Finir.
NOTA: Galle: Eunuchi sacerdoti di Cibele. Si fa riferimento al carme 68b. Qui Lesbia  paragonata a Laodamia nel momento in cui varca la soglia di casa del marito Protesilao. FINE NOTA.
Cazzo, cazzo, cazzo, si pu mai vivere in una simile citt di leccaculi, profittatori, perdigiorno, ruffiani, smidollati di ogni specie, scrittorucoli, troie, ladri, figli che vanno a letto con le madri e le sorelle, vecchi che sbavano per l'infanzia, sicari ad ogni angolo che non sai nemmeno per cosa muori e chi ti ammazza? Vatinio venderebbe sua madre per il consolato, Egnazio si lava i denti con la piscia, Marrucino pizzica fazzoletti, Nasone lo d via nei vicoli agli storpi, Gallo si fa il nipote e la cognata, Volusio scrive rotoli da pulirsi il culo e infine Cesare e il suo Cazzomamurra, prefetto con licenza di inculare, ladro nel Ponto, in Spagna, in Gallia; gran coppia di finocchi con quell'aria da presunti letterati in giro per Roma.
NOTA: Questo e i precedenti esempi sono tratti da vari carmi. Qui per necessit di sintesi ho messo insieme anche fatti che sono di poco posteriori. FINE NOTA.
Se poi questi o altri vuoi spostarli di qui, liberartene, pulire la citt,  peggio ancora: i politicanti, dovunque vadano, tempo due mesi, ecco che spremono, saccheggiano le province; denunce di peculato, di concussione, processi che fanno un bel buco nell'acqua.
Di tanto in tanto mi ritornano quei giramenti di testa che avevo da ragazzo, la vista si annebbia, ho come l'impressione che trascorra del tempo in cui non so cosa faccio e dove sono. Passano: a volte ricordo, a volte no.
Ho accessi d'ira feroce e rabbia e voltastomaco. M'inalbero non per le grandi ingiustizie che nemmeno conosco, ma per l'imbecillit spicciola e quotidiana, per l'ignavia, e l'ipocrisia umana, sono scontento, sono disilluso, sono contro. E a volte me ne frego completamente.
Pochi mi conoscono, molti mi disprezzano: vivo la vita come i miei epilli, odio la tragedia, coltivo, descrivo il dramma solitario. Tutto in me  momentaneo, il mio pensiero non supera il vespero, non c' giorno che sia conseguenza di un altro.
Mi dan tutti del disperato, dell'anarchico, dell'arrogante bilioso: un Catullo, un cane obeso e ringhioso che non si fida di nessuno, che annusa l'aria e trova puzza ovunque, un'anima persa che disprezza, un fuoriuscito, un poeta senza poesia, senza rispetto per gli di. Nessuno conosce il fondo della mia anima. Quando guardo l dentro odio quel mio disordine, questo procedere a tentoni e non saper nulla del mio domani.
Ho creduto, anzi, ho scritto di credere che vivere fosse trafficare vicoli, sostare alle taberne, dove figurarmi nell'ozio paesi di letteratura eterei, rendendoli veri, mai per fino all'ossessione, al deliquio: non mi assomigliano questi sublimi trasporti, non sono da me: non ho creduto a tutto il resto, cio leggi e regole, fede negli uomini o nella storia: non abitano a casa mia fede e speranza.
Non ho creduto, ma non era cos, non  cos Catullo. Ora che Lesbia  entrata nella mia vita, quel che leggo nel mio animo mi fa paura.  cambiato tutto dal giorno in cui:
in quella casa entr luminosa la mia dea, sul suo piede leggero e ferm il suo calzare fulgente in quell'atrio logoro, di musica danzando sulle suole.
E l ho capito che quello cercavo, che quello disperatamente volevo: una donna mia et domus ipsi in qua lusimus e una casa, la stessa in cui giocammo d'amore io e lei, una casa ferma, solida, piantata nella terra, un luogo di ritorni, di abbracci, di incontri, saluti e lacrime se necessario, e gioie sfrenate o sottili da afferrare o sfiorare insieme, perch io oggi amo non come si ama un'amante, ma come un padre ama i figli e qualsiasi cosa possa accaderci, qualsiasi offesa, Dio non voglia, mi prepari il futuro, l'amer, forse, di meno, ma le vorr infinitamente pi bene.
Calvo usc dalla curia.
Non che fuori ci fosse meno calca, ma almeno si respirava, si vedeva il cielo. A fatica, serpeggiando tra la folla guadagn uno spazio libero. Lasci alla sua destra il tempio della Concordia e si avvi verso le tabernae veteres.
Aveva bisogno di bere qualcosa, e subito.
Basso, minuto, capelli radi sulla fronte, passo rapido, nervoso, occhi elettrici in febbrile movimento, Calvo era un intellettuale a tutto tondo, una coscienza nuova; oratore e poeta alessandrino, spiritoso, caustico, colto, raffinato, amico del bello e di conseguenza del vero, perch come asseriva l'uno procede dall'altro.
Calvo non amava Cicerone e non solo per quella sua ridondanza retorica nel pronunciare orazioni e difese (lui invece cos scarno, essenziale da atticista qual era); non amava Cicerone perch, da pretore, gli aveva condannato il padre, Licinio Macro, costringendolo al suicidio. Ma ancor pi non l'amava perch rappresentava il contrario esatto della sua vita, fatta di riserbo, colori tenui, parole misurate, giudizi pesati, sentimenti tenuti per s.
Viveva di poco: non fino al punto del vecchio Catone, poeta e maestro, che si era confinato per spregio e disgusto in una piccola baracca rossa di legno. Viveva di versi e di patrocini, viveva soprattutto dell'amore di Quintilia, la pi tenera, la pi fedele delle mogli. Quintilia era malata, il cuore di Calvo era malato, uno sfiorire lento e inesorabile vissuto in gran dignit, nella consolazione di aver tanti amici tra i poeti nuovi.
Ordin vino scuro di Fondi, con molte parti d'acqua, e mezza porzione di milza. Guardava a destra, verso il tempio di Saturno, piuttosto abbandonato.
Ingoiare i figli, pens, e subito il mito gli sembr storia vera. Lo colse il senso del passaggio, dell'appassire, finire. Aveva riso alle parole di Cicerone: certo era il colmo sentire un moralista come lui trovar giustificazioni per le dissennatezze della giovent romana. Aveva pensato: Guarda cosa si va a inventare quel figlio di puttana pur di salvare il suo protetto; aveva pensato:  tutto un gioco di maschere: Marco Tullio la mette sul ridicolo per sminuire le accuse. Maschere, ripensava ora e gli venne in mente Terenzio. Altro che maschere, verit, d'altronde maschera e persona sono la stessa cosa. La giovent romana era ormai quella delle commedie: irrequieta, instabile, vanesia, provocatoria, a lungo scontenta e incontenibile, libertaria, immorale. Quale morale?
Cicerone aveva ragione: i valori di una volta erano fuori del tempo, non poggiavano pi su niente; ridicolo il sacrificio, ridicola la virt, il rifiuto dei piaceri, l'amore per la cosa pubblica, e non c'era da meravigliarsi che le aule dei filosofi stoici e cinici fossero ormai vuote. Come siamo arrivati a questo? Come  stata possibile una cos grande Mutazione in cos poco tempo e sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgessimo? Le puniche, l'Oriente, i Galli, l'Egitto. Abbiamo accumulato una tal mole di potere e di ricchezze, che nessuno pi si preoccupa di pregare gli di. I giovani gabbano i padri, manovrano il loro tempo a piacimento, perch la pace trasforma la libert in caos. La paura fa grandi gli uomini, la sicurezza li deprime. E gi allora con le sbornie, le compagnie di bagordi, le idee pi strampalate per trasformare la repubblica in un prolungamento della vita privata. Celio  cos, Clodio  cos, Catilina lo  stato, prima di loro.
Uno spilungone mezzo sdentato lo chiam e fece per abbracciarlo, e Calvo lo salut:
Bibaculo, siete tornati dunque dalla Bitinia, amici miei, che gioia! E il mio Catullo, dov' il mio Catullo?
Suppongo a Sirmione, Calvo,  l che si  diretto col suo battello.
Che voglia di rivederlo! Che voglia di rivedervi tutti, sentirvi parlare del viaggio... avete orgiato e razziato, vero? Come sono queste ragazze Tinie? Dicono focose e fedeli, il meglio che possa capitare!
Ah, Calvo, siamo partiti con la spavalderia di Annibale, e tornati con le orecchie basse di Pirro, altro che paradisi, altro che tesori... Memmio poi... ma te lo racconteremo tutti insieme un'altra volta. Cicerone ha ripreso a parlare, e voglio proprio sentire cosa ha ancora in serbo, salut, corse via, si confuse al mucchio.
Quanto tempo  passato, torn a pensare Calvo, dal Circolo degli Scipioni? Sembrano secoli. Era l'aurora, l'alba di un nuovo mondo: duri con gli oppressori, giusti coi vinti e ovunque musica, poesia, salotti letterari... ma Cicerone ha ragione:  impossibile tornare indietro, rieducare al passato, il passato  morto e sepolto, e del mos maiorum ai giovani non frega niente. Ma  altrettanto impossibile andare avanti cos. E allora che ti fa Marco Tullio? L'ho capito, l'ho capito bene anche se l'ha solo accennato. Lascia che sia; lascia che avvenga. L dove non puoi arginare, imbrigliare, apri i cancelli, liberi i torrenti: che si sfoghino gli adulescentuli, che si divertano, che impazzino; li fermer l'et, il tempo che passa, l'impatto col vero e con gli anni, come un processo naturale che  di tutti gli organismi. Questo ha pensato per Celio, questa sar la linea di difesa alle dissolutezze, alle dissennatezze di Celio.
Pensava Licinio Calvo, pensava e aveva paura.
E tra tutti questi pensieri gli si affacci alla mente, gli percorse il cuore una malinconia profonda di qualcosa che neppure lui sapeva bene cosa fosse, un che di perduto o mai colto, un'ombra gi nell'anima, un tratto confuso dell'instabilit umana, della condanna a trovare la felicit per non essere mai felici.
Scrivo pensava per dimenticare o per ricordare? Per dare qualcosa o cancellare qualcosa? Scrivo per uscirmene, scappare da queste infinite, inutili storie di niente che sono i processi, le guerre, le spedizioni, le conquiste, gli di perfino: milioni di granelli di sabbia siriaca che basta un'onda per spazzarli via. Noi siamo "poeti nuovi", noi non trattiamo di queste miserie. Tutto ci va e viene, tutto ci fa parte dell'incontentabilit che ci possiede, ci divora: che farsa Ilio, quanti versi buttati via da Omero, la grandezza dell'uomo  la sua miseria, non la sua divinit, per questa ci sono gi gli di. Viviamo di sussurri e non di urla: ci teniamo al lembo di una veste, non al chitone di Apollo, siamo piccole albe, non soli sfavillanti; vestire i panni di Dio sarebbe eternit, vivere come breve luce  amore.
Ma era tempo di tornare in curia. Si volt, rifece all'incontrario il percorso tra ali di folla sempre pi plaudente e schiamazzante. Immagin che Cicerone, dopo una breve pausa, si fosse rimesso a perorare, alla sua maniera, da quel grande sbruffone che era. Non vide, assorto nei suoi pensieri, il piccolo uomo tondo e riccioluto con una fascia bitinica tra i capelli che se ne stava tutto solo, appoggiato a una delle colonne d'ingresso.
Ma Catullo vide lui.
La perdo, la sto perdendo. Assenza, silenzi, mezze frasi, bugie, e poi verit lampanti, corte lame, misurati graffi sul cuore; chiamo e non risponde, il lume della lucerna le svela il volto;  dura la sua mascella, serra le labbra, su di me muove il suo corpo quel poco che basta, a ritmo stanco e spento; finisce ed  gi ritta, in piedi che scalpita, fugge dalla porta, Ci vedremo?, Forse.
Nunc iam illa non vult, lei non vuole pi, lei che diceva di preferirmi perfino a Giove.
Sto li, ebete di sogni spezzati. La mente viaggia a ritroso, ricordo il suo patto, come se ricordarlo lo facesse rivivere, povero scemo, come quando scrivevo:
Mi giuri anima mia un amore felice e per sempre. O Dio, fa' che sia vero, fa' che lo dica davvero e dal profondo del cuore: fa' che sia per la vita questa sua promessa d'amore.
Passato. Il volo di colombe ha oscurato le nubi, la parola data  un soffio, si  confusa al cielo, si  mischiata alla terra, fa compagnia ai vermi. Mi martellano in testa i versi premonitori di Callimaco: Ha giurato, ma si sa, i giuramenti d'amore non arrivano mai agli orecchi degli di.
NOTA: Callimaco, Antologia Palatina, 5, 6. FINE NOTA.
Ancor pi tristi e accorati quelli di Meleagro: Giurammo: lui di amarmi per sempre io di non lasciarlo mai, voi ne siete testimoni. Ora lui dice che promesse cos sono scritte sull'acqua. Me lo ripeto, e lo faccio mio a notte fonda, in un guizzare di lucerne morenti, al silenzio rotto dai primi carri che escono per il mercato, al lontano richiamo del padrone al servo lento rimasto indietro: Dice, ma quel che dice una donna al frastornato amante nel vento devi scriverlo, sull'acqua che scorre.
NOTA: Meleagro, Antologia Palatina, 5, 8. FINE NOTA.
Tu non sai Celio, tu non sai, anima mia, conforto all'ombra, amico dei primi giorni, tu non sai, non puoi nemmeno immaginare come finisce, soffoca, si uccide questo amore che ci guardava dalle stelle. Sto male, perdo continuamente i sensi e al risveglio, per un attimo, la credo ancora qui, sento il suo passo, inconfondibile ritmo che mi fa balzare il cuore: ma lei  altrove, sempre altrove. Tu non sai cos' diventata Lesbia, Celio, nemmeno immagini quel che so io, quel che ho visto con questi miei occhi che bruciano di notti insonni: tu non hai visto la disperata piega informe della sua bocca, quando s'aggira per le strade come una cagna in calore per darsi a chiunque, chiedere di essere presa, li, dove capita.
Celio, la mia Lesbia, quella Lesbia, la stessa che Catullo ha amato pi di se stesso, pi di ogni altro ora nei quadrivi e nei bassifondi scappella tutta la giovent di Roma.
Mi risponderai, lo so: Ma non eri proprio tu, Catullo, a volerla libera, perversa, a dominare gli uomini? Non eri tu, proprio tu, a sorridere di quelli che per te non erano tradimenti, ma lusus, giochi, dicendo che contava solo il "patto" che c'era tra voi? Lei in fondo dirigeva il coro, lei danzava sul petto dei suoi schiavi, carne senz'anima: te, solo te voleva, a te si avvinghiava come un ramo d'edera e poi stanca, era con te, accanto a te che s'addormentava coperta di baci!
S, Celio, s, era cos. Ma sbagliavo, vaneggiavo, ero fuori di me. Passavano i giorni e ne ho inteso l'odore, ingoiato il sapore, gustata la pelle, fino a che siamo stati un corpo unico, non ero pi solo Catullo, ero io ed ero il sangue, il sudore, la fronte, le dita di lei, non potevo pi staccarmene.
C'era un patto, si, ma non bastava, non bast. Che folle, che stupido che sono stato: Valerio Catullo senza freni, senza catene, cantore della giornata che scorre e quando passa,  gi dimenticata. A poco a poco non riuscii pi a dimenticare, non ci fu pi divisione tra i giorni, ma flusso continuo, ininterrotto: la volevo sempre qui, per me, per me solo, a farmi da madre, sorella e amante: sognai una vita insieme, senza pi nessuno tra noi due.
Resistevo, ho resistito per un po'. Quelle fughe finiranno, mi dicevo, poco alla volta si stancher, le verranno a noia; c'era un patto tra noi, il patto mi dava speranza. Resisti Catullo, mi dicevo, torner come prima, torner.
E volata via, siede in braccio a duecento uomini in quella lurida taverna oltre il tempio dei Dioscuri e tutti la toccano e la palpeggiano, lei, la donna mia che ho amato come non sar mai amata nessuna; lei, per cui ho combattuto ogni battaglia... E voi porci, lasciatela, ora lei... ora tu balzi sui calzari, rotei la stola a disegnare cerchi nell'aria, salti il limite dell'atrio, mi chiami cantando. Ridi, gorgheggi, m'inviti, mi trascini e siamo ancora l in quella casa, in quella reggia dai pavimenti logori e i festoni sul muro scoloriti e antichi come i tuoi occhi etruschi, tu, la mia ragazza, la mia maestra; e passano sulle nostre labbra versi perduti, poeti perduti; parole di insegnanti memorabili, non fole mitiche per un vulgo sciocco, ma gioielli per adornare la mente e il cuore, la nostra umanit fisica come la carne e della carne delirio e consunzione, tempo e spazio d'atomi che vanno e vengono, il caso pi forte del destino, Democrito, Epicuro, Lucrezio a consolare la nostra paura, la nostra oscurit prima del buio.
Di questo ci inebriamo, questo beviamo: sale per le midolla il desiderio, mio di te, tuo di me, per sentirci uguali: contemplare quella bellezza, scambiarcela, goderne la melodia che emana, comune a noi due, a nessun altro, fino a che quella bellezza ci rizza i sensi, si fa fuoco, calore incontenibile nelle vene, e l'emozione straripa, l'amore, il vero amore, sublima i discorsi, gli sguardi, le citazioni, i propositi, i sogni, mette tutto a tacere, si erge a unico signore del nostro universo e dentro te m'avvinghio e scorro, mia dea, ragazza bella caduta dal cielo.
Questo era il patto, questo  stato essere insieme.
Vaneggio, Celio, non sono pi in me, la maledico e la cerco continuamente, disperatamente come l'acqua e l'aria. Mi dico Lasciala, Catullo, scappa, liberati, e poi non so, non posso, accetterei qualsiasi umiliazione, mi metterei in ginocchio, pregherei, perfino, perch fosse qui.
Al diavolo i tuoi amanti, la tua chioma arruffata, sudata, i boccoli insozzati (dove ti sei rotolata? con chi?), l'occhio pesante per la veglia, il passo traballante per il vino, al diavolo, so dove sei stata, ma ora vieni, sei qui, la tua orgia  finita, non voglio altro, merce avariata, cagna schifosa, amore di oggi e infinito, possesso disperato. Ti odio e ti amo: no, non so come sia possibile, ma odio e amore per te sono due braccia di una stessa croce:
A tal punto, Lesbia mi si  spezzato per tua colpa il cuore: a tal punto s' perso nell'esserti fedele da non potere ormai volerti mai pi bene, anche tu fossi migliore, n finire di amarti per quanto mi distrugga.
Devo fermarmi, Celio, devo farcela, devo far tacere in me la sua voce, le sue risate, i sussulti. Devo impedirmi di straziarmi: non mangio, non scrivo, non vado incontro a nessuno, perdo i sensi sempre pi spesso, sbatto contro i muri, mi prende l'odio, m'invade la rabbia. Esco come un pazzo alla ricerca di qualche puttana per fargliela pagare. Ipsililla che si d a gocce, Rufa, la bolognese che batte nei cimiteri, ma su tutte lei, Ameana, scrofa strascopata, la preferita di Mamurra, il finocchio di Cesare, che cos ne inculo due in una volta sola. La insulto, la provoco, la graffio, la violento, la picchio su quello schifo di naso deforme: le faccio tutto il male possibile, tutto il male che farei a Lesbia e non riesco.
Ho perso la dolcezza dell'amore, Celio, il conforto dei versi.
Mi sveglio. Sono stranamente pi sereno: tanto per far qualcosa vado a scartabellare tra i rotoli del mio Callimaco. Mi cade l'occhio su di un epigramma che non ricordavo:
Met dell'anima mia ancora respira, met non so se amore o morte m'ha rubato: so che non c', forse  volata di nuovo tra qualche ragazzo, e s che mi ero raccomandato: Ragazzo, non aprire le braccia a lei che fugge. Cercala: da qualche parte s'aggira cos demente di non corrisposto amore che la dovresti prendere a sassate.
Dio, come mi somiglia quest'anima divisa in due! Poi subito il pensiero a Giovenzio, il mio dolce Giovenzio di Verona. Mi prenderebbe a sassate Giovenzio?
Dire e fare: la voglia di rivederlo attenua tutti i miei pensieri.
Non so come, non so perch, in un attimo prendo, parto, sono da lui, percorro il centro, chiedo se qualcuno l'ha visto. Poi, all'improvviso, eccolo li in mezzo a una cerchia di amici. Mi assale l'ansia, realizzo il senso del distacco, non ho voglia di salutarlo: resto a osservarlo cos, da lontano, come da un altro pianeta.
Non  pi lui, non  pi mio. Ha la barba,  cresciuto in fretta, tiene i tempi della conversazione, domina l'uditorio. Di lui restano gli occhi, mellitos oculos tuos, juventi, che una volta baciavo senza fine, senza stancarmi mai.
Ma non  cos, Giovenzio, non sei tu ad essere cambiato,  Catullo che non  pi lui. Qualcuno mi ha tolto ogni voglia di amare; la tua giovinezza che mi faceva da fonte, da consolazione, non mi basta pi. Ho quasi trent'anni e l'amore  finito,  finito il gioco con le tue labbra di miele,  finito il patto impossibile con la donna della mia vita. Sto l a fissarti escluso, inutile. Passa un tale e mi fa:
Guarda che stai perdendo sangue dal naso!
Neanche me ne ero accorto.
Notte, notte a Roma. Ho ritrovato un po' di fiato, il respiro: ora riesco a leggermi, come in uno specchio. Contemplo la mia faccia, la mia miseria.
Basta. Basta.
Quante volte me lo sono detto? Quante volte sono tornato indietro?
Basta sul serio: tagliare, andare via, altrove, dove sia tutto nuovo, tutto sia da capo, niente pi Roma, ma neppure Verona o Sirmione. Via, via, altre strade, altri mari, diverso cielo di sconosciute stelle: s che anche le stelle non mi conoscano, non sappiano chi io sia.
Ecco: seguire Memmio in Bitinia, accodarmi a lui, alla sua coorte, amici miei, amici veri. Ecco, questo s, valicare il Ponto, toccare la Troade. Mio fratello, sepolto l. Finalmente poterlo salutare.
 deciso: non voglio soffrire pi, voglio rivedere la luce del giorno, voglio coprire tutto questo col buio di una notte.
Smettila di dare i numeri, Catullo: quel che  perso  perso, fattene una ragione. Ci furon giorni accecanti di
gioia, quando correvi dietro lei, dovunque volesse... Oh, se l'hai amata! Nessuna sar pi amata cos.
I giochi li hai provati tutti: tu li inventavi e lei non si tirava mai indietro.
S, hai avuto i tuoi giorni di sole... ora lei non vuole pi: e tu pure, scuotiti, dille di no, non cercarla:  fuggita, non far figure da niente, tieni duro, non mollare.
Addio, ragazza, Catullo  un duro: mica ti cerca, mica ti sta a pregare se non vuoi.
Maledetta, che vita ti resta? A chi sembrerai bella? Chi amerai ancora? Di chi sarai? Chi bacerai? A chi morderai le labbra?
No, no, Catullo, tu tieni duro, non mollare.
Cosa mi sono perso? chiese Licinio Calvo, mentre si sedeva di nuovo accanto a Ortensio.
Altre sollazzevoli facezie: ci ha voluto far credere che Celio non spendeva e spandeva, e che i suoi debiti sarebbero un'invenzione dei maligni. Erennio Balbo gli ha rammentato che il suo povero rampollo vive in un'abitazione da trentamila sesterzi sul Palatino, e lui ha ribattuto che no, che  solo un affittuario di Clodio Pulcro e che se n' andato a star li per ragioni private. Le ragioni sono che si fotte Clodia, la sorella di Pulcro, ma questo argomento non l'ha ancora toccato. Insomma, per non fartela troppo lunga,  arrivato ad asserire che questo processo  una farsa bella e buona. Di cosa sarebbe accusato Celio?, dice, Crasso ha gi dimostrato la sua estraneit agli incidenti di Pozzuoli, alla cacciata degli ambasciatori alessandrini. Quanto all'assassinio di Dione, capo delegazione, il reo confesso  Tolomeo, ma siccome  il re  intoccabile; l'accusato principale  Asicio, ma Crasso l'ha gi fatto assolvere, e quindi che processo  se il colpevole non nega e chi nega  stato assolto? Cosa dovrebbe temere Celio che non c'entra niente coi fatti? Mancava solo che tirasse su
la clessidra, se la prendesse sottobraccio e uscisse tra la folla plaudente e nuvole di fiori. Ma ho l'impressione, Calvo, che il bello debba ancora venire. Marco Tullio lo ha solo preparato il suo coup de thtre, il rospo che tiene dentro non  ancora uscito, e quando accadr, vedrai che botto!
Cicerone in realt non aveva proprio l'aria di chi volesse tirare fuori un rospo, ma piuttosto di un prestigiatore che aveva lasciato per ultimo il trucco pi spettacolare.
E finalmente si decise: torn al centro dell'aula, gir la clessidra ed esord:
Riassumiamo: due sono i capi d'accusa, l'oro e il veleno, e a tutti e due fan capo Clodia. L'oro fu da lei prestato a Celio, il veleno comprato per ucciderla. Tutto il resto  calunnia, mormorazione, chiacchiericcio di intriganti, ma queste due imputazioni hanno dietro una persona precisa, e che persona. Quindi dimentichiamo il resto: questo  un gioco, un grottesco gioco a due. A Celio servivano i soldi: se li fece dare da Clodia, senza testimoni: di che stupirsi? Era la sua amante. Poi Celio decise di ucciderla, si procur il veleno, studi l'inganno e il posto adatto. Questo almeno asserisce Clodia, e il contenzioso  con Clodia, donna notabile e, ne converrete, anche troppo nota. Dunque, appurato che Celio non ha niente a che fare coi pettegolezzi, che non  il mandante dell'assassinio di Dione (con Pompeo alle spalle), se togliamo di mezzo Clodia, dobbiamo lasciarlo libero seduta stante. Potrei scegliere di essere scortese con tale gentildonna, vista anche l'inimicizia tra me e suo marito... pardon, fratello, faccio sempre la stessa gaffe...
Che botta, esclam Ortensio, e che sottile ironia!
Sottile mica troppo, replic Calvo.
... ma io sono un moderato, e poi ci vuol tatto con le signore. Via, giudici, stiamo parlando di una che  stata sempre l'amica di tutti e la nemica di nessuno... Vediamo, vediamo: supponiamo che torni dall'aldil il suo grande antenato, Appio Claudio Cieco; cosa potrebbe dirle? Le direbbe: Ma come hai fatto, donna, a fidarti di costui tanto da mettergli i tuoi averi in mano e subito dopo a temere che ti avvelenasse? Ma che razza di amante  questo? Tu, proprio tu, con gli avi che hai, col marito che avevi, come hai fatto a metterti con un uomo simile? Era un parente? Un affine? Era un tuo amico? No che no. Sesso. Solo il sesso ti ha spinto a farlo. Ecco il punto, Clodia. Se vuoi che le tue accuse abbiano un senso, se vuoi provare quel che vai inventando di sana pianta, prima di tutto ci devi spiegare la natura della tua intimit con Celio. Sanno tutti dei tuoi festini, adulteri, delle gite a Baia, le ammucchiate, le crapule. Hai voluto riempire di tutta questa porcheria il foro e due sono i casi: o sconfessi i detrattori o, se non li smentisci, dovrai per forza mostrarti indegna di fede, come accusatrice e testimone. Ma, se preferisci, prover a interpretare il pensiero di tuo fratello, Clodio Pulcro, ometto cos a modo, che tanto ti ama e che per paura del buio viene a dormire nel tuo letto. Cosa direbbe Clodio Pulcro? Direbbe: Ma sei pazza? Tutto 'sto rumore per cos poco? E va be', ti  piaciuto il ragazzo, te lo sei portato a casa, in giardino, lui  inflessibile, non vuole, ti resiste... e prendine un altro! Hai un parco immenso, una piscina perch tutti i ragazzi di Roma vengano con la scusa del bagno... Ne hai da scegliere, e t'intestardisci proprio con lui? Veniamo a te Celio. Un padre tosto, di quelli all'antica. Ti direbbe: Perch mai ti sei messo con una puttana? Perch, scoperta la trappola, non sei scappato? Non fai che spendere di qua e di l, Celio, i soldi finiscono e cosa farai, come te la caverai? Cosa gli risponderesti? Io lo so: Caro padre, tu sei pazzo, quella non mi ha mai incantato! Ne vuoi la prova? Nessun debito con nessuno, chiacchiere, solo chiacchiere. Un altro padre invece, pi moderno, direbbe: Hai rotto le porte? Le aggiusteremo. Hai rotto la tunica? Ne compreremo un'altra. Cos la causa  bella che vinta: di cos'altro dovrebbe discolparsi? Ah, si, dimenticavo, c' lei, la signora. E allora andiamo oltre, facciamo finta, cos, per pudore, che non si tratti pi di Clodia. Ora io vi chiedo, giudici, se ci fosse una donna che sta con tutti, che esibisca in pubblico il suo amante giornaliero, che apra il giardino e la casa a chi le pare e (questo  il punto cruciale) che mantenga lei un giovane, e non il contrario; se questa donna fosse in pi vedova, libera, sfrenata nei piaceri, ricca da spendere quanto vuole, potreste mai ritenere adultero un giovane che approfittasse di tutto questo? Ma m'immagino che qualcuno pensi: Bella lezione, bell'esempio proprio da te, Marco Tullio! E cos che educhi i giovani che ti vengono affidati? Eh no, eh no, non ci casco! E cosa dovrebbe fare un giovane? Negarsi il piacere, il divertimento? Logorare la sua et nella virt dei padri, nel sacrificio della castit? Certo che lo far, lo far dopo, da grande, da vecchio. Come li vogliamo questi giovani? Forti e invincibili come di? E finita, cari giudici, e anche tu Ortensio, che ti vedo ridacchiare,  finita l'epoca dei Camilli e dei Fabrizi! Quelle virt oggi non sono pi nemmeno nei libri, n tra noi, n, figurarsi, tra i Greci, perch il mutare dei tempi muta, e non sovverte, il senso morale. Troppo siamo cresciuti, abbiamo visto, accolto, integrato, rimescolato, e troppa variet di idee, abitudini, pensieri, religioni  oggi tra noi, per pretendere che i nostri figli accettino tutto subito, senza provare il contrario, senza svagarsi prima. Per la saggezza verr il suo tempo: concediamo una chance all'et: non  possibile tenerla lontana dai sapori, dai suoni, dai profumi, dall'effluvio di vitalit e bellezza che ogni cosa emana. Non possono, loro, ascoltare solo la voce della ragione, anche se, beninteso, deve esistere una certa misura: che non sperperino, che non caschino nelle maglie degli usurai, non offendano il buon nome della propria e altrui famiglia, non intacchino ci che  puro, non rovinino gli onesti, non si macchino di delitti e che il piacere per loro rappresenti solo un tratto di strada, un temporaneo sfogo, perch poi dovranno fare i conti con la loro casa, il foro, la respublica, come, per l'appunto, Celio...
Neanche fossi un indovino, pens Calvo scuotendo il capo. Me l'ero immaginata punto per punto questa tirata, l fuori, con la tazza di vino in mano al tempio di Saturno.  la sua linea ormai: "Spazio ai giovani, che impazzino finch glielo permette l'et, la saggezza verr da s". Che ipocrita divino, che genio. Diede un'occhiata a Ortensio e cap dalla sua espressione sorpresa, dalla sua faccia contrariata, che lui no, che lui non se la sarebbe mai aspettata, e ne percep lo scontento come un preludio di sopportazione ormai agli sgoccioli.
... E cos  stato. Celio non  mai incorso in niente di tutto ci che ho elencato: n dissolutezza n debiti, niente orge o lupanari. Ha soltanto percorso un tratto di strada cogliendo il meglio dei sapori leciti e rivelandosi per tempo uomo di grande zelo e spessore, avvocato lucido, esperto e preparato. Ora ditemi, giudici, se lui fosse quella persona che gli accusatori vogliono far credere, perversa, schiava delle passioni, potrebbe forse avere la competenza e il fervore che la sua professione richiede? Mai: questi due aspetti non possono convivere nello stesso individuo. S, s, ti vedo sai, Ortensio, so cosa vorresti dire: Ma non puzza un po' quella sua intimit con Clodia? Caro Ortensio, cadi nella mia tesi: lei ci ha provato in tutti i modi, e perch mai Celio non doveva approfittarne?  forse proibito far sesso con una puttana? Questa donna, senza marito, che apre la casa a tutti e in piena luce si accoppia con chiunque, in citt, in campagna, in villeggiatura a Baia, come altrimenti si pu definire se non puttana? Celio ha voluto forse attentare al suo pudore o, come a me pare, soddisfarne le voglie? Dimmelo tu, Clodia, sei vestale o puttana? Nel primo caso ti vergogneresti ad accusare Celio, nel secondo gli avrai regalato la miglior difesa. Il tuo silenzio o la tua voce saranno comunque perdenti. Tu dici di aver dato l'oro a Celio per pagare i sicari di Dione alessandrino. Ma Celio ti ha mai rivelato perch volesse l'oro? Se s saresti ovviamente sua complice, se no per qual ragione mai glielo avresti dato? Balbo ha dichiarato che eri all'oscuro dell'attentato e Celio ti aveva raccontato che l'oro gli serviva per organizzare dei Giochi. Ma se Celio era, come affermi, cos disperatamente perduto di te, incapace di sfuggirti, come poteva mai tacerti il suo vero obiettivo? E se al contrario perduto non era, ma tutt'al pi amante occasionale, come ti sei fidata a fargli un tal dono? Soldi per i Giochi? Ma Celio, ricco di suo, avrebbe comunque potuto trovare ben altri e pi silenziosi prestatori. E poi, dov' quest'oro? Qualcuno ti ha visto darglielo? Chi ha mai colto Celio che si incontrava con dei sicari? Servi per giunta? Potrebbe mai un uomo di legge, maturo, prudente, scegliere degli schiavi per un attentato del genere? E non gli schiavi di chiss chi, ma di Lucio Lucceio, persona integerrima, che  qui e testimonier sulla ridicolaggine di questa accusa: come avrebbe sopportato, egli, un tale delitto e per giunta in casa sua e ai danni di un suo ospite?
Lucceio si present. Fu fatto salire sulla pedana dei testimoni, giur sugli di e diede inizio a un'interminabile sfilza di appassionati sproloqui etici, e che l'ospite  sacro e che blablabla per i servi io ci metto la mano sul fuoco e ariblabla la mia famiglia, i padri, i nonni, gli antenati su su su fino a Romolo. La gente prese a sfollare, non si contavano gli sbadigli. Calvo e Ortensio intavolarono una disputa amichevole sui poemi omerici; tre giudici, non visti, si misero a giocare a dadi sotto i seggi; il capo dei centumviri prese a palpare le gambe della ragazza che portava l'acqua. Finalmente, come vollero gli di, Lucceio allontan ogni dubbio sulla partecipazione di Celio all'orrendo misfatto e giur solennemente che n lui n i suoi servi avevano mai avuto niente a che fare con quell'oro.
Cicerone torn sul podio sciacquato e profumato. Emanava zaffate orientali da far schifo. Sorrise a lungo, non si cap per chi o per cosa, e infine riprese la parola:
Resta dunque il veleno. Ma prima di parlarne far una rivelazione, che poi tanto inaspettata non , in modo che la mia arringa risulti come a ritroso, partendo dalla fine, che poi  un inizio, che poi  la causa di tutto: Celio...
Si va, si parte, ormai  deciso. Memmio, propretore per la Bitinia ci ha invitati a far parte della sua cohors: e proviamo anche questa.
Com' la Bitinia? Non so, non conosco altro posto che non sia Roma o Sirmione.
Non sto nella pelle, passo a casa di Cornificio, di Furio Bibaculo, di Ticida: mi accompagneranno loro in quest'avventura e ci aspettiamo grandi cose. Cinna, che  gi stato l, se n' tornato con otto portatori nuovi e tre forzieri di pietre preziose. Io far di pi: mi godr quanto di fanciullaggine c' in giro, cercher poeti, porter via anticaglie e finalmente penser al mio Attis, che  tanto che voglio scrivere.
Ho chiesto a Partenio di venire con noi, ha rifiutato. Lui  il maestro di noi tutti. Ed  di Nicea; si trattava solo di tornare a casa sua e fosse stato con noi ci avrebbe insegnato un mucchio di cose, ma ha da fare qui.
Si parte: certo che il gruppo  ben assortito: poeti, biologi, filosofi, con un bel po' di parassiti al seguito; si va a conoscere l'Asia Minore, a rivedere Ilio. E mio fratello. Mio fratello, memoria lontana di giochi infantili e poi il distacco, lui nella Troade, io a Roma, poche brevi epistole, Dove sei?, Come stai?, fino all'ultima, non sua: ora  l, sepolto in fretta, anonimo dolore. Gaio Memmio  un cazzone: non sopporta Cesare perch non gli ha mai dato il culo (lui che lo d a tutti), ma faremo quadrato noi poeti nuovi per non farci fregare.
Cosa voglio? Dimenticare te. Me ne vado, Lesbia, per
non sapere pi chi sei; per non sapere pi dei tuoi seni, dei tuoi fianchi, delle mie notti di sfinimento e vertigine.
Per illudermi di aver scritto anch'io nel vento e sull'acqua.
Soffro il mare anche se navighiamo via costa e di tanto in tanto attracchiamo per rifornirci d'acqua.
Ecco l'Eubea: da lontano si scorgono alberi alti, conifere e querce che sfiorano il cielo. Ogni tanto passano uccelli bianchi e gracidanti, si tuffano e riemergono: sono regali, magnifici, le larghe ali a oscurare il sole; sembrano messaggeri degli di. All'improvviso uno di loro nel volteggiare, avvitarsi, svolazzare sempre pi vicino alla nave urta l'albero, cade sul ponte, sbatte impotente le ali, tenta invano di rialzarsi. Ritenta e ricade. Tutta la sua regalit  sparita: nato per il cielo, per l'aria, a terra  diventato goffo, grottesco. I marinai gli sono addosso, lo percuotono, lo bastonano, lo lasciano l a morire, una macchia bianca sul legno scuro, una cosa qualunque, come mai esistita.
Mi tornano a volte i mancamenti, ho dei blackout piuttosto lunghi, ma poco dolore e niente sangue dal naso, per fortuna.
Ho con me alcuni rotoli della Zmyma del mio dolce Cinna: quando la pubblicher? Spero entro il mio ritorno.  un capolavoro di eleganza e di stile, nonostante l'argomento cos scabroso e provocatorio: Ti vide in pianto Eoo, l'aurora e sul tramonto Espero, uguale stella, / ma cresceva l'orrore nell'incestuoso seno di Mirra...
Ho con me rotoli bianchi, ma qui tra le onde  proprio impossibile scrivere qualcosa, e se non bastassero le onde ci sono le declamazioni ad alta voce di Ticida che riesce a comporre versi anche vomitando e le sbronze dure di Bibaculo (un nome, un programma), che beve e piange, piange e beve, ed  ridotto come un carciofo, vista anche l'et.
Mi lascio andare con la fantasia dietro i boschi che stanno scomparendo alla vista. Di l, oltre, chiss quanto lontana, c' la Macedonia e il mio Veranio, il mio Fabullo, al seguito di Pisone Cesonino. Come vorrei che fossero con me: ci racconteremmo delle fughe dalle case padronali coi sandali in mano; delle virginali matrone squassate in ogni orifizio; dei giovinetti imberbi che ammiccano, scappano dietro gli angoli, fan cenni vezzosi e fingono di sfuggirti.
Catturiamo un pesce gigantesco: il magister piscarius non ce la fa a reggerlo da solo; arrivano gli aiuti, due ragazzi scivolano sul ponte, il primo va a fracassarsi la gamba lungo il bordo della nave Prusiaca; il secondo crolla a peso morto su Bibaculo che non aveva capito di doversi spostare. Furio sanguina, il vino uscito dall'otre si sparge ovunque, tutto puzza di Falerno. A uno strappo pi violento la rete cede, ma il mostro dei mari  gi a bordo, si contorce, si dibatte senza posa: accorrono i marinai e gi randellate che ne prende pi Bibaculo del pesce; Cornificio, bianco come un germano, trema in un angolo e il grande Memmio, il nostro propretore, se l' gi svignata sottocoperta.
In un misto di vino, sangue, pergamene stracciate, papiri srotolati e poeti a pezzi, il pesce alla fine si arrende.
Mangiamo. Il mare si  calmato,  in vista la Misia, ci avviciniamo alla Propontide, al primo stretto.
Da Eraclea Pontica a Nicea  un tormento di su e gi, nel caldo asfissiante di un'estate precoce. Ti manca il fiato cos chiuso in una scatola, nei carri, nelle lettighe. Incontriamo il niente: villaggi morti, puzza di fave cotte, bambini a frotte, nudi, scalzi, sinceramente brutti. Gi entrare nel Ponto Eusino era stato un bel problema, con le correnti che non si decidevano se era meglio da destra a
sinistra o da sinistra a destra che allo sbarco si camminava tutti a zigzag.
Boscaglie ventose e frammenti di deserti: ci fermiamo. Siamo a Iliessa, met strada  fatta. I dispensari tiran fuori uva e focacce, pesce avanzato, di carne non se ne parla nemmeno. Un marinaio seduto a ciambella di fronte a me m'informa che questa  una citt a forma di cono e per conquistarla si son dati botte da orbi due popoli: i Tini e i Bitini. I Bitini sono il doppio dei Tini? gli chiedo con fare serio. Non coglie.
Entro in una casa; sfacciato come sempre chiedo del formaggio. Un bambino piange, sua madre non lo accarezza. E una donna impenetrabile, severa, lunghi panni neri la coprono dalla testa ai piedi. Le  appena morto il marito, vengo a sapere. Non una ruga, non una lacrima; non  questo il dolore che pu ucciderla:  restare senza pane o pesce o un tetto. Ma il bambino, lui si, piange, il bambino restituisce una misura al dolore. Di colpo si alza, cerca di abbracciare la madre: lei lo scaccia perentoria, senza esitazione. E allora eccolo che si avvinghia a me e mi frigna sulla toga: m'imbarazzo, sono inguaiato, non so che fare. Non conosco questa piet, non so niente di questa specie d'amore.
Forse perch  vero, Catullo?
Forse perch non  uno dei tuoi versi?
Nemmeno mi rispondo. Divoro il mio formaggio, scappo di l.
Mi ci mancava anche questa.
Nicea  un bordello immenso.
Il mio Cinna  passato di qui qualche anno fa. E si era portato dietro Partenio.
 citt fertile, forse felice, sul lato destro di un lago grande e pescoso, l'Ascania. Tutt'intorno colline, degradi, rialzi, frescura autunnale, insopportabile calura estiva. Mura altissime, rinforzi, valli, protezioni ovunque: cose
che non le devono essere servite molto se, quando avevo dieci anni, Nicomede IV la lasci in eredit a Roma.
Dentro  tutto tranne che Roma. Quartieri misti, sporchi, indecifrabili, chiassosi, centro inesistente, luoghi di culto introvabili e stranieri, divertimenti zero. Per abbiamo il potere: gli acquartieramenti della coorte pretoria di Memmio sono splendidi, in riva al lago, collegati comodamente con l'urbs. Riveriti, serviti, leccati, giriamo in piena libert, prendiamo quel che vogliamo o fingiamo di comprare: oggetti, uomini, donne, parole e pensieri.
Cosa siamo qui a fare? A rubare. Memmio  stato chiaro: Noi siamo Roma, e qui  tutto nostro. E allora gioielli, mobili, monili, e allora donne, donne degli altri, e altre bassezze, vergogne mille miglia lontane da come sono io, da come la penso.
Un erede di Prusia, gran re, mi offre sua figlia dodicenne in cambio di un piacere da fargli a Roma. Non  vergine la ragazza e questo mi consola. Prendo la sua ingenuit con dolcezza, nel timore di farle comunque male, e una voglia estenuante di carezze, di pelle tiepida, di sfregolamento, di brividi che non provavo pi da troppo tempo. Lei cede in un piccolo grido e sono molto attento al suo piacere pi che al mio e ad accarezzarla a lungo, dopo, fino a farla dormire.
Passo i giorni sulle rive del lago Ascania e ho un grosso problema: sto pensando all'Attis e mi manca l'inchiostro, non ho atramentum. Niente resina, niente pece, fuliggine si, ma non basta e non so come scrivere i versi che vado componendo.
Incontro un gruppo di pescatori: dicono che possono procurarmi del nero di seppia. Andrebbe a meraviglia, io ho calami in abbondanza e un atramentarium piuttosto grande e capace.
NOTA: Il calamaio. FINE NOTA.
Attis riempie i miei pensieri. Questo evirarsi magico, mitico, colpevole fino all'innocenza  un tema fantastico. E poi Cibele, antica come i segni dell'anima, Magna mater, crudele e ambigua che salva e distrugge. Lesbia volevo dire e non volevo pensare. Cos' l'amore se non vita e morte continue? Dove sei? Che razza di giorni hai davanti? Chi ti cercher? A chi sembrerai bella? Chi amerai? Di chi si dir che sei? Chi bacerai? A chi morderai le labbra?
Lasciami stare, lasciami in pace!
Adesso sono qui, fratello mio: ho fatto miglia per incontrarti. Esco or ora da una comica vicenda. A Cornificio lo prendono le fregole per il figlio di un nobile. Cornificio  un cretino; corrompe i servi con monete sonanti per portarselo a letto, ma il buttafuori del padre ne prende di pi per fare il delatore. Risultato? Cornificio entra di soppiatto in casa, trova al buio la stanza, si infila nel letto e invece del ragazzino c' il padre e con lui due schiavi cazzuti e incazzati che lo immobilizzano seduta stante... Il cacciatore si muta in preda. Poi lo sbattono fuori nel vicolo come un sacco di cenci. Da due giorni sparge versi di dolore chiuso nella sua tenda.
Dovevo venire a trovarti molto prima, fratello, ma sai, Catullo non  credibile, non ci si pu fidare di lui: Catullo muore nell'ozio, va con il vento, si fa trascinare da una corrente che lo leviga e lo sgomenta, lo sfinisce. Mi avevi preso per un ribelle, un maledetto, un diverso perch ho imparato a cantar se stessi, e non pi insopportabili lagne mitologiche? Noi poeti nuovi, fratello, siamo un assurdo, un mare di contraddizioni. Io pi di tutti; ma cosa mi credevo di fare con questi miei versi che sfrigolano, bruciano e si spengono come stoppa in una lucerna? E che segno vuoi che lascino? Quale invisibile traccia nel mondo? Ombre e fumo. Valeva la pena di squassarmi le notti al ricordo di uno solo tra gli infiniti amori dell'universo? Siamo sabbia e cenere, indegni tutti di esser cantati, ma pi indegno ancora chi canta e finge un dolore esclusivo, come nessuno ha mai provato prima. Cos' questa poesia, fratello? Cos' la mia poesia? N il martello di un fabbro, n la striglia di uno stalliere. Consolano di pi una carezza, un bacio, un abbraccio, una parola detta, viva, che non questo vaneggiare per versi: vuoi mettere una cena tra amici con una elegia?
Si scrive perch non si vive:  una scusa, una difesa, una resa. Avrei dovuto seguirti, fratello, e non si pu pi: le Parche filano le ore che verranno, non sanno riprendere i nodi, i punti, disfare la tela, tornare indietro.
Quando passo per strada, Quello  Catullo Veronese, sento mormorare a destra e sinistra, quasi fossi Giove in persona: io alzo il capo, e nemmeno li guardo, superbo e invincibile. E invece dovrei sollevare la veste e mostrare l'uccello: Sono come voi, rispondergli, peggiore di voi. Ho sprecato la vita, ho scelto sempre di farmi scegliere, ho finito l'amore e per ultimo ora son qui al seguito di un laido inrumator praetor, che si sveglia ogni mattina per inventarsi chi spennare, cosa rapinare, come ingrossare la saccula. Ha gli occhi come brace ardente, e grida comandi senza senso, spedisce soldati di qua, soldati di l, che buttino gi le porte, guardino sotto i giacigli, spoglino e brucino ci che non serve e trascinino via le pi giovani e in carne, con tanti saluti a chi ha preso solo botte.
Il grano, il grano della Bitinia, per cui Lucullo e Pompeo avevano speso anni e triremi, con Memmio, con questo bastardo, ci vien via di l quasi gratis: non  stata mantenuta una sola parola degli accordi presi con Mitridate. Ma quel che fa pi schifo, fratello,  che io con Memmio ci scherzo e ci rido, ci gioco a dadi, ci rutto insieme e gli auguro la buonanotte.
Ho fatto miglia su di un carro sgangherato e poi a dorso di mulo per salutare i tuoi resti e parlarti, e qui adesso, su questo tumulo sperduto tra le rocce della Troade, mi accorgo che ti sto parlando di me, com' mia abitudine; ma tu sei l'unico che mi pu ascoltare, io sono l'unico a poterti vedere. Dovevo venire prima forse, ma prima quando? La mia vita, la mia anima erano incatenate, lo sai, a Roma, a una donna. No, non ne provo dolore, fratello, solo melancolia, una presenza di vuoto che  ormai abitudine, ma questo puoi intuirlo, non capirlo. Cos si fa gomitolo del proprio cuore, si uccide se stessi, si vive.
Tuo fratello  qui e lontano. Non ha pi amore che non sia il rizzarsi improvviso a due belle natiche, nell'ora dell'ombra estrema che scaccia la calura, e alla carezza dell'olio che i fanciulli spargono con mani dolci ma anonime. L'amore era il soprassalto notturno, la lampada accesa come un segnale, il Palatino percorso rasente il muro, la porta socchiusa, la sua bocca aperta al primo bacio lungo, struggente; l'amore era la notte, il fruscio del vento sui caprifogli, l'odore di lavanda, era quel nostro rimbalzarci a memoria i poeti, maledire i minuti che andavano via, inesorabili, aspettare i prossimi, perch altri, perch nuovi, perch ancora colmi di sorprese.
Era, l'amore, la sua veste greca che scendeva dai fianchi e rivelava, umido, il centro della vita pronto ai suoi piccoli sussulti, agli inviti, alle finte ritrosie, ai preliminari, ai frutti sparsi sul corpo, al prendersi selvaggio, allo stravolgersi di ogni presente, passato, futuro. L'amore era.
Tu hai seguito altre strade. Dovevi curare qui gli interessi della famiglia. Ti fa ombra il promontorio Reto, sulla Propontide. Tu sei l'altra parte di me, quella che ho lasciato a casa, a Verona, a Sirmione.
Non piango, non so piangere, non ho mai imparato a farlo. Non conosco la commozione, solo il rimpianto e lo struggimento: conosco il fastidio e la noia, l'assenza e il rifiuto. Ho un groppo in gola, qui, adesso, ma non ci provo nemmeno a versar lacrime, perch se dovessi farlo una volta non la smetterei pi per tutti i giorni che mi restano.
Torno sull'asino, torno sul carro.
 stato bello,  stato come mi aspettavo. E stato come chiedere scusa, a te, ma anche a me. Ma non sull'acqua, non nel vento. Scrivo perch resti, perch questo  il mio modo di piangere:
Di gente in gente, mare dopo mare sono arrivato, sono qui, fratello davanti a quel che eri e sei a parlarti invano: il destino mi ti ha strappato in acerbo, doloroso anonimo distacco: ti faccio queste offerte come ci hanno insegnato i padri e le mando agli inferi, ricevile cos piene di pianto e per sempre fratello, e inutilmente addio.
Partiamo! Ce ne andiamo, fuggiamo.  tornata primavera, il Phaselus  pronto.
NOTA: E il battello cantato nel famosissimo carme 4. Non  affatto provato, anzi  molto dubbio, che Catullo sia tornato dalla Bitinia a bordo di questo. Forse si tratta di una miniatura, tipo ex voto. Comunque, per finzione scenica, mi bevo la storia. FINE NOTA.
Ce ne andiamo via per strade diverse io, Furio, Cornificio, Ticida: a casa, finalmente, a casa, pi in fretta che si pu. La mia rotta  un'altra rispetto a quella dell'andata: incrociamo le Cicladi e Rodi, di l dritti verso l'Adriatico e poi su su per il Po, fino al Mincio e a Sirmione. Casa, i miei cani, i rotoli che mi aspettano per finire l'Attis!
La sera mi accovaccio sul punto estremo della penisola e perdo lo sguardo fin dove c' acqua, finch c' lago: scruto le stelle, le mie stelle che non si sono mai mosse di l e sono infinitamente pi belle delle barche che van per mare, di tutti i sentieri che non portano a niente.
Passano i giorni. Mi stiracchio, passeggio, inganno il tempo.
Improvvisamente, dal nulla sbuca un tale e mi chiede se so che a Roma stanno processando Celio. Mi scuoto: Per cosa? gli domando. Roba grave, mi fa, c' di mezzo un attentato! Il cuore ha un sussulto: Un attentato? E contro chi? Pare un ambasciatore alessandrino, e l'accusatrice sarebbe proprio Clodia, la sua amante.
Clodia? Clodia quella di Metello? balbetto.
S, proprio lei, taglia netto e se ne va. Comincio a sudare, mi manca il respiro, mi appoggio, mi lascio cadere seduto. Clodia amante di Celio? Clodia e il mio amico, il mio dolce lontano amico? Di colpo tutto torna chiaro, il passato mi ripiomba addosso con la furia di una tempesta, si riaccende il dolore, come l'ultima sera, come sempre, come lei...
Clodia e Celio? Clodia contro Celio? Le mie due anime! Celio amante di Clodia. Pensaci Catullo, ricorda, torna indietro, non vaneggiare, apri gli occhi della mente. Ed ecco, ecco che tutto si ricuce, si dipana. Ecco, mi dico, di chi era quell'ombra furtiva che le girava intorno, ecco chi riempiva le sue notti! Ecco perch aveva cambiato casa e non si faceva pi vedere e restava sordo ai miei richiami... Celio, mio Celio, anche tu, proprio tu sei caduto nella sua trappola! Ti ho creduto un amico e mi sei penetrato nell'anima, l'hai fatta a pezzi... Celio, Celio, lei non ama, non sa amare:  come un freddo cristallo di luce abbagliante che acceca la vista e strega il cuore: gioca con te come col suo passero e quando  stanca ti stritola nel pugno chiuso e ti getta via. Ci sei cascato anche tu, povero Celio, ci sei cascato anche tu!
... Celio no, non c' cascato, non  caduto in nessun tranello, esclam Cicerone. E parliamone allora di questo veleno. Ma prima di arrivarci far la rivelazione che avevo annunciato e capirete dov' la causa di tutto. Celio  accusato di perversioni d'ogni genere, dettate da una passione insana per questa prostituta. Per lei avrebbe perso sonno e dignit. Niente di pi falso, giudici,  vero invece l'esatto contrario: fu proprio Clodia a perdere la testa; per Celio in fondo divent un passatempo, uno sfizio: la usava, se la godeva. Per Clodia fu l'amore e il disastro della vita: lei, questa Medea da quattro soldi, questa divoratrice di uomini e famiglie, c'era caduta, si era innamorata per la prima volta e cos pazzamente da far di tutto per avvinghiarlo a s.
NOTA: Veramente l'espressione giusta  quadrantaria clytemnestra (Clitennestra da quattro soldi) e l'aveva usata Celio stesso nella difesa alla prima istanza per rinforzare il sospetto che Clodia avesse ucciso il marito (come Clitennestra Agamennone). Il quadrante  la pi piccola moneta Romana (e la traduzione pi giusta sarebbe da un soldo). Qui Cicerone cita Medea e non a sproposito: anche Clodia, come Medea, sta distruggendo quel che ama di pi perch non pu pi averlo. FINE NOTA.
Una pausa, un mormorio prolungato. Commenti ovunque, incredulit, sorpresa, qualche risata.
Tutto fu inutile, non serv a niente neppure amoreggiare con chiunque per ingelosirlo, stracciarsi le vesti, strisciare sul pavimento afferrandogli le caviglie, macerarsi le notti nel pianto. Inutile. E fu allora, quando ormai si vide perduta che macchin la rovina per il suo tiepido amante, inventandosi ogni cosa, l'oro, il veleno, per distruggerlo, dato che non poteva averlo. Voi direte Ma  una farsa questa, Marco Tullio! Di pi, vi rispondo,  un mimo, un'atellana, siamo in pieno teatro comico. Sentite un po' quale sarebbe stato il piano: Celio doveva consegnare a un intermediario, un tal Publio Licinio, illustre anonimo, un vasetto di veleno; costui si sarebbe poi incontrato coi servi di Clodia, sicari esperti, e rise, ai bagni pubblici, luogo invero riservato e tranquillo, rise di nuovo, avrebbe passato a loro il veleno per far fuori Clodia. Lo scenario  gi tutto un programma, ma andiamo avanti: per quale motivo Celio avrebbe voluto avvelenare la sua ex amante? Per tenersi l'oro? Ma lei non glielo aveva chiesto indietro! Perch sapeva troppo sull'assassinio di Dione? Ma lei o non sapeva niente o, come gi detto, era complice, e allora perch eliminarla? Ridicolo. Per giustificare l'attentato alla sua vita, Clodia  andata a pescarne il pretesto in quell'altro, quello dell'ambasciatore!
Ah, a proposito di ambasciatori, mi han detto che Catullo  qui, sussurr Ortensio a Calvo.
Catullo? Ma non doveva essere a Sirmione dopo il ritorno dalla Bitinia?
E invece  qui, al processo; strano, non sono mai state cose da lui.
Io, Catullo, non lo capir mai... che sia pazzo?
... ma io vi chiedo, giudici, di considerare attentamente. Prendiamola per buona: Celio dunque vuole ridurre Clodia al silenzio e che piano geniale ti inventa? Fa combutta coi servi di lei, pagati, riveriti e amati (perfino troppo, non so se mi spiego); s'occuperanno loro di versare la pozione nel piatto della padrona; poi, per restarne fuori, incarica Publio Licinio di far lui la consegna agli schiavi... Calma, calma giudici, siamo appena al principio di questa pantomima, il bello deve ancora venire! Dove s'incontreranno Licinio e i servi? In un vicolo buio della Suburra? In un trivio sperduto fuori Roma? In un qualsiasi luogo lontano da occhi indiscreti? Ma no, ma no, troppo facile! S'incontreranno ai bagni pubblici, affollati all'inverosimile, all'ora di punta! E perch questo? Evidente, perch Clodia, che ha ordito la messinscena (e di una grossolana messinscena si tratta), all'insaputa di Celio, li ha mandati l, facendoli in pi seguire da un branco di suoi spasimanti con lo scopo d'esser presenti alla consegna, bloccare l'intermediario, mettergli magari il veleno in tasca e avere la prova contro Celio Rufo, davanti a una sfilza di testimoni. Ora immaginatevi la scena: questo esercito di cazzoruti arriva ai bagni, ch il prezzo di un quadrante l'ha gi pagato lei, la loro dea, con un bel servizio al bagnino: si denudano, si appostano qua e l nello stabilimento. Nascosti, ma dove mi chiedo? Seguitemi bene adesso. Licinio, che
a quell'ora va sempre ai bagni, ignaro di tutto, arriva, paga ed entra. Gi vedersi davanti cinque schiavi neri, gialli e incazzati lo sconcerta non poco, ma passi, pensa, siamo una grande democrazia; ed ecco che dal nulla sbucano fuori dieci infoiati che fanno per saltargli addosso e mettergli le mani in tasca; Licinio, che non  un leone e se la fa sotto anche quando dorme al buio, si volta secco, guadagna l'uscita e se la d a gambe per le strade di Roma. Nessuno lo ha toccato, nessuno lo ha avvicinato: schiavi e testimoni restano come pappafichi a meditare sulla scarsa credibilit delle loro madri. Diranno: Licinio teneva la mano in tasca per passare il vasetto agli schiavi; noi siamo balzati fuori troppo in anticipo e se n' scappato. Ora, giudici, ditemi: come ha fatto Licinio, che  malato di cuore e non starebbe dietro nemmeno alla tartaruga di Achille, come ha fatto, dico, a seminare questo esercito della generalessa Chiavonia? Ma che razza di addestramento avevano fatto? Scritturati, appostati per smascherare in pubblico Licinio, ti sbagliano i tempi, escono all'aperto quando non dovrebbero, sbattono l'uno contro l'altro, scivolano sulle piastrelle bagnate; s'ingolfano all'uscita e invece di inseguirlo s'arrestano l a guardarlo tapin tapon coi suoi passetti da topo in fuga guadagnare la ritirata. Suonano gli strumenti, suona il the end, cala il sipario.
Si alz un applauso scrosciante, non solo dalla curia.
Quando, dopo molto, cess, Cicerone era ancora l, a testa alta sul podio, a roteare gli occhi in lungo e in largo per assaporare meglio la misura del suo trionfo. Ma non aveva finito, doveva strafare, doveva stravincere, cavalcare l'onda, portare tutti all'apice della commozione, del non ritorno.
Mi dicono, silenzio per favore, mi dicono che questi schiavi sono stati liberati. E perch mai? Per premiarli della loro fedelt. Ridicolo. Li ha liberati perch non parlassero, per pagarne il silenzio: voi sapete che da uomini liberi hanno la facolt di non testimoniare, da schiavi sarebbero andati incontro alla tortura. E i testimoni? Buoni quelli! A frotte dovevano presentarsi, ne avete visto uno solo? Che vengano, che vengano questi eroi di una guerra femminea, non se la caveranno pi. Ma non possono. Quella  gente che sa solo strisciare, leccare i piedi, confondersi di vino: altra cosa  parlare in un foro, essere cittadini, essere Romani. Dunque io mi chiedo, giudici: cosa ci sta a fare Marco Celio in questo processo? Si  dimostrato del tutto estraneo all'accusa de vi, ed  ovvio che non c'entri niente con questa farsa dell'oro e del veleno. Siamo di fronte a un uomo integro, serio, laborioso, formatosi con uno studio quotidiano alla vita forense, in cui  un'eminenza: gli si para dinnanzi un futuro politico luminoso, avviato com', quasi predestinato agli onori, alla gloria. I suoi trascorsi, i suoi, se vogliamo cos, errori giovanili, son serviti a raddrizzarlo e temprarlo, a scoprire uomini migliori, a seguirne l'esempio. Si, forse resta la macchia di questa donna, ma vi ho gi spiegato a lungo come lei e non lui dipendesse dall'altro, soggiogata, inebetita da un amore insano e predatorio. Marco Celio se ne  liberato: detesta oggi quella donna con tutta l'anima sua... Conservate dunque alla Patria, al padre...
Oddio, comincia, non lo reggo, sbott Ortensio alzandosi con un gesto di stizza. Ora ci propiner la sua tiritera lacrimogena sul povero genitore vecchio e malato, che ha solo lui come figlio, ultima speranza, ramo rigoglioso di un albero le cui radici... oddio!
... Non vogliate, giudici, infierire su quell'uomo assestandogli un colpo che potrebbe anticipargli la fine: conservate il figlio al padre, il padre al figlio...
Ho il voltastomaco, esco, me ne vado, resta tu, se vuoi ad ascoltare queste puttanate.
Sei una zucca dura, Ortensio, Cicerone  cos,  un guitto, ma pure divertente... Ah, a proposito, tirati dietro Catullo, mentre esci, che vorrei abbracciarlo,  tanto che non lo vedo.
Ortensio scapp via, urtando tutti a destra e a manca, buttava aria dalle narici come un bufalo alla carica.
Dietro le quinte Clodia sembrava una statua di marmo. Non una piega, una smorfia, un segno qualunque che rivelasse rabbia o sconforto. Sulla sua pelle in quasi quarantanni erano passate carezze e violenze, per sua scelta, per sua unica scelta. Un marito fiacco, insapore, sempre servo di potenti; uno stuolo di giovani senza nerbo, senza idee, buoni solo a farsi montare e licenziare in tronco. Non aveva mai amato, non aveva la minima idea di cosa fosse l'amore. Gli uomini? Un pretesto, un tuffo in mare, un sorso di vino. Con Celio no: con lui aveva avvertito il distacco, l'assenza, la smania, il desiderio di salutarlo per riaverlo subito li. Con Celio era stato amore.
Ecco, all'improvviso non c' pi, si nega: la schiaffeggia, l'insulta, la copre di risate. E oblio su tutto: gli incontri, i baci, i progetti per il futuro; vuota, scabra, segnata dal silenzio la casa sul Palatino; le vesti ammucchiate in un angolo, alla rinfusa; creme ed essenze scagliate contro i muri, versate tra i cespugli. Sei brutta, sei vecchia. E allora no. Balzare sui sandali, correre su e gi, darsi al primo che capita e al secondo e al terzo, per spregio, per vendetta verso di lui, verso l'amore. Non c' l'amore, non esiste l'amore.  l'abbaglio, l'estrema confusione di un attimo, il rimedio a sentirsi soli,  la debolezza di s, l'appoggio dell'anima che si scopre persa, il segno del proprio fallimento, di non bastare pi a se stessi.
Non si accorse nemmeno che Erennio Balbo, l'accusatore di Celio, le si era accostato e le stava parlando:
... e si potrebbe anche ricorrere se tu...
Ebbe un sussulto, torn in s, accenn un sorriso, si stropicci gli occhi:
Cosa? Cosa? rispose.
Dicevo riprese Balbo che ne abbiamo eccome di
frecce al nostro arco. Qui  stato fatto tutto troppo in fretta, non si  potuto convocare nemmeno un testimone... Ma se chiediamo una replica, un appello, lo facciamo a pezzi Cicerone; eh s, perch gli tiriamo fuori l'uomo giusto per controbatterlo, l'unico che lui tema...
L'uomo giusto? fece Clodia poco convinta.
Ortensio Ortalo, il pi grande avvocato di Roma, il suo pi grande nemico.
Ortensio Ortalo? E tu pensi...
Io penso che Celio con lui non abbia scampo. Vieni,  nel foro, te lo faccio conoscere.
Clodia non aveva nessuna voglia di conoscere Ortensio Ortalo, nessuna voglia di ricominciare quel processo, ma nella confusione totale in cui si trovava si lasci prendere per mano e condurre fuori.
Eccolo, eccolo l, lo vedi? disse Balbo indicando col dito un uomo che stava chiacchierando con un altro pi piccolo e grassottello.
Chi, quello sgorbio riccioluto?
No, no, quello  Valerio Catullo Veronese, il poeta. Non l'hai mai conosciuto?
Mai, no mai. Ma... ma s, ora ricordo:  quel ragazzino che ho incontrato tanti anni fa a Sirmione, quando io e mio marito siamo andati a far visita a suo padre.
Si avvicinarono, si salutarono e Catullo l'ebbe davanti per la seconda e ultima volta.
G. Licinio Calvo poetae Catullus salutem dicit,
sono passati quasi due anni dal giorno del processo a Celio, e tu nel frattempo, mio infinito amico, hai perso la tua Quintilia, luce dell'anima tua:
E se qualcosa pu arrivare l
nella sua tomba silenziosa,
qualcosa dal mio, dal tuo dolore
o dalla nostalgia che fa rivivere
i finiti amori e rimpiangere
le amicizie perdute, Quintilia
non si dorr di una morte immatura,
perch pi forte sorrider al tuo amore.
NOTA: Carme 96. FINE NOTA.
Anche a me resta poco tempo, Calvo, la condanna dei medici  inesorabile: la mia mente che ha vissuto tra allucinazioni e realt per trent'anni non ha pi la forza di reggermi. Sono passati due anni: Clodia, davanti a me, che non era nessuno, una comparsa, una perfetta sconosciuta. Ho avuto in quel momento un brivido, ho pensato in quel momento: E se mi fossi inventato tutto? L'incontro, la passione, la disperazione, l'addio?; Ma di! mi son subito risposto, tu non sei pazzo Catullo, sei solo malato. Ecco allora tornarmi in mente la preoccupazione di mio padre, di mia madre: Questo bambino parla da solo, questo bambino vede cose che non ci sono!;  solo la fantasia, lui  pieno di fantasia.
Io ho vissuto Lesbia con una frenesia di realt, cos potente, cos sproporzionata, da superare ogni limite. Non  affatto scontato che la realt sia anche vera, n che il vero debba essere reale. Lei  stata pi vera, molto pi vera della realt, perch in questa non c' niente di cos vero come ci che io ho vissuto.
Ho ignorato i fatti? Ho creato una storia? E se fosse? E se l'amore pi grande altro non fosse che un immaginare infinito? Lesbia non era Clodia:  stata Clodia al principio, poi mai pi: ho amato questa mia creatura del pensiero, l'ho sovrapposta a quella reale, che  svanita, si  cancellata fino a cedere il passo: ma giuro, Calvo, ti giuro, io non ne ero e non ne sono ancora del tutto consapevole, perch cos viva la sua carne nelle mie notti da non poter dubitare del suo corpo, della sua presenza. E cos Lesbia mi
ha amato e mi ha ucciso e non fa alcuna differenza che per voi o per gli di non fosse con me: l'ho amata e sofferta pi che se fosse vera, perch era la mia storia; in quei giorni la mia coscienza, la mia anima creavano il mondo.
Oh, non mi ha smosso pi di tanto Cicerone, non  stato quello: non ce l'ho con lui per Lesbia, lo odio perch  un fanfarone, uno smidollato, un ipocrita. Gli ho perfino mandato un biglietto: Ti invia i suoi ringraziamenti Catullo, il peggiore di tutti i poeti, quanto tu sei il migliore difensore di tutti.
Cerca di capirmi, Calvo, tu sei intelligente, tu puoi: Lesbia mi ha amato e tradito in persona, era qui, con me conversava, stringeva i pugni per l'ira, si slacciava la veste e mi chiamava: Clodia fu soltanto una sua emanazione, una parvenza, un simulacro che s'aggirava fuori, per Roma, a uso d'altri, vostro, di un mondo non mio. Ma la Lesbia dentro me, la mia Lesbia era uguale a lei, la copiava, la riproduceva: lei fuggiva, lei tradiva e Lesbia fuggiva, tradiva, costringendomi piano piano a far entrare nel nostro esclusivo universo amanti orribili, sogni interrotti, deliri.
Conosci il ludus latrunculorum?(29).
NOTA: Gioco antenato degli scacchi. Si giocava su di un quadrante vario (8x8 oppure 8x12, eccetera). Vinceva chi spostando le pedine a destra o a sinistra, avanti o indietro, immobilizzava il dux (il nostro re). FINE NOTA.
 una scacchiera: da una parte sta un generale (un dio) con tutte le sue pedine, i soldati, dall'altra tu. Se giochi al suo gioco non puoi che perdere, e allora inventi altre regole: il generale non c' pi,  battuto, vinto, si  rifugiato in altre scacchiere. Io ho dato scacco a questo dio, ho ritagliato una parte di mondo che aveva creato e gliel'ho sottratta: l'ho ridisegnata, ricreata fuori dalle sue leggi cos perfette, scontate, meccaniche che anche le infinite variazioni, le eccezioni vi rientrano.
Non avrei mai avuto un amore cos nella gabbia del tempo: rubata al destino comune, Lesbia  entrata nel mio destino, l'ha comandato fino a che non sono stato pi io a muoverla, ma lei, libera nella mia mente a dettare le mie gioie, i miei dolori.
Sto morendo, Calvo, e ho vissuto dieci anni inebrianti. Tu non puoi sapere ma mi devi credere: questo tempo rubato agli Eterni  in me ciclico; ripercorro le attese e gli abbandoni contando e ricontando i miei grani di sabbia, il mio pulviscolo infinito. Ma all'ultimo, sempre all'ultimo, si spezza il sogno, Lesbia non  pi lei,  fuggita per sempre e mi ha lasciato qui la sola Clodia, che non le assomiglia pi, che  un'imitazione, un canto a bocca chiusa, una farfalla senza ali. Dio si  ripreso il pezzo mancante e mi ha battuto.
Sono passati da me Furio e Aurelio. Avevo la febbre, li ho scambiati per altri, per abitatori del cielo, scesi finalmente per portarmi via. Non era cos. Sono passati per dirmi che Lei voleva vedermi. Chi? ho chiesto, chi lei?, Lei, mi han ripetuto guardandosi l'un l'altro come se fossi fuori di testa. Io ho risposto:
Andate a dire alla mia ragazza queste poche, non buone parole: che viva e se la spassi coi suoi trecento amanti e se li stringa, li abbracci pure tutti in una volta sola, senza amarne nessuno, a tutti spezzando le reni; e non si volti indietro a vedere dov' il mio amore, per colpa sua caduto come un fiore sull'orlo del prato, che l'aratro passando ha falciato senza nemmeno accorgersene.
Tra le infinite cose che aveva visto e s'immaginava di vedere ancora, mai e poi mai Teliqalipukt avrebbe pensato a quella. La donna che aveva di fronte era bellissima: un lungo broccato grigio con sfumature dorate le copriva il corpo concedendo ampio spazio a una scollatura che prometteva un seno generoso, e scendeva fino ai piedi piccoli, immacolati, nudi a sfiorare il pavimento in un passo di danza misurato e fin malizioso; uno scialle di seta indiana si avvitava intorno a un collo dall'incarnato soave dove una fila di perle ne incrociava un'altra di ametiste e pietre dure d'Egitto; il viso di una carnalit prorompente si sublimava negli occhi percorsi da un'intelligente stanchezza e in una fronte ampia, su cui prendeva forma un casco di capelli cortissimi e vermigli.
Adesso cambiamo il gioco, invertiamo le parti, disse Dio con la voce di Veronica Franco. Finora  toccato a te raccontarmi di uomini che hanno sfidato il destino, la sorte o, se preferisci, Dio, e devo dire con risultati non sempre brillanti. Oggi ti siedi e ascolti: sar io a raccontare.
Si tolse lo scialle, appoggiandosi languidamente a una colonna immaginaria. Teliqalipukt era senza fiato, non credeva ai suoi occhi.
Ma Signore, una... una cortigiana! Non... non vi pare di avere un po' esagerato?
Cortigiana? Ma tu hai la minima idea di cosa fosse la vita per le donne nel Cinquecento? Tutti li a celebrarle in sonetti e madrigali come creature dolci, eteree, venute a
miracol mostrare, sguardi e sorrisi che al ciel conducono, carni da non sfiorar neppure con un giglio: tutti a tesser lodi, a scomodar madonne e sante, a gettarsi ai loro piedi tra i sospiri! Panzane, bufale. Zitte stavano e accucciate, guai a mettere il naso fuori che dovevano spupazzar figli, all'ombra dei mariti, se pur li vedevano ogni tanto a casa. Abbassare il volto, celare i desideri, umiliare l'intelligenza, cancellare i sentimenti. Tutte: nobili e popolane. Che fare? Perch, non crederti, non  che fossero rassegnate al punto del Ci tocca, tiriamo avanti; al contrario erano stufe e schifate, non ne potevano pi. Veronica, e non solo lei, fu quel segno. Cap come prenderli, girarseli, ridicolizzarli, metterli con le spalle al muro, i maschi. Che cosa volevano pi di tutto? Il corpo, il sesso. E quello era stato l'errore: bisognava non darlo, non svenderlo al primo offerente, farlo sospirare, concederlo s all'uomo, ma in cambio dell'anima. Prima ti devi innamorare della mia intelligenza, delle mie emozioni, tanto da non poterne fare a meno, poi si vedr. Cos' che dice quel testone di Paolo: Siate soggette ai vostri mariti; ho esagerato con la luce a Damasco. La storia del mondo da l parte, quella delle donne l si ferma.
Signore, a me pare che vi stiate facendo prendere un po' la mano. Vi dimenticate forse che queste cortigiane a Venezia adescavano i passanti mettendo in mostra i seni dalle spallette dei ponti?
Teliq, quelle che intendi tu son le cortigiane di lume, e non han niente a che vedere con Veronica Franco, Gaspara Stampa, Tullia d'Aragona e Lucrezia detta Imperia. Veronica  poetessa elegante e focosa, non spaccia languidi lamenti virginali, non sciroppa amori svenevoli e men che meno celestiali, ch l'amore amore , e vive in un corpo e nel corpo pulsa col trasporto della bellezza: ma tu sai che il Tintoretto la supplic per ritrarla? Sai che Montaigne, alla morte di lei, volle i suoi epistolari, i sonetti? E che Torquato Tasso l'adorava? Tutto in segreto per: guai a
sbilanciarsi per una famigerata cortigiana; perch questo accadde: il suo mestiere oscur il suo genio, un po' come se dovessimo dimenticare Cellini perch fu un pluriomicida. Che donna, Teliq, pensa che arriv a sfidare a duello un poetastro perch l'aveva insultata! A duello! Una donna! Nel Cinquecento! Teliq, una donna cos  stata un faro nella notte, l'onda che sommerge la terra arida. E che? Catone si pu suicidare per la libert e Veronica Franco, per la stessa ragione, non pu andare a letto con Enrico di Valois? Senti, senti che versi: E per far i miei di pi tristi e bui, / dal mio raggio lontan, sempre al cor vivo / ho 'l sole ardente, onde pria accesa fui: / al qual piangendo e sospirando scrivo. E ancora, ai giorni amari del processo: Perduto de la vita ogni vigore / pallida e lagrimosa ne l'aspetto / mi fei grave soggiorno di dolore, e poi altri versi, poesie intere per le donne incomprese, bistrattate, per quelle di basso rango, emarginate nella loro miseria. Eccolo il suo proposito, ecco la sua lezione: Se siamo armate e addestrate, siamo in grado di convincere gli uomini che anche noi abbiamo mani, piedi e un cuore come il loro e che anche se siamo delicate e tenere, ci sono uomini delicati che possono essere forti e uomini volgari e violenti che sono dei codardi. Le donne non hanno ancora capito che dovrebbero comportarsi cos, in questo modo riuscirebbero a combattere fino alla morte e per dimostrare che ci  vero, sar la prima ad agire, ergendomi a modello. Ecco lo schiaffo che mi piace, ecco il vero scacco di cui hai parlato e come ti ho gi detto, e ripeto, io non vinco con gli uomini e permetto loro di sfidarmi, perch questa  la libert.
Ma allora, Signore, tutta quella manfrina del Non li capisco pi, Dove ho sbagliato?
A tempo: prima devo raccontare io e sar una sorpresa, credimi.
Non ditemi che, visto l'andazzo, volete celebrare qualche spergiuro, traditore o assassino?
No, no, niente uomini, ti voglio parlare di un cavallo.
Un cavallo?
Lo so, non  precisamente il tuo campo, anzi non ne sai una beata fava, per ascolta che c' da imparare.
Signore voi continuate a stupirmi. Dev'essere un bel mal di testa sapere tutto ma proprio tutto e cos, zac, senza consultare un archivio. Quante zanzare c'erano a Vercelli la notte del 23 agosto 1971? Pronti, ecco la risposta. Chi ha tagliato i capelli a Pasquale Esposito di Gennaro nell'estate del '25? Rocco Messina. Quante volte  andato di corpo il terzo leone a destra nella foto? Facilissimo: sei.
Teliq, io non mi interesso delle coliti dei leoni.
Ma non siete onnisciente?
Onnisciente non significa onnideficiente, io so solo quello che mi interessa di sapere, e adesso smettila, che devo raccontare.
...
.
...
Varenne.
...
.
...
Mentre si avviava allo start pensava a sua madre Ialmaz, alla sua criniera al vento, agli occhi dolcissimi, ai colpi di muso che gli dava per farlo muovere. Erano passati cinque anni e di quei giorni ricordava le nebbie di Ferrara, le albe goccianti perle d'acqua sottili, le parole dei pioppi che erano suoi amici, qualche coniglio dai denti buffi, e poi lei, che lo accompagnava e gli trottava al fianco: Seguimi, si fa cos, non tanta fretta coi posteriori che ti urti! -E quando aveva imparato non stava pi nella pelle: voleva farselo tutto, il paddock, avanti e indietro, passandole davanti a testa alta come per dire: Visto? Vado come una scheggia! Gli era stato subito troppo stretto lo spazio: avrebbe voluto saltarli, quei recinti, e correre per i campi smeraldo che vedeva l fuori a perdita d'occhio, quando il sole tagliava il grigio e apparivano case, strisce di terra e strani cavalli con due gambe sole.
A dire il vero un altro come lui c'era nel recinto, con una mamma decisamente pi brutta della sua, ma aveva un carattere scontroso e se ne stava in disparte: cos non gli dava nemmeno la soddisfazione di correre da l a l per vedere chi arrivava primo. Un giorno gli aveva chiesto perch, e l'altro a testa alta: Io corro da solo; il mio pap ha vinto l'Hambletonian, il tuo  ancora a girare per la pista!Il mio pap? aveva pensato, e cos era andato a chiederlo alla madre. Tuo padre  stato un grande campione e si chiama Waikiki Beach.
Perch i cavalli non lo vedono mai il pap?
Ora il gruppo si stava compattando. Lui sapeva benissimo che l'avvio sarebbe stato cruciale: quello era il Grand Prix d'Amrique, un campionato del mondo, e farsi trovare chiuso, intruppato o troppo all'esterno, sarebbe stato come dire addio a ogni speranza. 2700 metri! Ma quanti sono? Io non li ho mai fatti! E poi 'sto metodo barbaro di girare, girare, e partire cos come capita, nemmeno allineati, con un nastro che scatta non sai quando! Ma dov' l'autostart? Non l'hanno ancora inventato qui?
Sotto quel nastro bisognava stare attenti a non arrivarci troppo presto che ti dovevi voltare e riprovarci, n troppo tardi che gli altri eran gi belli e scappati via. Lo sapeva, e teneva d'occhio gli avversari, soprattutto quel colosso color quercia che veniva dalla campagna e aveva gi stritolato chiunque: imbattibile, gli avevano detto. Imbattibile? Lasciatemi uscire di qui e la vedremo! Poi il movimento si fece frenetico, i ritardatari accelerarono, quelli davanti stettero sul morso: lui calcol i tempi e si trov pronto a scattare tra i primi. Cos, cos, pens, non poteva venirmi meglio! Ma lo pensarono anche gli starter francesi.
La sua prima uscita a Bologna era stata un disastro. Aveva addosso tanta voglia di strafare che s'era ingolfato sull'ultima curva, aveva perso il trotto ed era stato squalificato. Sua madre aveva un diavolo per crine: Sei un testone! Per battere quelli l non c'era bisogno di tutta questa foga!
La sera si sarebbe preso a pugni in faccia se solo avesse potuto: ma aveva imparato, imparato in fretta, e non aveva pi sbagliato.
E cos era diventato grande, aveva vinto il Derby con la pipa in bocca e le mani in tasca e non aveva pi perso. Gli veniva tutto facile: comunque partisse, davanti, in
mezzo, nelle retrovie, a un certo punto decideva di andarsene, li sfilava come niente e arrivava da solo. Erano stati due anni di trionfi.
E se andassimo a sfidare i francesi? aveva sentito dire un giorno dal box dove stava dormicchiando.
L'Amrique? Sei sicuro?
Io penso che dobbiamo provarci.
Potrebbe finire in un disastro, quelli son tosti, i migliori del mondo.
Lo so, ma voglio vedere dove pu arrivare Varenne.
Varenne? Ah, cos mi chiamo. Buono a sapersi!
Suon la sirena: la partenza fu annullata; tutto da rifare, qualche cavallo non si era allineato a dovere: bisognava girarsi, tornare indietro e ricominciare la commedia. Nel voltarsi gli fu a fianco e lo vide bene da vicino quel mostro imbattibile, quel Gnral du Pommeau, su cui aveva scommesso tutta la Francia: se ne stava ritto e solenne come se provasse un gran fastidio a correre con qualcuno che aveva l'ardire di sfidarlo. Piacere, io sono Varenne, prov a dirgli mostrando i denti in un largo sorriso. Ora che sapeva il suo nome non vedeva l'ora di dirlo a tutti. Gnral finse di non udirlo e si volt dall'altra parte mormorando: Ils sont foux ces italiens, morts de faim en outre.
Tornarono a fine pista e girarono. Si ricompatt il gruppo. Varenne trov un varco tra due cavalli che si stavano allargando nella fila davanti, caric le zampe, aspett che il nastro scattasse, e ci s'infil dentro dritto come una spada: gli rimasero tutti dietro, era primo, era in testa.
Ma gli era venuta anche troppo bene per i francesi.
Un giorno mentre la sua lad lo portava a passeggio dopo la striglia, l'aveva sentita conversare con un altro uomo di scuderia.
Hai sentito di Viking Kronos? Si  azzoppato.
Gi era successo dopo il Derby.
S, ma ora  finito, non correr pi.
Se lo ricordava eccome, Viking Kronos, il suo pi forte coetaneo, nove corse vinte su dieci e poi il loro scontro nel Derby: mentre lo superava e andava a vincere, Varenne lo aveva riconosciuto: era l'antipatico del paddock, il figlio di American Winner. E ora era finito.
NOTA: Descriverli insieme da puledri nello stesso allevamento  un falso narrativo. FINE NOTA.
Un cavallo da corsa non ha altri istinti che correre. Correre: andar via, liberarsi, sentire il vento sul mantello, il ciondolio della criniera, bere l'aria, schiumare, aggredire la pista, frantumarla a pedate, sfiorare i paletti, rasentare la curva, sfidare l'ultima retta con l'ultimo fiato: altro non pu fare. Mangiare, passeggiare, guardarsi intorno, fare le bizze, dormire, accoppiarsi  tempo perso, che non gli appartiene: il tempo comincia con l'ingresso in pista, il suo mondo, ed  l che si gioca la vita, per quello si  nati.
Quando un cavallo da corsa non corre pi, lentamente muore. A Varenne era venuto un gran groppo in gola: d'improvviso si era vergognato di aver pensato male di Viking Kronos da puledro; si era sentito meschino e molto triste.
Quella notte aveva sognato di poter correre con lui un'ultima corsa, lenta, per stargli al passo, per dargli l'illusione di non riuscire a superarlo e lasciarlo vincere.
La sirena suon una seconda volta. E stavolta cap perch. Non solo lui era schizzato in testa, ma Gnral du Pommeau era partito ultimo, attardato. Non esisteva ragione per fermare la corsa e gli arrivarono chiare e forti tutte le bestemmie di Minnucci, il suo driver. Pazienza, si ricomincia. Pass ancora di fianco a Gnral du Pommeau
e vide che parlottava con First de Retz e Galopin du Ravary, due brutti ceffi, non c'era dubbio. Cosa stavano dicendosi? Parlavano male di lui? Ma no, neanche a pensarci, e chi era lui in fondo per far loro paura?
Poi cominci a capire che c'era qualcosa di strano: compiuta la giravolta per rimettersi in assetto, si trov la strada sbarrata: non riusciva a passare n a destra n a sinistra, gli si era formato davanti come un muro, nessuno si spostava, tent di forzare l'ostacolo ma non c'era verso e in pi urt un sulky e accenn qualche passo di galoppo, pochi in verit, ma ormai il gruppo schierato aveva preso velocit: perse il contatto, riusc a rimettersi di trotto ma si trov ultimo e lontano. Quella si che era una partenza da annullare, ma non fu annullata.
Remington Crown, l'americano, fil in testa come un ossesso, trascinandosi dietro Galopin du Ravary e tutti gli altri alla loro caccia: Varenne, da ultimo, cominci a riprenderli: Piano, piano, pensava, se faccio 'sto strappo, mi ritrovo affogato sulla salita: aspetto il curvone di Grosbois e me li sbrano tutti.
Vincennes  una pista da stravolti: sabbia nera, grassa, ma sottile e velocissima. Si degrada dal via per un chilometro circa e in fondo, dopo una piegata molto larga tra i boschi, si prende a salire fino all'ultima curva dove chi c' c', chi non c' non c', perch la retta finale  corta e a quel punto i giochi sono gi fatti.
Grosbois arriv in un attimo. Minnucci lo spost di fuori e gli grid: Vai! Varenne aveva colmato il divario ma si trovava adesso davanti una montagna di teste, zoccoli, polvere e carrozzini che neanche si intravedeva dove finisse. Part, si sbarazz degli ultimi, fu al centro e rivide per un attimo quel First de Retz che gli aveva giocato un brutto tiro in partenza, lo scherz e si mise ai fianchi di Gnral du Pommeau: Ora questo vien fuori e mi blocca, pens, ma con sua grande sorpresa il massacratore rimase dov'era, lo lasci passare.
Be', questo  darsi scacco da solo! Un miracolo! Bell'atto di debolezza: o dovrei dire trascuratezza?
Non  stato un miracolo, ma un dono.
Non tergiversate, Signore, sapete benissimo che in quella corsa il vostro Varenne  arrivato terzo, e anche un po' sulle gambe!
Certo si, terzo per il resto del mondo, ma per lui no, perch vedi, l'anno dopo, quella stessa corsa l'ha vinta veramente.
Gli avete fatto saltare un anno di vita in un secondo! Lo avete risvegliato nello stesso punto, in quella stessa dirittura d'arrivo dodici mesi dopo! Bell'e riposato senza tutte le carognate dei francesi!
Sciocchezze, non ho fermato il tempo, che sarebbe stato un bello sconvolgimento cosmico, l'ho solo illuso, ho giocato con la sua memoria per non farlo soffrire. E poi quella corsa io non l'ho vissuta come una corsa e basta, ma come un atto di ingiustizia universale: in un attimo, e non chiedermi perch, ho rivisto tutto il male, tutta l'ipocrisia del mondo vincere impunemente, schiacciare la bellezza, la verit e... e mi sono commosso.
Teliqalipukt non credeva alle sue orecchie: stava parlando come Veronica Franco o come Dio? Commuoversi? Dio? Per un cavallo? Suo figlio era li in croce, lampi, tuoni, aceto che colava, spine nel cranio, consummatum est: era li che implorava: Padre, allontana da me questo calice, e lui, per tutta risposta, gi altri tuoni, gi altri
fulmini, per non parlare dei colpi di lancia, le risate di scherno, i chiodi piantati e ripiantati! E non si era commosso. Ma per un cavallo s.
Poi realizz. No che non poteva commuoversi allora e ne intu lo strazio. Era rimasto spettatore impassibile di quel giorno per sempre, tramonto inarrestabile e decisivo, perch doveva morire un Dio per far nascere un uomo.
E cos fece per corrergli incontro ed abbracciarlo, ma si rese conto che avrebbe abbracciato una cortigiana del Cinquecento, suscitando un certo imbarazzo in entrambi.
Dio cap.
Sto bene, Teliq, e se devo dirtela tutta non sono mai stato male, solo un frescone poteva cascarci.
Io non vorrei dire, Signore, ma l'avevo capito quasi subito!
S, dicono tutti cos, va' l, va' l, ti ho preso in giro ben bene!
Avete una bella testa dura! Se vi dico che... Ma allora perch tutta questa messinscena se non stavate male?
Perch stavi male tu!
Io, Signore? Io... voi...
Sono venuto a cercarti perch non c'era altro modo di farti sorridere: apposta ti ho chiesto di parlarmi degli uomini. Avessi visto come si illuminava la tua faccia in questi giorni, mentre raccontavi!
Signore, tutti quei travestimenti! Voi... voi avete fatto il buffone per me!
Farei anche di peggio per quelli che amo!
Ma io... ma no... mi sarebbe passata...
Non ti sarebbe passata mai e ho capito che avresti sofferto in eterno. Io amo cos tanto da poter anche cambiare il Disegno.
Oh Signore, e adesso?
Adesso apri la porta che me ne vado.
Ma Signore, qui non c' porta!
Certo che c', tu riesci forse a vedere fuori?
No, avete ragione.
Teliqalipukt apr la porta e se li trov tutti davanti, schierati, i suoi piccoli immortali, pronti a sentirlo raccontare cosa fossero gli uomini.
Qualcuno potrebbe chiedersi perch mai Dio abbia aspettato duecentocinquantaquattro pagine per esaudire il desiderio di Teliqalipukt quando avrebbe potuto benissimo farlo subito, senza costringerlo a raccontare storie sugli uomini come fosse una terapia.
Cerco di rispondere con una domanda: perch Dio non ci salva subito invece di farci aspettare una vita intera?
...
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...
FINE.